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Monti, Pd e gli altri: la truffa è servita

«Il Pd è una cosa seria!». Chi lo dice? Il Pd, ovviamente. Da una tautologia all’altra si sorvola sulla verità dei fatti.
Il Partito democratico è un’associazione di ex, di post e di cocciuti comunisti con ex, post e irriducibili democristiani.
Il connubio è stato reso possibile dalla morte delle ideologie nonché dalla cosiddetta tangentopoli.
Sta di fatto che il Pd non può, per definizione, avere una linea politica unitaria. Lo so; dicono che è un libero dibattito, che è la dialettica democratica, che è un confronto aperto e che le opinioni eccetera ecceterone. Beati loro che c’hanno tanto da chiacchiera’.

L’aggregazione funziona finché si tratta di spartire posti interni e posti di potere locali. Sono spartizioni sulle quali c’è poco da baccaglia’: caso per caso si misurano persone, cordate e correnti.
Il governo è tutt’altra faccenda. Il Pd nel suo insieme lo deve spartire con alleati e supporter vari cercando contemporaneamente la quadra interna. Le poltrone da ministro non sono uguali tra loro e così quelle da sottosegretario. Nella fattispecie oltre al peso “solito”, va calibrato con il bilancino chi mettere, per esempio, al Viminale e chi alla Farnesina. Uno Stefano Fassina (comunista doc) non potrebbe mai finire al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Un secondo dopo ci sarebbe la crisi di governo, è ovvio.

Ricapitolando: il Pd non è affatto una cosa seria e la sua capacità di governo è piuttosto approssimativa.
Lascio perdere i giochetti in atto (le primarie con il trucco, i conviti Bersani-Renzi etc.) e passo a Monti.

Il Professore (un tempo attributo di Romano Prodi) dice una marea di bugie e impapocchia un sacco di fesserie, ma lo fa con la faccia seria e la voce bassa. Se non ci fossero i fatti a smentirlo, sarebbe davvero impossibile non credergli.
Quando il presidente della Repubblica l’ha nominato senatore a vita e presidente del Consiglio, Mario Monti ha confessato con candore che non se l’aspettava. E’ stato creduto; tranne che dai pochi che l’avevano visto da un paio di mesi aggirarsi tra Montecitorio, Palazzo Madama e Quirinale. Il Professore, d’accordo con Giorgio Napolitano, ha pianificato la rotta per l’approdo a Palazzo Chigi.
Dopodichè ha ripetuto ad ogni piè sospinto che era stato chiamato, che la sua vocazione era un’altra, che la politica non gli interessava, che finito il compito se ne sarebbe tornato agli affari suoi.

Non mi piacciono i giornalisti che si accaniscono contro qualcuno riportando in bell’ordine cronologico dichiarazioni e smentite. Quand’ero adolescente spuntava sempre qualcuno che accusava, chessò, Giovanni Spadolini di essere un voltagabbana perché quando aveva vent’anni aveva scritto articoli a favore della razza bianca.
Ancora oggi mi capita di sentire cose del genere. A livello umano è ovvio che mi faccia ribrezzo uno che cambia bandiera secondo convenienza personale. Ma a cosa serve accusare, per esempio, Dario Fo di essere stato repubblichino? Gli ha forse impedito di prendersi un Nobel? Gli ha fatto perdere spettatori? Insomma, quale danno gli ha mai procurato? In più, ricordare che fra i soldati della Repubblica Sociale c’erano anche i Fo non macchia l’onore di quelli che hanno combattuto fino alla fine?

Mario Monti non è né peggiore degli altri.
Farei volentieri il tifo per lui quando parla di superare i vecchi steccati di destra e di sinistra, se non sapessi però che lo fa per rubare voti a destra e a sinistra e non per altro.

Sarebbe pure ora, comunque, di piantarla con certe false contrapposizioni.
La parola destra ha perso un po’ della sua malvagità da quando Silvio Berlusconi ha fondato il centrodestra, ma resta una parola che per la sinistra è un’offesa.
E’ un costume che viene da lontano. Tutto ciò – persone, libri, fumetti, fenomeni culturali – che non aveva l’imprimatur del Partito comunista italiano era di destra. Ovviamente, destra era sinonimo di fascista. Oggi lo pensano ancora ma non lo dicono.
Ci sarebbe molto da arzigogolare sul fatto che a sinistra la parola destra non coincide più del tutto con la parola fascista, ma vado avanti, sennò si fa notte.

