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Palermo-Roma, si rifà l’Italia. Da sé

La Sicilia è una nazione a parte. Le sue scelte politico-amministrative sono sempre originali. E’ arduo tentare di trasferirle sul Continente. Il risultato dipende dalle circostanze. Per sommi capi, si può dire che la Trinacria (più che con i tre promontori il nome ha che fare con la triscele, ma questa è un’altra storia) è un laboratorio politico in persistente attività.
Non è vera la strafamosa frase del lampedusiano principe di Salina («Qualcosa doveva cambiare perché tutto restasse com’era prima»). Sono quelli che guardano da fuori la Sicilia (o che stanno dentro ma non sanno guardare) a credere nell’immobilismo siculo. Per loro i siciliani sono sempre quelli con la coppola e la lupara, maschilisti e ignoranti, mafiosi e clericalfascisti, eccetera ecceterone.
Non sanno vedere che la Sicilia cambia continuamente nel profondo. All’interno del vulcano niente sta fermo. L’immobilità della montagna nasconde il perenne sconquasso. «Aiuto! Si è svegliato!»: urla la gente quando il vulcano erutta fuoco e lava. S’era addormentato? Ma quando mai.

Oggi c’è un gay eletto dai siciliani a governarli. Qualche intellettuale ha parlato di una sconfitta della Sicilia maschilista. Ci sono persone affezionate ai luoghi comuni; se anche ascoltano e vedono un negro stonato e disarmonico ripetono estasiati: «Ah, i neri. Hanno il ritmo nel sangue». Loro dicono “neri” perché negli Stati uniti “negro” è un’offesa. Il fatto è che noi diciamo “negro” perché viene dal latino “niger/nigrum” e senza voler offendere, gli americani dicono “nigger” (offesa terribile come recita il Dictionary.com: «The term nigger is now probably the most offensive word in English») perché così chiamavano gli schiavi africani.
Se sfogliamo, però, qualche testo americano, scopriamo che non per tutti la parola “nigger” è offensiva. Non so dire quando sia cominciata la guerra delle parole alla fine della quale è stato imposto il termine “black” (nero) perché politically correct.
Sono esagerazioni ipocrite tipo quella di chiamare non vedente il cieco. La verità è che, tranne le parole ingiuriose di per sé, le altre diventano un’offesa in rapporto a chi le pronuncia e al contesto nel quale sono dette. Basti pensare alla parola “rabbino”, per esempio.

L’ATTUALITA’ DI THIRIART

I risultati elettorali siciliani del 28 ottobre scorso (avevo giocato sulla data ricordando la Marcia su Roma di novant’anni fa) hanno più che mai una valenza nazionale e, vorrei dire, europea. Appare infatti evidente che la gente non ne può più di una politica parolaia inefficiente e truffaldina, la quale non garantisce alcunché.
E’ come nel resto d’Europa.
Dal rifiuto greco di continuare a stare in una Unione non più in grado di dare benessere a quello francese, spagnolo, irlandese e, anche se minoritario, a quello italiano, è tutto un fronte che benevolmente viene definito “euroscettico”, ma che in realtà è ostile all’Europa.
Non c’è niente da scandalizzarsi. Jean Thiriart scriveva quasi mezzo secolo fa: «La nascita dell’Europa sarà guidata con successo da una piccola minoranza attiva, di fronte ad una smisurata massa indifferente e contro una solida minoranza attaccata sia ai ricordi sia ai benefici del passato. Le masse non desiderano l’unificazione dell’Europa come puro fatto politico, come fatto storico, esse l’accettano nella misura in cui ne deriveranno – e toccherà fare loro una convincente dimostrazione – la diminuzione del prezzo delle automobili o l’aumento del potere d’acquisto» (Jean Thiriart “L’Europa: un impero di 400 milioni di uomini”, avataréditions 2011).
Manca il lavoro, salgono i prezzi, scarseggiano i quattrini e quindi la gente conclude che questa Europa non serve a niente, anzi, è dannosa e che è meglio uscirsene. Ragionamenti erroneamente giudicati da bottegai. Un bottegaio non commette l’errore di pensare che starebbe meglio tornando alla lira.

IL VOTO SICILIANO

La Sicilia, ripeto, è una nazione a parte, ma a volte ciò che vi succede ha forti ripercussioni oltre lo Stretto. Come stavolta.
Il massiccio rifiuto di andare a votare mi sa tanto che non sia soltanto una rivolta siciliana.

