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Intercettate, intercettate, qualcosa resterà (utile per l’arresto)

Il magistrato ordina e il tecnico intercetta. Può capitare di spiare uno che gestisce una casa da gioco clandestina e scoprire che quel tale ministro è un giocatore d’azzardo strozzato dai cravattari e perciò ricattabile. Ci vuole poco ad aggiornare i reati e le utenze telefoniche. Il bravo magistrato diventa famoso e l’incosciente ministro deve fare le valigie.
«Da cosa nasce cosa, lasci fare… c’è la magagna», sfotticchiava Totò.
E’ una catena del diavolo invece che di sant’Antonio: intercetto il panettiere che parla con il commercialista che parla con il medico che parla con l’amante che parla con l’onorevole… da cosa nasce cosa.

Intercettare è lo strumento nobile che ha sostituito la tortura. Erano tempi non civili come oggi: il boia ti scarnificava finché non confessavi i reati tuoi, dei tuoi amici, dei tuoi parenti consentendo, così, all’inquisitore di arrestare altra gente, di torturarla e di scoprire altri colpevoli.
Il tecnico, pagato dal tribunale, cioè dallo Stato, cioè dal contribuente, intercetta su ordinazione. Gli unici limiti sono di ordine tecnologico e l’unica sfida è superare quei limiti: il resto è routine.
Che si tratti del presidente del Consiglio dei ministri o del presidente della Repubblica, non fa differenza.
Nessuno è al di sopra delle intercettazioni.
Prima o poi succederà di leggere sui giornali anche una conversazione di Benedetto XVI. Il reato? Quanti ne volete. E’ un capo di Stato e perciò potrebbe minacciare di ritorsioni, per esempio, il segretario del Partito comunista cinese se non la pianta di nominare vescovi. Oppure potrebbe strillare con il vescovo pedofilo e… eccetera.
Applicando puntigliosamente il codice una frase tipo “te la farò pagare” può costare anni di reclusione, pure se non gliela fai pagare affatto.

Summum jus, summa injuria

L’amministrazione della Giustizia è la cosa più difficile per un uomo. Conservare l’equilibrio interiore, mantenere sotto controllo la vanità, applicare la giusta elasticità (perché summum jus, summa injuria, cioè si commette un’ingiustizia applicando rigidamente una norma), riconoscere i propri errori e ripararli, indagare senza perseguitare… non è roba da piccoletti.
Ma questo è un altro discorso.
Le intercettazioni servono. Se vuoi arrestare un delinquente abile a non lasciare tracce, devi per forza mettergli sotto controllo il telefono. Ricordo che il figlio di un ministro evitava di telefonare da casa e si serviva di un telefono pubblico per evitare i controlli, ma un occhiuto sbirro non si fece ingannare. «Non esiste un giovane – arguì il maresciallo – che non telefona mai. Perciò seguiamolo, vediamo da quale cabina o bar parla e mettiamo quei telefoni sotto controllo». Il giovane evitò il peggio perché intervenne un ministro, amico del padre.
Ma divago. Anche questa è un’altra storia.

Se sono sufficienti un ordine di un giudice e un tecnico con la giusta attrezzatura per intercettare anche il Papa, figuriamoci che collezione di nastri si son fatti i servizi segreti di tutti i Paesi interessati a sapere cosa si combina a Palazzo Chigi o al Quirinale oppure nelle Sacre Stanze.
E i nostri servizi segreti? Non possono far niente? Non sono in grado di impedire le intercettazioni?
Uno di questi giorni potrebbe anche succedere di vedere in manette un capo dei servizi segreti intercettato per ordine di un giudice di Vietri sul Mare (bellissimo centro alla porte della mia città). Quel capo stava a telefono con un agente e gli suggeriva di usare un passaporto falso e di servirsi di un’auto rubata. Una sfilza di reati da qui a lì. A Regina Coeli, di corsa.

Il Quirinale, cioè Giorgio Napolitano, si è arrabbiato e ha deciso di bloccare le intercettazioni che lo riguardano. Non lo so come andrà a finire, ma so che ci sarà un’alluvione della solita ipocrita frase “nessuno è al di sopra della legge”.
Lo sanno tutti che non è vero, ma strillarla dà tanta soddisfazione. Soprattutto agli sfigati.
Giuseppe Spezzaferro

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