Il Professore l’ha pensata giusta. Si connette con Pier Ferdinando Casini, democristiano di lungo corso, capace di schiaffare in segreteria (dopo il madornale errore fatto con Marco Follini) uno che se l’è scappottata in tribunale, e con Gianfranco Fini, personaggio di indefinibile qualificazione, abile maneggiatore di parole, ebbene si connette con questi due per ammucchiare un po’ di voti, ma poi dice che c’è una terza lista, pulita, senza condannati, senza inquisiti e, soprattutto, senza parlamentari che porta il suo nome.
Tra gli uni e gli altri quale sarà il bottino per Monti?
Al momento non lo so, ma mi pare assurdo classificare Monti al secondo posto dopo Bersani.
Un fatto è certissimo, anzi due. Il primo: gli italiani si trovano nella condizione del naufrago che si aggrappa a qualsiasi cosa veda galleggiare.
Dei vecchi partiti hanno abbondantemente sperimentato la falsità, l’ingordigia, l’assoluta disonestà. Nei nuovi vorrebbero tanto credere, ma le passare esperienze li mettono in guardia. «Non t’illudere», dice il tartassato a sé stesso. «Anche i nuovi sono uguali ai vecchi partiti», conclude scoraggiato.
Non lo so se i cosiddetti grillini porteranno novità in Parlamento, ma so che Monti & co. sono l’ultimo imbroglio della prima repubblica (la seconda è stata ammazzata in fasce).
Il secondo fatto è che la metà circa degli elettori s’è stufata e non ha alcuna voglia di andare a votare. Sull’astensionismo ci sarebbe molto da dire, ma lo rimando ad altra occasione.

L’ho visto, Monti, da Dietlinde Gruber mentre faceva la ruota di fronte all’attempata anchorwoman in posizione contemplativa.
L’ex brava giornalista non stava nella pelle: dinanzi a lei c’era l’Uomo della Provvidenza. Non è il solito Berlusconi che ti sbatte in faccia i miliardi e la voglia di vivere. Questo è uno che fa fatica a vivere. La sua ambizione è smisurata. Niente di paragonabile a quella del parvenu di Arcore. Questo convoca le conferenze stampa, dice quello che deve dire e se ne va. Mica si fa fare le domande come quell’impulsivo del tycoon made in Italy che poi è costretto a smentire qualche ora dopo le cazzate che gli hanno estorto i nemici mimetizzati da giornalisti.

Monti non è un fessacchiotto. Risponde alle domande se gli fanno comodo. Altrimenti ti dice con quella faccia da straniero: «A questa domanda non rispondo. Sto riflettendo». E che fa Dietlinde Gruber? Abbassa il capino ipercoiffeurato e passa ad un’altra domanda. Mica è Berlusconi, perbacco. A lui glielo puoi dire che non ha risposto; è un miliardario prepotente e pure di destra. A Monti no. Il Professore ti guarda negli occhi e silente ti dice: «Hai capito, sciagurata altoatesina, con chi stai parlando? Ti rendi conto che su questa sediola c’è l’Europa, c’è un fottìo di banche, c’è mezza chiesa cattolica apostolica romana, c’è una bella fetta di Tempio nonché di Squadra e Compasso?».

Mi tocca di nuovo ricapitolare. Il Pd non può vincere da solo. Di conseguenza non potrà governare sul serio. Monti s’è preso la scuffia per la politica e non molla. Berlusconi ha appena sparato i primi colpi della controffensiva. Grillo non sta a guardare. E anche i Fratelli d’Italia di Meloni % co. qualche seggio l’acciufferanno. Il prossimo Parlamento sarà ingovernabile nel vero senso del termine.
C’è anche CasaPound, che scalda i motori per un ralley che si presenta lungo e difficile.
Giuseppe Spezzaferro

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