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Lisbona, addio

Il rapporto sull’attuazione della Strategia di Lisbona dice che, dopo l’euforia del 2006, in cui la crescita del Pil ha registrato il record dal 2000 (grazie alla ripresa internazionale ed anche alla finanziaria varata dal governo di centrodestra), per il 2007 “lo slancio della crescita ha perso vigore”. Amen.

Sul fronte del lavoro, il tasso di popolazione occupata rimane al 58,9% e gli analisti precisano che è “ben al di sotto della media Ue”. Le prospettive a medio termine per l’economia italiana quindi “rimangono incerte, sotto il peso di una debolezza strutturale generata dalla bassa crescita della produttività e da un alto livello di indebitamento pubblico”. Per le teste d’uovo della Commissione europea il consolidamento dei conti pubblici è “ precondizione necessaria, giacché aiuta a creare condizioni più favorevoli agli investimenti e lascia spazio per una maggiore spesa su conoscenza, capitale umano e infrastrutture”. Una bacchettata al governo Prodi qui è inevitabile. Gli analisti infatti sottolineano che “l’Italia avrebbe potuto fare di più, visto il ciclo favorevole e gli sviluppi del bilancio”. Ma non è tutto.

L’attuazione della riforma della pensioni, dice la Commissione, “rimane cruciale per assicurare la sostenibilità a lungo termine” dei conti pubblici. Il capitolo-ricerca (cardine della strategia di Lisbona lanciata nel 2000) è un altro punto dolente: secondo gli esperti Ue l’Italia “il livello complessivo di spesa rimane basso”. Per quanto riguarda la pesante lenta costosa macchina burocratica, la Commissione auspica “misure di miglioramento dell’efficienza nel settore pubblico, dove la produttività è bassa rispetto ai livelli internazionali”. Ma come si fa? I burosauri sono l’altra faccia di una gerontocrazia politica impermeabile al ringiovanimento.

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