Vetrina / DIBATITTO / Società / Lo Stato opprime, il cittadino si difende

Lo Stato opprime, il cittadino si difende

L’attuale crisi ha reso a tutti evidente che chi decide non è “fra noi”. Mi vengono in mente i versi di Dante che nell’Inferno a proposito della potenza divina scrive: «Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole...».
Per noi poveri mortali, l’alternativa è fra “l’erba voglio che cresce soltanto nel giardino del Re” e “l’erba voglio che non cresce nemmeno nel giardino del Re”.
In ciascuno dei casi, il nostro volere conta, per dirla terra terra, come l’asso di coppe quando comanda spade. Non possiamo, cresca o non cresca quella mirabolante pianta nell’orto reale, prendere per le palle coloro che gestiscono le nostre vite e trasformarli in manzi da aggiogare al nostro aratro.

Marinai da piccolo cabotaggio

Come le navi obbligate a costeggiare perché inadeguate alla navigazione in mare aperto, anche noi – noi italiani, intendo – incapaci di organizzarci per combattere sul serio, costruiamo strumenti di micro-sovranità limitandoci al piccolo cabotaggio.
E’ un dato di fatto analizzato (con cifre e statistiche) dal Censis, che scrive: «Di fronte al progressivo ed inesorabile scivolamento verso la sudditanza, gli italiani provano a difendersi ritagliandosi forme proprie di micro-sovranità, ambiti di gestione dei propri bisogni ed esigenze, luoghi di intermediazione e di scambio dove dare ed ottenere risposte che vanno oltre il fai da te individuale, ma sono contrassegnati da una dimensione collettiva per molti versi innovativa e potente» (“La crisi della sovranità”, giugno 2012).

Il Centro studi investimenti sociali annota che i principali Paesi ad economia di mercato subiscono «lo spostamento della sovranità verso l’alto, verso i mercati finanziari internazionali e verso gli organismi sovranazionali» ma in Italia si registrano «una forma forse più acuta di distacco» e «un evidente livore nei confronti delle sovranità tradizionali e un senso di maggiore impotenza rispetto alle forme interne di rappresentanza».

Che gli Italiani nutrano una certa diffidenza, chiamiamola così, verso lo Stato e i pubblici poteri in genere non è una novità. Per spiegarla con tutti i crismi, dovrei risalire al processo unitario, alle precedenti occupazioni straniere etc. ma non aggiungerei granché alla verità.

Il gabelliere insaziabile

Pensate al contadino che si vede sequestrare dallo Stato-arruolatore i figli che lo aiutano nelle fatiche quotidiane. Non sempre quei robusti giovanotti riescono a tornare sani e salvi a casa. A volte tornano mutilati, poveri esseri non più abili alla fatica. Altre volte non tornano affatto, uccisi dalla guerra. E volete che un contadino ami uno Stato che gli ruba i figli? che glieli ammazza? Lui pensa che sono i “signori” che fanno le guerre e che è la povera gente che le combatte. Che abbia ragione o torto è altra questione. Il fatto è che da quando paga il focatico (la tassa sul fuoco, cioè sul nucleo famigliare) che odia chi esercita potere su di lui.

A generare il “livore, di cui parla il Censis, c’è uno Stato che ha sempre fame. Non è mai sazio di tasse e gabelle, di dazi e prelievi, di imposte e tributi. Oltre ad essere un famelico gabelliere, è anche iniquo. Tosa i poveri cristiani perché sono in maggioranza e da loro ottiene più… lana. I ricchi sono pochi e per quanto li tassi (ammesso che ci riesca appieno) lo Stato non riesce a fare il bottino che arraffa, per esempio, con una tassa sul macinato.
Il poveraccio tartassato non si fa imbrogliare dai ragionieri, sia pure ministri. Secondo lui, lo Stato lo spreme perché è complice dei ricchi e cane non mangia cane (“Canis canem non est“, questo il popolo lo dice da quando parlava latino).
Lo Stato è anche il prepotente “col cappello in divisa”, come sfotteva Totò.
Il cittadino comune è in condizioni di soggezione: la sua parola conta poco o niente a fronte dello Stato in uniforme. Basta niente, un gesto, una parola… e ti ritrovi in galera. Perché c’è anche questo: in carcere ci si entra con estrema facilità. Uscirne è tutt’altra storia. E lunga.

