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Bersani-Renzi, le elezioni non sono un’ordalia

Due avversari politici vanno in tv a caccia di voti per vincere le elezioni. Non c’è niente di strano se i due appartengono allo stesso partito. Per farsi la guerra non è necessario militare su fronti opposti.
Oltreoceano il bue e l’asinello, pardon, l’elefante e l’asino fanno le primarie per scegliere ciascuno il proprio candidato alla presidenza degli Stati Uniti.
I candidati si levano la pelle a vicenda senza che nessuno faccia un ohh! di troppo.
Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, e Matteo Renzi, sindaco Pd di Firenze, hanno occupato pagine e pagine della carta stampata e salotti tv d’ogni tipo (a cominciare da quelli che troppi colleghi si ostinano ancora a chiamare telegiornali) perché la lotta interna al Pd per l’egemonia è uscita allo scoperto.
Per decenni dagli oscuri palazzi e dalle sacre sezioni non è uscito un solo lamento delle vittime. Qualche sordo rumore di una rapida esecuzione e sporadici sussurri di dolore dei malcapitati sacrificati sull’altare della diversità comunista non hanno mai scalfito il niet sicuro dell’apparatchik.

Come il mafioso “niente vidi, niente sentii”, così il fedele della chiesa moscovita negava decisamente le “invenzioni della propaganda capitalista” (o della propaganda clericale, o clericofascista o americana oppure etc. etc.).
Oggi il confronto (non tutto, ovviamente) si fa alla luce dei riflettori. Il giovane Renzi non viene espulso dal partito a causa della sua irriverenza nei confronti della nomenklatura.

E’ l’effetto principale della caduta del Muro di Berlino.
Prima della decomposizione dell’Unione Sovietica, il quadro politico mondiale era molto semplice: da una parte la democrazia e dall’altra il comunismo.
In Italia, per mezzo secolo e passa, tutto è stato modellato sul comunismo e sull’anticomunismo.
L’antifascismo è un’invenzione secondaria. Serviva ai comunisti per legittimarsi come forza democratica. Rivendicavano il merito di aver restituito la libertà all’Italia grazie alla stella rossa sul basco del partigiano.
Ma questo dell’antifascismo strumentale è un capitolo che mi porterebbe lontano.
Restiamo sul bipolarismo comunismo/anticomunismo.

In tutte le tornate elettorali, la Dc e partitini vari terrorizzavano gli italiani strillando che il voto avrebbe deciso della libertà dell’Italia. Attenzione, avvertivano, se vincono i comunisti, i cosacchi porteranno i cavalli a bere nelle acquasantiere di San Pietro.
Ciascuna elezione diventava un’ordalia, un giudizio di Dio. Un duello all’ultimo sangue tra il cristiano e l’ateo.
Ancora oggi, un innovatore come Berlusconi s’è guadagnato molti voti rispolverando la paura del comunismo.
Gli intellettuali e i politici raffinati (lo dico ironico, perché tra i raffinati ci stava anche Gianfranco Fini) sfottevano il Cavaliere: ancora con la vecchia storia dei comunisti che mangiano i bambini?, ma è roba da pazzi.
La caduta del Muro, la fine dell’Urss, la morte delle ideologie, tangentopoli e svariati altri accadimenti hanno portato lustro dopo lustro alla normalità odierna.
Le elezioni non sono più una questione di vita o di morte. Non è vero che se vince l’avversario è la fine di tutto. Il cittadino-elettore in genere non si spaventa più se gli si racconta che quello è troppo giovane, quell’altro è un radicale, quell’altro poi è addirittura un comico e via insinuando che una loro vittoria getterebbe l’Italia nel caos perché (come ha sapientemente ricordato Bersani) soltanto il politico di mestiere, che ha accumulato tanta esperienza, sa dove mettere le mani per aggiustare lo sfascio.

L’Italia si sta avviando alla normalità. Avremo normali elezioni, all’indomani delle quali uno vince e governa e l’altro va all’opposizione preparandosi per la prossima volta. Vince l’uno e perde l’altro, senza che ci caschi il cielo sulla testa.
Il comunismo di Bersani è pericoloso quanto il non comunismo di Renzi. Come sta dimostrando anche l’esperienza governativa dei professori e dei banchieri, l’Italia è una barca impossibile da tirare a secco per le riparazioni. Si fa rattoppare quel tanto sufficiente ad evitare l’affondamento, nulla di più.
Ma anche questo stato di cose finirà. Spariranno (non fosse altro che per cause naturali) i dinosauri, ci sarà un po’ di confusione perché i nuovi arrivati non saranno tutti all’altezza del compito (e anche questo è naturale), qualcuno scambierà i rantoli del mondo morente per vagiti di un mondo nascente (naturalissima stupidaggine ricorrente nella Storia) e qualche altro proverà a mascherare di novità vecchi prodotti di un’era che fu.
E’ la vita sempre uguale e sempre nuova, ma imprevedibile com’è giusto che sia. Basta con gli scenari già delineati, con il futuro già scritto. Basta con gli sciamani raccontatori di apocalissi prossime e basta con i santoni intoccabili pure quando esternano stronzate.
Viva lo scontro in diretta Bersani-Renzi. Questa volta vincerà l’apparatchik. E non sarà la fine del mondo.
E quegli altri? Quelli del centrodestra inventato da Berlusconi? Ce ne vorrà, prima che imparino a fare a meno del padre; e anche qui tocca confidare nella falce misericordiosa del tempo.
Nel frattempo oltre gli antichi steccati piccoli movimenti crescono. CasaPound in primis.
Giuseppe Spezzaferro

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