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Gaza allo stremo

Il blocco imposto da Tel Aviv nella Striscia di Gaza da giovedì 17 gennaio è terribile per la popolazione. Secondo le organizzazioni umanitarie le scorte di medicinali e combustibile per i generatori si stanno esaurendo e nel giro di pochi giorni si rischia un’emergenza totale per i due milioni di palestinesi che vivono in quell’area. Il ministro israeliano degli Esteri Tzipi Livni ha rassicurato gli abitanti di Sderot (una delle città di frontiera bersagli di Hamas): “La popolazione di Gaza non avrà una vita normale fino a quando i cittadini israeliani non potranno vivere normalmente”. La risposta vale anche per l’Ue (che ha chiesto una piena ripresa delle forniture di elettricità e di combustibile) e per l’Onu. Infatti il portavoce dell’Unrwa (United nations relief and works agency), l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente, Christopher Gunness, aveva dichiarato: “Se l’attuale situazione persiste entro giovedì o venerdì dovremo sospendere la distribuzione di cibo per 860mila persone”. Un portavoce del governo, Aryeh Mekel, ha assicurato che Israele non permetterà “una crisi umanitaria a Gaza” spiegando che nonostante la riduzione delle forniture di combustibile non s’è fermata la fabbricazione dei missili Qassam.

Quindi, per sua stessa ammissione, il blocco non arresta gli attacchi a colpi di razzi. Allora che senso ha far soffrire la popolazione civile? L’obiettivo di Tel Avìv è che la gente, pur di non soffrire, cambi idea e tolga il consenso ad Hamas. Un obiettivo – secondo noi – irrealistico, tant’è che il commissario dell’Ue per le Relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner, ha dichiarato: “Sono contro questa forma di punizione collettiva, sollecito le autorità israeliane a riprendere le forniture di combustibile e ad aprire i valichi per il passaggio dei carichi umanitarie e commerciali”. Della stessa idea il ministero siriano degli Esteri che in un comunicato ufficiale scrive: “La revoca del blocco imposto al popolo palestinese è una responsabilità araba e internazionale che richiede un intervento immediato per mettere fine a questi crimini e a queste forme di punizione collettiva da parte di Israele”. Intanto, la Lega araba ha tenuto una riunione d’emergenza al Cairo.

Qualcuno sostiene che se Hamas non avesse avuto il grosso successo registrato alle ultime elezioni, lo scenario sarebbe stato più “morbido”. Il “gioco del se” non piace all’internettuale. Stiamo ai fatti. Israele deve rinunciare a conquistare il Medio Oriente con i carri armati. Si rassegni e faccia come la Germania che ha perso la guerra e ha vinto la pace. Tel Aviv dia un bel taglio all’economia di guerra e vari un normale programma economico. La sconfitta inflitta dagli Hezbollah avrebbe già dovuto convincere il governo israeliano che i tempi delle guerre-lampo (da quella dei Sei Giorni in poi) sono finiti.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas detto Abu Mazen, ha sollecitato (martedì 22 gennaio) Israele ad annullare completamente il blocco della Striscia di Gaza, decretato come ritorsione per i continui lanci di razzi dall’enclave contro il suo territorio, e da oggi in parte alleggerito in risposta alle crescenti critiche internazionali, ma soltanto con riguardo a combustibili e medicinali destinati ai bisogni primari della popolazione: una revoca limitata che il moderato presidente dell’Anp, il cui partito nazionalista al-Fatah è acerrimo avversario dei radicali di Hamas al potere a Gaza, ha liquidato come “insufficiente” al termine del colloquio avuto con il ministro degli Esteri olandese, Maxime Verhagen, nel proprio quartier generale di Ramallah, in Cisgiordania. “Quanto avvenuto finora è insufficiente – ha spiegato Abu Mazen – Persisteremo nei nostri sforzi per ottenere un totale ritiro del blocco”.

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