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Annapolis come Lourdes

Il presidente americano George W. Bush ha incontrato il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Mahmud Abbas, in un nuovo tentativo di rilanciare la Conferenza internazionale di Annapolis dove sono presenti anche 16 Paesi arabi. Bush è ottimista: “Abbiamo una grande speranza che questa Conferenza lancerà il negoziato sullo status finale, negoziati allargati per affrontare tutte le questioni che attengono allo status finale”.

Le aspettative non sono del tutto campate in aria. Il ministro degli Esteri saudita, principe Saud al-Faisal, in un’intervista rilasciata al quotidiano internazionale in lingua araba ‘Asharq al-Awsat’ prima di partire per Washington, aveva spiegato perché per la prima volta un rappresentante di Riad sedesse allo stesso tavolo con quello d’Israele. “Il fattore importante è la fissazione di una scadenza per i negoziati, in modo che essi non divengano interminabili – aveva dichiarato il capo della diplomazia saudita”, precisando poi: “Questo è quanto ha promesso il governo americano e cioè che il lasso di tempo non sarà superiore a un anno”. Oltre a ciò, anzi, a monte di ciò, arriva la sottolineatura saudita: “Annapolis è un crocevia nella storia del conflitto in Medio Oriente, specialmente nel fatto di affrontarlo alle radici, e in quelli che ne costituiscono i nodi essenziali”. E vediamo quali sono questi nodi.

GERUSALEMME:

Nel 1967 l’esercito israeliano conquistò la zona est della città, cuore dei Luoghi Santi. Da allora la comunità internazionale la considera territorio occupato. Il ritiro di Israele dalla parte orientale di Gerusalemme, che diverrebbe la capitale del nascente Stato palestinese, è una delle condizioni alla base del piano di pace saudita. L’ipotesi ha suscitato la ferma opposizione dei partiti di destra della Knesset, pronti a provocare la crisi di governo e ostili anche ad un’eventuale regime di amministrazione congiunta del cosiddetto “bacino sacro”. Sullo sfondo c’è la soluzione vaticana: essendo la città “patria” delle tre grandi religioni monoteiste, appare più congrua la sua internazionalizzazione.

PROFUGHI:

Sono circa 4 milioni e 300 mila i profughi palestinesi secondo le stime ufficiali delle Nazioni Unite. Il dramma delle generazioni della “Nabka” (la “catastrofe” dell’esodo palestinese) è causato dall’occupazione israeliana del 1948. I rapporti ufficiali parlano di 750-900mila unità nel 1950: una cifra cresciuta esponenzialmente di anno in anno poiché lo status di rifugiato si estende anche al coniuge e ai discendenti. Ad essi si sono aggiunti gli sfollati della guerra del 1967, che condusse all’occupazione della Cisgiordania e della striscia di Gaza, e quelli dell’invasione libanese del 1982. Oggi i tre quarti della popolazione palestinese sono costituiti da profughi, ma solo il 5% di loro è nato in Palestina. La maggioranza è disseminata nei dintorni della frontiera israeliana, non molto lontano dalla terra di origine (1 milione e 850mila in Giordania; 400mila in Libano; 700mila in Cisgiordania; 400 mila in Siria; 1 milione a Gaza). Solo il 30% dei rifugiati registrati vive nei 58 campi creati dall’Onu in Medio Oriente.

CONFINI:

Uno Stato entro i confini del 1967, cioè quelli stabiliti dalla risoluzione Onu n. 242. Israele dovrebbe ritirarsi da tutti i territori occupati con la Guerra dei Sei Giorni. Il governo di Tel Aviv rilancia la formula clintoniana “terre arabe agli arabi e terre israeliane agli israeliani” e cioè a fronte dell’annessione degli insediamenti ebraici più grandi (che hanno anche il controllo delle risorse idriche), Israele rilascerebbe aree equivalenti fino al 100% dei territori occupati nel 1967. Un passaggio sicuro, sotto controllo palestinese e sovranità israeliana, unirebbe la Cisgiordania alla striscia di Gaza, assicurando al nuovo Stato l’indispensabile continuità territoriale.

Sui colloqui di Annapolis si aggira lo spettro di quello che gli psicologi chiamano “dissonanza cognitiva”: tutti parlano in base a obiettivi inconciliabili. Forse Bush davvero riuscirà a passare alla Storia spingendo alla pace entro la fine del 2008 (quando scadrà il suo mandato). Annapolis, dunque, come Lourdes, dove i miracoli ogni tanto avvengono.

Al margine registriamo la bocciatura decretata dal maestro argentino-israeliano Daniel Barenboim: “Per più di 7 anni del suo mandato, questo presidente – ha detto – non si è occupato di uno dei più grandi problemi del mondo e adesso, un anno prima di andarsene, pensa di farlo con una conferenza, proprio mentre il dollaro è debole”.

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