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Berlusconi rinuncia, ma la Sicilia potrebbe…

Silvio Berlusconi ha annunciato che non si candiderà più alla presidenza del Consiglio. “Forse che sì, forse che no”, intitolò Gabriele d’Annunzio un romanzo dominato dal capriccio femminile e dai rischiosi voli aerei dell’epoca (nel 1940 gli aeroplani erano di carta e compensato). Inutile azzardare previsioni. Ci sono le stesse probabilità che il tycoon di Arcore mantenga la parola o che cambi idea.
Il primo test che saggerà la robustezza della proclamata rinuncia saranno le elezioni siciliane. Nessuno può essere certo che il Cavaliere, all’indomani di un risultato “amico”, non cederebbe alla tentazione di ridiscendere in campo.
Già Tacito duemila anni fa insegnava che in politica non sono eterni né gli amici e né i nemici. Ma di rado veniva meno la fedeltà alle idee. Oggi, la politica politicante si ingrassa proprio con le promesse mancate e l’infedeltà alle idee professate. L’assoluta mancanza di coerenza («Mica sono un palo»: rivendica il furbastro che passa da una greppia all’altra senza vergogna) è nella natura stessa di chi calca le scene del teatrino della politica.
Il sudario steso sulle ideologie dichiarate morte diventa componente basilare della piroetta contrabbandata quale atto di vitalità politica.

IL 28 OTTOBRE, GIORNO FATIDICO

In Sicilia si vota il 28 ottobre. Nello stesso giorno, 90 anni fa, si compiva la Marcia su Roma che “elesse” Benito Mussolini capo del governo. Azzardo il richiamo storico un po’ per scandalizzare e un po’ per sottolineare il prossimo terremoto politico siciliano.
Non avremo, questa volta, i soliti risultati sui quali tutti, vincitori e vinti, solitamente si esercitano con mille artifici interpretativi. Prevedo, invece, che più di qualcuno farà i salti mortali per dimostrare che il test siciliano è “locale” e che il quadro esatto dei rapporti di forza, sia all’interno dei vecchi partiti che tra questi e le nuove formazioni, lo si vedrà esclusivamente alle elezioni politiche.
Chiacchiere a parte, lo stato dell’arte è quello che è. Il Pdl è in agonia. Il Pd è sull’orlo della scissione. Degli altri inutile parlare. Come in un museo delle cere, sono esposti i soliti Casini, Di Pietro, Fini, Rutelli… niente di serio. Che uno di loro prenda più voti degli altri, conta zero. La Sicilia darà la prova provata che ci troviamo nel pieno di una rivoluzione.

UNA RIVOLUZIONE DI TIPO NUOVO

Rendersene conto è difficile: non scorre sangue per le strade; non ci sono piazze con patiboli al centro; non si vedono masse di profughi in fuga. Non si scorge nemmeno l’ombra dei classici tradizionali soliti inevitabili crismi della rivoluzione.
I giornali e le televisioni tracimano di proclami inneggianti al cambiamento, alla rottamazione, alla successione, alla rinascita e via proclamando, ma gli unici concreti scossoni sono quelli che seguono al tintinnio delle manette. A decidere che il ceto politico dominante debba fare spazio alle “nuove” leve sono soltanto i tribunali con tutto il peso di un apparato invincibile (intercettazioni, pentiti, pedinamenti, perquisizioni, arresti…).
Qualche vittima innocente non fermerà la triste macchina da guerra giudiziaria. Per deviare il fiume straripante di toghe e ricondurlo nell’alveo che gli è proprio, occorrerebbero uomini straordinari alla guida di un movimento straordinario. Al momento, i più accaniti outsider modello Grillo si servono degli arresti e delle inchieste per attirare la gente che non ne può più di scandali e ruberie. Il fatto che in giro ci siano soltanto esplosioni di rabbia e demagogiche sollecitazioni è segno esatto dell’assenza di una idea risolutiva.

MANCA IL GRIDO DI BATTAGLIA

Altro elemento visibile, che manca alla rivoluzione in corso, è il fine cui essa tende. Del tutto assente lo slogan (nella sua accezione originaria di grido di battaglia) tipo: o Roma o morte; unità d’Italia; abbasso il papa-re; viva la libertà; e via strillando. Che ci sia qualcheduno che tuttora inneggi alla dittatura del proletariato è alquanto marginale.
Per dirla tutta, mancano anche i rivoluzionari. Non parlo dei capi delle passate rivoluzioni, di quelle che massacravano gli avversari senza pietà. A legittimare le violenze era il modello di società che la rivoluzione voleva imporre per il bene di tutti. Tagliava la testa ad un monarca per stabilire l’uguaglianza tra i cittadini. Fucilava una famiglia di regnanti per liberare i servi della gleba. Ma in testa avevano i Cromwell, i Robespierre, i Lenin, uomini capaci di smuovere la gente. In assenza di veri capi, la gente mugugna inveisce fa la faccia feroce ma non si muove di un millimetro. Non rischia, non dico la pelle, ma nemmeno la trasmissione tv preferita.

Manca tutto di una rivoluzione, eppure ci stiamo dentro fino al collo. Nelle società opulente, cosiddette occidentali (Giappone incluso) non c’è spazio per una rivoluzione vecchio tipo. Nell’immaginario collettivo, non c’è rivoluzione se non c’è la ghigliottina. Ma l’immaginario collettivo sta male combinato.
Giuseppe Spezzaferro

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