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Tutto è perduto, fuorché… l’eterogenesi dei fini

Quanti pensano alle conseguenze delle proprie azioni? Anzi; quanti sono convinti di sapere cosa fanno? Perfino il ragazzino che si fa di spinelli risponde che sa perfettamente cosa fa. L’illusione di compiere consapevoli scelte di libertà è l’humus nel quale trova alimento l’irresponsabilità generale. Ciascuno crede di avere cognizione esatta di sé agitando la libertà come una clava contro qualsivoglia tipo di autorità. La libertà è innanzitutto consapevolezza, ma è arduo spiegarlo ad una pubblica opinione persuasa di sapere come “gira il mondo”. Ci sono filocapitalisti, ammiratori del libero mercato, e anticapitalisti, che criminalizzano la ricchezza. C’è chi prega fidando nella giustizia divina e chi ha fede nella morte di Dio. C’è l’ecologista spaventato dalla vendetta della Natura e il fautore del titanismo romantico. Ci sono filoamericani entusiasti per la guerra contro il mostro Saddam Hussein e antiamericani inferociti per i bombardamenti su villaggi indifesi. Ci sono militanti di sinistra che amano Fidel Castro e militanti di destra fautori dei campi di lavoro. Ci sono comunisti che sperano nella lotta di classe e anticomunisti terrorizzati dai gulag. E’ un elenco tagliato con l’accetta. Ma è a bellaposta. Qui ignoriamo precisazioni e sfumature perché c’interessano le dicotomìe sostanziali grazie alle quali si rafforza l’illusione di sapere e, soprattutto, di stare dalla parte giusta.

Sulla spaventevole miseria delle idee in circolazione, troneggia il luogo comune. La civiltà occidentale si è sviluppata in forza di grandi idee (e di ideologie) che si sono succedute (spesso sovrapposte e contrapposte) nel corso dei secoli. Il romano locus communis, cioè il foro dove ci si incontrava, è diventato lo stupidario collettivo nutrito da un dispensiere mediatico che, quando non ignora la notizia, la manipola, e che, quando non l’inventa, la riduce a gossip. Ciascuno è sicuro di avere proprie idee e di decidere liberamente. E cresce il livello di irresponsabilità. E’ uno scenario disperato dinanzi al quale viene istintivo dichiarare la inutilità di eventuali interventi correttivi. I guasti sono talmente profondi che il risanamento sarebbe difficile anche per una rivoluzione culturale organizzata a livello planetario. Dunque?

Per fortuna c’è l’eterogenesi dei fini. Un uomo commette un’azione per avere un risultato e invece ne ottiene un altro. L’azione determina perciò conseguenze non intenzionali. La definizione nel dizionario De Mauro è: “Principio secondo cui le azioni umane possono portare al conseguimento di fini diversi da quelli prefissati”.

E’ nella filosofia vichiana (tre secoli fa) che troviamo per la prima volta questo principio. Giambattista Vico scrisse che la storia “non matura contro o nonostante l’uomo, ma è il luogo nel quale bisogni reconditi, iscritti nella sua natura, emergono e si impongono”. Quei “bottegai” che favorirono il sogno europeo pensavano all’Europa come ad un grande mercato favorevole agli affari. Le banche che hanno varato l’euro si sono mosse nella stessa ottica. L’unione politica realizzata per cause economiche sta occupando uno spazio proprio; non previsto. E’ probabile che gli Stati Uniti d’Europa nasceranno dal dispiegarsi dell’eterogenesi dei fini.

Ci fermiamo qui, invitando ciascun internettuale ad una riflessione su quali azioni compiute hanno portato risultati non previsti.

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