Avevano diritto al voto più di quattro milioni (4.647.159 per l’esattezza).
Sono andati a votare in circa 2 milioni (2.024.696).
Hanno disertato le urne, quindi, in più di 2 milioni e mezzo (2.622.463).
Più della metà dei siciliani ha espresso il proprio dissenso nei confronti del “sistema” (ah!, il ’68) non andando a votare.
Se in Italia ci fosse stato un regime dispotico (in effetti c’è, ma non ufficialmente) i media di tutto il mondo avrebbero esaltato la “Primavera” (lontani i tempi dei Vespri) siciliana.
Giacché c’è democrazia, almeno in apparenza, l’astensionismo è giudicato come una normale opzione in un contesto di libere elezioni.

In realtà, nelle democrazie (sospese o meno, posticce o controllate) il voto che spaventa per davvero è la scheda annullata.
Gli analisti e gli intellettuali in servizio permanente effettivo possono escogitare mille ragioni per spiegare perché uno non va a votare. Non è detto che l’astensione sia tutta intera un “no”.
Sulla scheda annullata, invece, non si può montare un equivoco interpretativo. Piuttosto che andare al mare, il bravo (e incazzato) cittadino è andato a votare e, scrivendo sulla scheda un’offesa o un simbolo di rottura, ha espresso chiaramente il rifiuto. Punto e basta.
Se anche le prossime elezioni nel Lazio e in Lombardia daranno la vittoria al cosiddetto “partito dell’astensione”, vorrà dire che l’Italia è pronta per un vero cambio di regime.
Ma se si verificasse una tracimazione di schede nulle, il mondo saprebbe con assoluta certezza che gli italiani lo vogliono subito, un cambio di regime.
Che passa anche sui cadaveri dei partiti egemoni.
L’Ottocento è finito da un pezzo e anche il Novecento è alle nostre spalle da un bel po’. Il verbo “digitare” ha messo in disparte il verbo “scrivere”, eppure restiamo abbarbicati a schemi d’altri tempi. Il sistema dei partiti è tuttora moribondo grazie all’accanimento terapeutico, altrimenti sarebbe da anni morto e sepolto.
Chi ha perso voti in Sicilia? Quelli che rappresentano, sia pure con sigle “aggiornate”, il vecchio Partito comunista italiano e la vecchia Democrazia cristiana.
La crisi non è di oggi (basti pensare che già trent’anni fa Dc e Pci cercarono di allungarsi la vita stringendo un’aperta alleanza) e sono sorpassate le soluzioni fin qui adottate. Sanno di stantio e la gente ne sente la puzza.

I NUMERI RIVELATORI

A perdere più voti è stato il Pdl: ha avuto 247.351 voti.
Alle regionali di aprile 2008 aveva avuto 900.149 voti.
Il Pdl ha perso 652.798 voti.
Parlare di emorragia è poco.

Il Pd ha avuto 257.274 voti.
Alle regionali di aprile 2008 aveva avuto 505.420 voti.
Il Pd ha perso 248.146 voti. La metà.

L’Udc ha avuto 207.827 voti.
Alle regionali di aprile 2008 ne aveva avuti 336.826.
L’Udc ha perso 128.999 voti.

Pdl, Pd e Udc hanno perso in totale più di un milione di voti (1.029.943 per l’esattezza).

Quello che tutti indicano come il grande vincitore, il Movimento 5 stelle, ha avuto 285.202 voti.
Alle regionali di aprile 2008 ne aveva avuti 69.511.
Ha avuto 215.691 voti in più.
Tutta questa camurria per poco più di duecentomila voti?

Gianfranco Miccichè (l’ex “pupillo” di Berlusconi) ne ha presi da solo 115.444.

E’ stata una “vittoria” quella del Movimento 5 stelle che richiama alla mente il “Beati monoculi in terra caecorum”. Fra i ciechi quello con un occhio solo sta meglio di tutti, è ovvio.
Il risultato elettorale di Grillo&compagnia bella sbalordisce perché la base di partenza non arrivava nemmeno a 70 mila voti. Va anche considerato il fatto che il candidato presidente di M5s ha preso 115.804 voti in più voti della lista. Vuol dire che circa 120 mila siciliani hanno votato per la persona e non per la lista.

La situazione a Palazzo dei Normanni è alquanto confusa. Chi sosterrà il presidente eletto Rosario Crocetta? L’alleanza Pd-Udc ha “prodotto” 25 seggi. Più i 5 “personali” di Crocetta fanno 30.
Al momento il governatore ha 30 seggi su 80. Dove racimolerà gli altri? Il suk è aperto.
Giuseppe Spezzaferro

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