Vetrina / FOCUS / Segmenti / Adriano Romualdi, la ceramica cordata e io

Adriano Romualdi, la ceramica cordata e io

Trentanove anni fa (era il 12 agosto del 1973) Adriano Romualdi moriva in un incidente stradale. Era del 1940, aveva trentatrè anni. Aveva soltanto sette anni più di me, ma era già un bravo storico e saggista oltre che un apprezzato giornalista. Probabilmente il fatto che fosse figlio di Pino Romualdi l’aveva aiutato, ma ci aveva messo parecchio del suo.

L’ho incontrato un paio di volte. Non frequentavamo gli stessi giri, ma avevamo un paio di amici in comune nell’ambiente… esoterico. I puntini sospensivi li ho messi per far capire che è un aggettivo da prendere con le molle. Ha che fare con l’esoterismo, materia di difficile definizione e, soprattutto, magnifico alibi per pigri sfaticati intellettuali cacadubbi.

L’esoterico… borghese

Tirare in ballo, per esempio, i misteri eleusini, o altri riti vecchi di tremila anni e oltre, a più di qualcuno è utile per acconciarsi un’esistenza tranquillamente borghese. M’è capitato poche volte di incontrare un cultore d’esoterismo di sana limpidezza. Di solito la scarpinata in montagna è preambolo a grosse abbuffate e bevute. Il disprezzo per la vita comoda resta confinato in biblioteca.
Meglio che mi fermi. Sennò scantono nel pettegolezzo o, peggio, nella malignità.
A chi ne fosse a digiuno, basti sapere che l’insegnamento esoterico è destinato a una ristretta cerchia di persone (solitamente i discepoli di un maestro) mentre l’essoterico (con due s) è ciò che si può dire a tutti. Respingo subito le accuse di pressappochismo, me ne frego. Comunque chi fosse seriamente interessato alla materia avrebbe parecchio da studiare (e da sudare per trovare il maestro adatto a lui).
In verità, l’esoterismo non è roba per tutti ma vallo a spiegare al presuntuoso lettore di un Castaneda o di una Madame Blavatsky. Gli stupidi che sanno di esserlo, già stanno un passo avanti.

Adesso mi vanto un po’. Ho conosciuto di persona un Maestro con tutti i crismi e ci ho anche litigato. Era Julius Evola, ma questa è una storia che racconterò in altra occasione. Non lo farò per far vedere quanto fossi intrattabile e sciocco allora (lo sono anche oggi, per cui sarebbe dimostrazione superflua) né per dire quanto me ne sia pentito (in vita mia, fino ad oggi, ci sono tre o quattro cose delle quali mi pento, ma la forza di raccontarlo ancora non ce l’ho e forse non farò in tempo ad averla). Lo racconterò, probabilmente, per chiarire la mia totale inabilità alla soggezione. Cosa della quale non mi vanto, ma neppure ne soffro.
La contraddizione è la forza della vita. Niente è lineare. Si può essere coerenti e contraddittori allo stesso tempo. Anzi, un uomo che voglia capire come stanno i fatti dentro e fuori di sé deve riuscire a seguire un percorso contraddittorio senza perdere la coerenza.
Diciamo che è materiale, questo, di difficile digestione; perciò lo scavalco e torno al tema.

Il fascista Pino Romualdi

L’ambiente esoterico, cui ho fatto cenno, si nutriva di paganesimo, di idealismo magico, di pitagorismo… qualcuno è anche approdato all’Islam attirato dal sufismo… ma Adriano Romualdi era “scientifico” nel senso che era attento all’archeologia e legava ciò che diceva a prove provate. In lui s’agitava una insolita combinazione di scienza e sogno. Basta leggere uno soltanto dei suoi libri per accorgersene. Il fascista è uno schizzo ribollente di spirito e materia. Essere figlio di un fascista ti segna, nel bene e nel male.
Pino Romualdi combattè nella guerra d’Etiopia, fu volontario in Albania, aderì alla Repubblica sociale, fu vicesegretario del Pnf. Alla fine della guerra venne condannato a morte, si diede alla latitanza, fu amnistiato, fu tra i fondatori del Msi, fu arrestato e fu deputato fino alla morte (fu anche europarlamentare). Fu sepolto a Predappio (quand’ero ragazzino si diceva che fosse un figlio naturale del Duce; e la somiglianza c’era…) perché originario di quel paese. Io lo conobbi per caso.

