Vetrina / DIBATITTO / Società / Miami airport: regole Usa, poliziotti caraibici

Miami airport: regole Usa, poliziotti caraibici

di Agata

Ho cercato su internet una spiegazione a ciò che mi è accaduto all’arrivo negli Usa e per la precisione all’aeroporto di Miami come passeggera in transito e con regolare moduletto immigrazione compilato in aereo ed Esta (Electronic system for travel authorization, l’ultima trovata per buttare soldi e non chiedere il visto) per l’ingresso negli States (sì, lo devi compilare anche se poi non ci soggiorni).
Era la terza volta che varcavo la “soglia” nella mia vita, l’ultima a luglio, a Los Angeles dove il controllo era stato rapido e, a parte qualche domanda, nulla più.
Al controllo biometrico (impronte digitali e lettura oculare), la “controllora” ha messo da parte il mio passaporto e con un tono basso parecchio farfugliante e senza guardarmi negli occhi mi ha detto di aspettare.

E’ arrivato un poliziotto che mi ha chiesto di seguirlo. Mi hanno portata in una stanza, quella “classica” americana dei film con le vetrine dove tu sei da una parte e la polizia dall’altra.
Stavo per armarmi di telefono per chiamare mio padre che mi aspettava fuori, non tanto per denunciare il fatto che mi trovassi chiusa là dentro, quanto per la risposta che non avevo ricevuto alla mia domanda sul motivo di quel trattamento “speciale”.
Un ragazzo italiano stava lì dalla sera prima.
E a quel punto hanno iniziato a tremarmi le gambe.
In America hanno fatto un business dell’11 settembre e Miami è la zona per eccellenza di immigrazione dal Sudamerica, Cuba per prima; il ricettacolo di quella delinquenza partorita da chi era morto di fame prima e c’è rimasto dopo e di quello strascico di vivo terrore per i Bin Laden della situazione e cicloni terroristici.
Mi hanno ovviamente fatto il terzo grado, terzo grado in spagnolo.
Poliziotti caraibici. Sudamericani.
Cubani fuggiti, che per loro fortuna non sono morti in bocca a qualche squalo o congelati nelle stive dei cargo.

Ho risposto alle loro domande forzandomi alla calma e sfruttando la lucidità residua con la quale avevo cercato di camuffare tremolii di timore e di stanchezza.
«Come ti chiami?, dove vai?, quanto ti fermi?, perché vai?, quando rientri? ta ta ta ta ta…».
Mi hanno guardato le mani e mi hanno rilasciata.
Una presa per i fondelli (nel vero senso della parola, tutti armati i tipi, veri american soldier). Si vede che alla signora al controllo non ero piaciuta. Controllo random probabilmente. Mi hanno rilasciata dandomi, fra le risa, l’indicazione sbagliata di uscita.
Ma da dove ero entrata sarei anche uscita. Ed è quello che ho pensato e fatto, senza girarmi o rispondere alla provocazione perché là se ti azzardi ti (de)portano direttamente in un centro senza possibilità di comunicare con il mondo in attesa del primo volo che ti riporti da dove sei venuto e un calcio in culo.

Al ritorno è avvenuto di peggio. Ho sentito un botto incredibile. Una ragazza è svenuta e di istinto mi sono precipitata quando ho visto quegli imbecilli buttarcisi sopra ed ho urlato nella calca: «Deve prendere aria!, lasciatela respirare!».
Un poliziotto mi ha allontanata e mio padre mi ha detto preoccupato: «In Israele ti faresti arrestare».
Già, in Israele mi avrebbero arrestata senza troppo esitare.
(un controllo medio in Israele dura 6 ore dove ti chiedono sempre la stessa cosa nella speranza che tu perda la pazienza. I frustrati, loro. I perseguitati, loro).
Dopo il delirio, il poliziotto (rigorosamente caraibico) non ci ha preso neanche le impronte e vedendo la fretta che avevamo di prendere il volo per Roma ci ha fatto passare.
Mi ha fatto pena. Aveva una congiuntivite pazzesca. Bianco come un cencio e gli occhi appiccicati.
Da là è rispuntato con forza un sentimento in me già presente e per molti versi non del tutto cosciente; provo una specie di odio vedendo soldati al servizio di uno Stato che non ti permette di stare a casa se stai male.
Soldati fuggiti da una tipologia di fame “hasta siempre” per ritrovarsene in un’altra camuffata dalle eroiche parole “enduring freedom” per uccidere anche il vicino di casa.

Ho provato una tristezza infinita.
L’ho provata anche per quei tizi che mi avevano fermata all’andata. O fai così e ti comporti come dicono loro provando perenne paura o sei fuori, access denied in America.
Questa si ragazzi che è globalizzazione!
Da persecution sioniste a santerie cubane passando per il made in Usa!

LORO. Gli enduring freedom.
Burattinai della vita altrui.
GLI ALTRI. American people & derivati.
Burattini, rotti per giunta, nelle loro mani.

Per l’ennesima volta, ho avuto una conferma.
Ho cazziato (non è da me, avevo semplicemente i nervi spappolati) a Fiumicino un tizio che sosteneva l’eccellenza dei controlli a Miami.
Il mio esordio alla sua affermazione è stato: «E’ una merda». Lui: «Poverini, con tutto quello che hanno avuto» ed io: «Sì, poverini LORO, con tutto quello che si sono fatti…da soli».

Domanda:
Le credenze comuni popolari dell’eroe americano nel grande schermo di ritorno da una bella vacanza alle Bahamas low cost sono davvero la massima consapevolezza che il mondo ha?
Mi stupisce quanto ancora sia alta la percentuale di imbecilli che danno del “poverino” al compagno oltremodo imbecille oversea.

E’ da tempo che mi pongo questa domanda.
La risposta è denied e, se non addirittura peggio, muta.
Ma nei film si, sono davvero invincibili.
LORO hanno Rambo.
E pure CSI.
Agata

Commenti sul Sito e/o su Facebook

commento(i). Per commentare, puoi utilizzare il tuo account di Facebook

Controlla Anche

Renzi padre-figlio. Non è questo il… fatto

Marco Lillo ha pubblicato parte di un’intercettazione di una telefonata tra il figlio, Matteo, e …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.