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Italia, solo decadenza e telefonini

L’Italia è in decadenza, purtroppo. Ma ci dobbiamo chiedere: ha toccato il fondo ed è in risalita? oppure sta ancora precipitando? La Storia è affollata di civiltà che decadono e scompaiono e offre pochi esempi di rinascite e resurrezioni. Non sarebbe però giustificabile – soprattutto per un internettuale – la rassegnazione all’inevitabile. E’ doveroso invece mettersi al lavoro per arrestare il processo di putrefazione in corso. Lo si può fare con successo anche grazie alle fotografie nitide e precise scattate da autorevoli istituti. Il Censis, per esempio, nel 41° Rapporto Annuale sulla situazione nazionale ci dà un’immagine penosa e terribile dell’Italia però si intravedono qua e là spiragli per correggere il trend. In breve: grazie agli strumenti di indagine e di analisi dei quali disponiamo non è impresa impossibile invertire processi che in altre epoche o in altre latitudini risultano praticamente irreversibili.

Il Censis scrive che dovunque si giri lo sguardo facciamo esperienza e conoscenza del peggio: nella politica come nella violenza intrafamiliare, nella micro-criminalità urbana come in quella organizzata, nella dipendenza da droga e alcool come nella debole integrazione degli immigrati, nella disfunzione delle burocrazie come nello smaltimento dei rifiuti, nella ronda dei veti che bloccano lo sviluppo infrastrutturale come nella bassa qualità dei programmi televisivi. E’ abituale allora ricavarne che viviamo una disarmante esperienza del peggio. Settore per settore, scrive il Rapporto, “nulla ci è risparmiato” e rileva “un’inclinazione al peggio che oggi ci fa rasentare l’ignominia intellettuale e un’insanabile noia”. E’, dunque, “una mucillagine sociale che inclina continuamente verso il peggio”.

Per il Censis la realtà italiana è costituita da una maggioranza che resta “nella vulnerabilità, lasciata a sé stessa”, “più rassegnata che incarognita” in un’inerzia diffusa “senza chiamata al futuro”. La realtà diventa ogni giorno “poltiglia di massa indifferente a fini e obiettivi di futuro”; la società è fatta di “coriandoli” che stanno accanto per pura inerzia.

Il Censis registra anche la presenza di una minoranza industriale, dinamica e vitale, ma “siamo dentro una dinamica evolutiva di pochi e non in uno sviluppo di popolo”. E precisa: “La minoranza industriale va per proprio conto, il governo distribuisce tesoretti” ma lo sviluppo non filtra perché non diventa processo sociale e la società sembra adagiata in un’inerzia diffusa.

La classe politica scossa dalla ventata di antipolitica non può fare – sottolinea il Rapporto – da collettore di energie. Solo delle minoranze “possono trovare la base solida da cui partire” e “sprigionare le energie necessarie per uscire dallo stallo odierno”; si tratta delle minoranze che fanno ricerca e innovazione, giovani che studiano all’estero, professionisti che esplorano nuovi mercati; chi ha scelto di vivere in realtà locali ad alta qualità della vita; minoranze che vivono l’immigrazione come integrazione, che credono in un’esperienza religiosa e sono attente alla persona, che hanno scelto di appartenere a gruppi, movimenti, associazioni, sindacati. Le diverse minoranze dovranno gestire da sole una sfida faticosa, immaginando spazi nuovi di impegni individuali e collettivi. Sul fronte della portafoglio il 74% degli italiani si sente povero e dopo l’introduzione dell’Euro che per il 90% ha infiammato i prezzi, rivede in un’ottica strategica il proprio budget familiare e i consumi. Il Censis rileva “una crisi del consumatore, impaurito all’idea di non disporre di risorse economiche sufficienti per far fronte alle proprie spese, impaurito dalla mancanza di certezze per l’immediato futuro”.

Cosa fare allora, visto che gli stipendi non crescono? Gli italiani hanno pensato di riorganizzarsi e di rivedere le loro priorità di consumo. La voce maggiormente in crescita sono le spese per l’abitazione passate in dieci anni, dal 1996 al 2006, dal 20,6% al 26% attestandosi al 31% se si includono le spese per l’energia. Ed è sempre la casa uno dei primi capitoli di spesa: poco meno di 2,4 milioni di famiglie hanno un mutuo a carico che comporta un esborso medio annuo di 5,5 mila euro pari a circa il 14% della propria spesa. Per oltre 622 mila famiglie, con una spesa media mensile fino a 2mila euro, il peso del mutuo sale a quasi il 27% della propria spesa totale e per i single giovani al 19,2%. Sale così il ricorso al credito al consumo passato da circa 48 miliardi del 2002 a oltre 85,6 miliardi del 2006, con un incremento del 78%. L’acquisto a rate viene praticato dal 35% delle famiglie e per oltre il 45% di esse, è l’unica chiave di accesso per acquisti che non potrebbero permettersi. Le famiglie insolventi rappresentano solo l’1,7% mentre le famiglie che dichiarano difficoltà nel far fronte alle rate è il 6,3%, che sale all’8% al Sud. Poco meno del 3% confessa di lasciarsi andare “talvolta” a piccoli o grandi lussi.
Il Censis registra anche una crescita del 50% nel 2001-2006 per apparecchi per la telefonia, del 38% per pc e macchine fotografiche. Non solo, ma solo nei primi tre mesi di quest’anno, 5 milioni di italiani hanno speso oltre 91 milioni per acquistare brani musicali, giochi e videoclip scaricabili sul cellulare. Nel 51% delle famiglie poi è presente una voce fissa di spesa mensile per lo sport e la palestra. A queste spese di falso status symbol si affianca il dato che sette famiglie su cento rischiano di non pagare i debiti alla fine del mese.

Fra i giovani, e chiudiamo con questa annotazione “illuminante” il bullismo a scuola attiva “fino al 44,7% la quota di coloro riferiscono di piccoli furti e, rispettivamente, al 36,3% ed al 35,2% quella di quanti hanno avuto notizia di aggressioni fisiche e di estorsioni di denaro avvenute all’interno dell’Istituto”.

A questo punto la ricetta di internettuale.net è una sola: pulizia etica usando a modello le campagne di pulizia etnica.

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