Una sera di tanti anni fa (1966/1967) ero a Pontecagnano (o forse a Battipaglia non riesco a mettere a fuoco il ricordo) e mi trovavo per una serie di circostanze (cercate da me; ma anche questa è un’altra storia) nella sezione del Msi quando arrivò Romualdi per un comizio e assistetti, per puro caso, ad una scena strappacore.

Un vecchio combattente della Repubblica sociale gli gridò: «Onorevole, ti ricordi di me?» e disse il proprio nome.
L’onorevole si voltò, lo guardò e restò di sasso. Fu un momento imbarazzante. L’uomo che aveva urlato chi fosse era conosciuto da tutti nella stanza (affollata peggio della metro a Roma). E tutti avevano rispetto per quel fascista mai pentito che aveva militato al fianco di Benito Mussolini.
Fu un momento. Poi l’onorevole fece un passo in avanti e i due si abbracciarono. L’imbarazzo si fece insostenibile: i due singhiozzavano senza vergogna.
Nel silenzio generale, Romualdi prese l’uomo per la testa e la scosse. Gliela scuoteva con la rabbia e l’amore del camerata spazientito per lo sciocco comportamento di un camerata. E gli diceva in faccia: «Credevo fossi morto… perché non mi hai più dato notizie di te?».
L’altro lo guardò, si asciugò le lacrime e rispose: «Avevo paura che tu pensassi che ti cercavo perché sei diventato onorevole….». Ciò che più mi scoccia è non ricordare il nome di quell’uomo. Dovrebbe essere citato ad esempio.
Mi piace riandare con la memoria a quella serata perché c’è anche ad un divertente epilogo. Della serie: si piange e si ride, questa è la vita.
Pino Romualdi s’era preparato un discorso che cominciava più o meno così: «Sotto questo magnifico cielo stellato del Sud…» e cominciò a piovere.
Non ho mai più visto né sentito l’onorevole Romualdi.

Indoeuropei sul Palatino

Con il figlio ci fu un botta e risposta nella sede (mi pare) del Gruppo archeologico romano (in quegli anni il Gar era un covo di fascisti, oggi non lo so) a proposito della ceramica cordata. Adriano sosteneva una identità etnica precisa dei primi abitanti del Palatino perché gli scavi avevano portato alla luce un vaso realizzato, appunto, con la tecnica della ceramica cordata. Quella tecnica apparteneva ad una cultura nordica (quella dell’ascia da combattimento) e perciò il ritrovamento era, secondo Adriano, la prova della comune origine indoeuropea.
Premetto che anche a me piace pensare che i primi Romani fossero indoeuropei (anch’io come salernitano sono di origine osca e quindi indoeuropeo) ma quella sera mi ribellai. Oltre a qualche parruccone, c’erano parecchi ragazzi, di gran cuore e di “fede” (come ci dicevamo fra noi) che però andavano tenuti a freno. Non era proprio il caso che uscissero di lì convinti di essere i diretti discendenti dei Vichinghi. Perciò dissi che non era sicuro. Che una rondine non fa primavera. Che quel reperto forse era arrivato sul Palatino a forza di baratti. Che era il pezzo forte di una dote. Ne dissi di tutti i colori. Qualcuno rise e la tensione si smorzò. Ma Adriano se ne andò con la sua corte di quattro cinque persone (in senso buono, intendiamoci: erano suoi convinti estimatori e amici) chiedendo di sapere da dove fosse sbucato quel napoletano ignorante (soltanto un orecchio esercitato avverte la differenza tra il dialetto salernitano e il napoletano).
Ci siamo rivisti un paio di volte. Ma niente di che. Un giorno seppi che era morto in Germania.

Era la seconda volta in poco tempo che mi raccontavano di un camerata rimasto ucciso in Germania in un incidente d’auto. Sapete com’è. Il caso è uno, due sono una coincidenza, forse. Al tre, meglio stare in campana.
Essere sospettosi a volte è inutile e sciocco. Altre ti salva la vita.
Puccio Spezzaferro

Commenti sul Sito e/o su Facebook

commento(i). Per commentare, puoi utilizzare il tuo account di Facebook

Controlla Anche

Mario Capanna alla radio. Io al cesso

Vado al cesso e accendo la radio. Una voce dice che twitter sollecita la tempestività …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.