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Wojtyla a Termini. Un bidone senza data

Passando davanti al catafalco che nasconde a noi villici il bidone-omaggio a Papa Wojtyla non ho resistito alla tentazione di fare l’ennesima fotografia. Su cartellone che fa da carta d’identità del cantiere ci sono due date: una dice quando sono iniziati i lavori (cioè il 9 gennaio 2012) e l’altra è la data di ultimazione dei lavori.

Come si vede dalle foto, l’ultimazione slitta. Con pecette appiccicate alla bell’e meglio o con ben mimetizzate strisce di carta, i padroni del cantiere spostano la data di fine lavori avanti nel tempo. Adesso la data è: 30 settembre 2012.

Ovviamente i romani non stanno con il fiato sospeso in attesa di vedere l’opera compiuta. Quel recinto di prezioso legname che occupa un’aiuola davanti alla Stazione Termini non è in cima ai loro pensieri.
Ma io vedo (e probabilmente non sono il solo) la storiaccia del bidone come una metafora della gestione capitolina. La pervicacia con la quale il sindaco Gianni Alemanno impone alla pubblica vista un mostriciattolo, che a tutti (tranne che a una misera cerchia di plaudenti) fa orrore, diventa tangibile segno di una condotta politico-amministrativa inquinata da pressappochismo, velleitarismo e personalismo.
Per sommi capi la vicenda della cosiddetta statua di Papa Giovanni Paolo II è questa: un gruppetto di persone in cerca di visibilità e un sindaco che di arte mastica poco o niente.

Una onlus (la Fondazione Silvana Paolini Angelucci) ottiene di occupare uno spazio centrale della città con un regalo (ah! timeo Danaos et dona ferentes) per le celebrazioni della beatificazione di Papa Wojtyla. Il dono è una “scultura” di un certo Oliviero Rainaldi, sconosciuto ai più ma destinato a diventare famoso grazie all’esposizione in una piazza dove passano centinaia di migliaia di persone al giorno. Per cogliere lo stesso obiettivo, Rainaldi avrebbe dovuto spendere milioni di euro in spot, manifesti e mostre itineranti.

Il giorno dell’inaugurazione (18 maggio 2011), Alemanno definisce l’opera «bella e suggestiva» e con abituale magniloquenzia la dichiara «traccia indelebile nella porta d’accesso della città».
Una volta messi a riposo tamburi e fanfare, è però partito il tam tam della gente (quella che non conta niente, ma vota) ed è stato un suono omicida per l’entusiasmo di Alemanno.

La triste verità è che il grosso tubo di cinque metri d’altezza con in cima una palla (che dovrebbe essere la testa del Papa) non piace a nessuno (www.internettuale.net/691/non-e-wojtyla-e’-una-granata-vuota www.internettuale.net/694/il-beato-karol-consumato-dall%E2%80%99acqua www.internettuale.net/804/alemanno-fa-la-guardia-al-bidone www.internettuale.net/890/beato-karol-pensaci-tu-4).
Qualcuno addirittura parla di offesa al Beato Karol.

Il sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Giro spara a zero: «Si tratta di un’opera infelice, è brutta, sgraziata, senza armonia, togliamola subito da lì, non vedo dove sia la difficoltà».
Il sovrintendente capitolino Umberto Broccoli si ripara dietro la Chiesa («è stata avallata dal Vaticano»). Potrei scherzare sul fatto che Giro e Broccoli abbiano poi perso le rispettive poltrone, tirando in ballo una maledizione polacca, sorella minore di quella egizia e di quella aztecha, ma la tragicommedia ha già sufficienti ingredienti senza che io debba aggiungerne altri.

La situazione generale, dunque, si fa insostenibile dopo che un po’ di pioggia riduce la “statua” ad una sorta di residuato bellico.
Alemanno anticipa che si farà un referendum per sapere esattamente cosa pensino i romani. Poi annuncia che è stata formata una speciale commissione per esaminare la possibilità di smontare l’accrocco e spostarlo in un luogo meno frequentato. L’autore fa sapere che l’opera si è rovinata un po’ per il trasporto e un po’ perché non aveva avuto abbastanza tempo per metterla a punto.
Non so perché (qualcuno lo sa?) ma il bidone deve restare là dov’è. Dopo mesi e mesi di polemiche, di annunci e controannunci, la decisione: si farà qualche aggiustamento e così, al riparo di una palizzata di legno, a gennaio di quest’anno parte il cantiere.

Di quali aggiustamenti si tratta? Innanzitutto va rifatto il volto per farlo almeno rassomigliare un po’ a Wojtyla. Poi vanno smontate e rimontate saldature e patine. Insomma, dal bozzolo deve uscire la farfalla.
Ad aiutare l’artista sono arrivati specialisti artigiani da Verona. I costi sono a carico dell’onlus, ma la spesa vale l’impresa: il ritorno pubblicitario è praticamente senza prezzo.
A fine settembre vedremo il capolavoro o un’etichetta con una nuova data?
Giuseppe Spezzaferro

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