Le carceri italiane scoppiano perché è sufficiente un “vaffa” tirato a un vigile urbano per esservi “associato”, come recita il linguaggio sbirresco nelle veline.
Metà dell’attuale popolazione carceraria è in attesa di giudizio e metà di questa sarà riconosciuta innocente. Il triste è che nell’altra metà più di qualcuno sarà ingiustamente condannato, o per colpa dell’avvocato d’ufficio oppure per colpa di un giudice distratto. Se ha soldi, va in appello e esce. Altrimenti non gli resta che impiegare il tempo di detenzione per imparare a delinquere sul serio.

L’italica “resistenza”

In genere, dunque, lo Stato è visto come un nemico dal quale difendersi in ogni modo. Si mormora che perfino la mafia sia nata per dare giustizia al contadino maltrattato dal padrone e dai servi del padrone. Lo Stato non difendeva il meschino e il mafioso sì.

L’italiano, insomma, di strumenti di “resistenza” ne ha escogitati parecchi. “La crisi della sovranità” ne ha aggiunti altri.
I Gas (Gruppi di acquisto solidale), «formati da persone che decidono di acquistare all’ingrosso prodotti alimentari o di uso comune, da ridistribuire tra loro», sono nati per risparmiare sulla spesa, ma sono anche una manifestazione di «autonomia decisionale». Sono piccole organizzazioni che, come scrive il Censis, «servono per riacquisire potere rispetto a regole imposte dall’alto (gli intermediari, la grande distribuzione) su cui è sempre più difficile esercitare il controllo».
Anche la crescita degli impianti fotovoltaici appartiene alla «dinamica della micro-sovranità». La diffusione dei pannelli solari non dipende esclusivamente dagli incentivi statali.

«E’ nella ‘riappropriazione’ della produzione energetica da parte non solo dei soggetti produttivi, ma anche e soprattutto da parte delle famiglie, che emerge più nitida la costruzione della micro-sovranità, laddove da articolazione finale di una rete che distribuisce energia prodotta in modo centralizzato, l’utente diventa soggetto attivo e si disimpegna dalla sovranità energetica rendendosi autonomo rispetto ai propri consumi, in molti casi trasformandosi esso stesso in produttore, per quanto periferico».

Sul versante salute, «di fronte ad un arretramento delle coperture pubbliche, soprattutto i ceti dotati di maggiore autonomia economica manifestano l’esigenza e la propensione a dotarsi di strumenti protettivi autorganizzati: le mutue sanitarie trovano in questo contesto nuove ragioni d’essere, specie laddove il tessuto sociale e produttivo consente di ammortizzare l’indebolimento della sanità pubblica attraverso strategie territoriali o categoriali di adattamento».

Il web liberatutti

Lascio perdere le manifestazioni di “microsovranità” nella sfera politico-partitica. E’ un capitolo che intendo trattare a parte. Qui mi fermo al boom dei social network. L’informazione non è più unidirezionale (da chi la dà a chi la riceve) ma è il frutto di uno scambio reciproco. Il Censis avverte che «i rischi connessi a forme di aggregazione sostanzialmente prive di gerarchie e di vincoli sono evidenti, così come quelli di un’ipertrofia di chiacchiere senza prospettiva», ma la “evoluzione” è inarrestabile; qualcuno afferma perfino che la cosiddetta “Primavera araba” sia scoppiata grazie al web. E’ presto per fare un bilancio, però è sul web che le micro-sovranità si notano di più.

«È infatti sulla rete e per mezzo di essa – scrive il Censis – che sono nate e vivono molteplicità di occasioni di ricondensazione sociale, e soprattutto di ricostruzione di micro-sovranità: dai gruppi di acquisto cui si è già accennato, agli appelli e alle mobilitazioni pubbliche, fino alla nascita di vasti movimenti d’opinione, dall’informazione sanitaria basata sulla condivisione di esperienze dirette degli utenti, alla diffusione specie tra i più giovani di forme innovative di scambio (scambio di casa, passaggi in automobile, etc.)».

La dicotomia “paese legale/paese reale”, che parecchi giudicano “sovversiva” o “eversiva” (dipende dalle “chiese”) sul web trova continue e quotidiane conferme. Forse è pure ora che lo Stato ripensi sé stesso. Altrove, in Germania, per esempio, il cittadino non si sente oppresso dai pubblici poteri. Anzi, sente di farne parte. Anche lì ci sarà qualche disfunzione: l’eccezione è sempre possibile. Ma qui, in Italia, la regola è la disfunzione.
Giuseppe Spezzaferro

Commenti sul Sito e/o su Facebook

commento(i). Per commentare, puoi utilizzare il tuo account di Facebook

Controlla Anche

Renzi padre-figlio. Non è questo il… fatto

Marco Lillo ha pubblicato parte di un’intercettazione di una telefonata tra il figlio, Matteo, e …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.