Vetrina / ATTUALITÀ / Europa / Thiriart e l’antifascismo al servizio di Mosca

Thiriart e l’antifascismo al servizio di Mosca

Sono stato rimproverato di non aver scatenato una bella e proficua polemica intorno alla mia traduzione di Thiriart. Onde evitare maliziosi chiocciolii, dico subito che tra i criticoni non c’è il mio amico Gilbert, editore di “L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini” (avataréditions, 2011).
Sul fatto che avessero ragione, dal punto di vista commerciale, non ci sono dubbi. Un libro è un prodotto come un altro ed ha bisogno di essere pubblicizzato (“promosso”, si dice convenzionalmente per un rimasuglio di pudore) sennò non vende. Gli editori che se lo possono permettere trovano il modo di far “promuovere” il libro in televisione.

Anni fa al Maurizio Costanzo Show un noto personaggio aveva in una tasca della giacca un libro del quale si vedeva il titolo. Mi pare fosse un testo di filosofia; comunque non era un romanzetto di facile lettura. Il giorno dopo l’apparizione televisiva quel tascabile andò a ruba nelle librerie.
Bella scoperta! La tv è il più efficace piazzista. Vende di tutto e di più. Ho citato il fatterello perché è meglio tener sempre presente in quale tipo di società viviamo.
Anche al grosso editore non dispiace se alla “promozione” solita arrivi una qualche spinta straordinaria”. Chessò, uno scandaletto, una baruffa durante una presentazione al pubblico, una libreria assaltata… basta scorrere le cronache per trovare una infinità di “incidenti” a corollario dell’uscita di un nuovo libro.
A maggior ragione, argomentano i miei criticoni, una piccola casa editrice deve sfruttare al massimo la “promozione” straordinaria.

UNA INTERPOLAZIONE INSPIEGABILE

Per quanto riguarda la mia traduzione di “Un Empire de quatre cents millions d’hommes, l’Europe”, avrei potuto fare un po’ di rumore attaccando la traduzione fatta da Massimo Costanzo nel 1965 per conto di Giovanni Volpe Editore.
Prima di “denunciare” le debolezze di quella traduzione, debbo dire però due cose.
La prima: il libro di Jean Thiriart uscito nel 1965 fu subito per me la bibbia del mio essere europeista. Ho raccontato anche nella postfazione alla mia traduzione che nel 1957 (avevo 10 anni) mio padre mi spiegò l’Euratom con l’entusiasmo (gli ridevano gli occhi) che metteva di solito quando parlava di Rita Hayworth.
A Roma hanno firmato un trattato, mi spiegò, che darà anche a noi europei la bomba atomica. E, affinché il concetto mi fosse ben chiaro, mi raccontò per l’ennesima volta i criminali bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.

La seconda cosa è che Giovanni Volpe, figlio di Gioacchino autore di preziosi libri di storia, fondò la casa editrice proprio per pubblicare autori che altrimenti sarebbero rimasti sconosciuti ai più (Pierre Drieu La Rochelle, Ernst Junger, Robert Brasillach sono i nomi che mi vengono subito in mente ma sono stati tantissimi) e il suo lavoro merita il massimo rispetto.

Fatte le due premesse, vengo al punto.
Nel Capitolo II, al paragrafo titolato “Fascismo e antifascismo: anacronismi” (pagina 56 dell’edizione di Volpe del 1965) è scritto:
«Il neo-fascismo, che dovrebbe più correttamente chiamarsi post-fascismo o fascismo dei ricordi (solo i riti si sono conservati mentre la fede e lo slancio non esistono più), è un romanticismo da condannare, non fosse altro che per la sua inefficacia totale e congenita. Quanto al neo anti-fascismo, si tratta di un cavallo di Troia al SOLO servizio di Mosca. In politica si guarda sempre avanti e mai indietro. Non si partecipa alla Storia contemporanea guardando in uno specchio retrovisivo».
Nel testo francese questo brano non c’è. Chi e perché avesse deciso di aggiungerlo non lo so. La polemica politica a volte gioca brutti scherzi alla verità delle cose.
Se avessi, dunque, puntato il dito contro la “falsificazione” del testo, contro la “manipolazione” e via accusando, uno spazietto me lo sarei facilmente procurato e il mio editore avrebbe venduto qualche copia in più.
Avrei dovuto denunciare il fatto per richiamare al rispetto filologico ma rabbrividivo alla sola idea che si sarebbe pensato l’avessi fatto per farmi pubblicità, pardon, per promuovere il libro.

UNA TRADUZIONE ABBORRACCIATA

Oggi, a distanza di due anni dall’uscita della mia traduzione, posso pure accontentare i miei criticoni. Così, con la scusa di promuovere il libro, do qualche ulteriore informazione utile su avvenimenti che la traduzione di Volpe aveva ignorato.
Per esempio a pagina 282 si legge «…Paul Reynaud “della ferrovia”…» (nell’originale: «…Paul Reynaud “de la route du fer”…»).
Nella mia traduzione ho messo tra parentesi: «nel 1940 il primo ministro francese annunciò maldestramente che la via del ferro dalla Norvegia alla Germania era stata tagliata».
Reynaud, dunque, era “famoso” per la “strada del ferro” e non per la “ferrovia”.
Paul Reynaud al Senato il 16 aprile 1940 aveva solennemente dichiarato “sous les vifs applaudissements des sénateurs français que «la route du fer suédois est coupée», que «les alliés sont à Narvik et qu’ils tiennent la route permanente du fer».
Due notizie infondate, dunque. La prima era che era stata bloccata la strada del ferro svedese e la seconda che gli inglesi avevano occupato Narvik (il porto per l’esportazione del ferro scavato nelle miniere svedesi di Kiruna) e tenevano saldamente la via del ferro.
La seconda guerra mondiale era in corso da un anno e il ferro svedese serviva all’industria bellica del Terzo Reich.

A pagina 302 della traduzione di Volpe leggiamo: «Nell’Urss, gli psicopatici vengono eliminati dal Partito. Qui invece li si inquadra».
Ma la frase originale era: «…Ici les cocos les encandrent» e perciò traduco: «Qui i comunisti li inquadrano».
Coco”, oltre a significare “cocco”, “cavolo”, “tipaccio”, “cocaina” e qualche altra cosa, è sostantivo/aggettivo gergale per indicare spregiativamente il “comunista”. L’impersonale «li si inquadra» è ben diverso da «i comunisti li inquadrano» e non capisco la scelta di quel traduttore. Non voglio pensare che non conoscesse la versione gergale di “coco”.

Non sono pochi i sostantivi, gli aggettivi e le espressioni idiomatiche che subiscono il tradimento di una pessima interpretazione del traduttore. Faccio un esempio per tutti e la pianto qui.
Incivique” (che “ilBoch” nemmeno annovera, limitandosi a riportare “civique”) non si traduce con “incivile” o “anticivico” et similia.
In Belgio (e Thiriart è belga) durante l’occupazione da parte delle truppe tedesche, “incivique” indicava chi collaborava con la Wehrmacht e perciò io ho tradotto “antipatriottico”.
Giuseppe Spezzaferro

Commenti sul Sito e/o su Facebook

commento(i). Per commentare, puoi utilizzare il tuo account di Facebook

Controlla Anche

Merkel perde a vantaggio dell’Afd. Putin stravince

La Cdu (Christlich demokratische union Deutschlands, Unione cristiano-democratica di Germania), il partito della Kanzlerin Angela …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.