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Mps, Bankitalia, Draghi e l’eterogenesi dei fini

Oggi conferenza stampa di Mario Draghi a Francoforte. La Banca centrale europea ha lasciato invariati i tassi e lui incontra i giornalisti per illustrarne i motivi. Le domande, però, sono di altro genere. Il succo è sempre lo stesso: perché la Banca d’Italia non ha vigilato sul Monte dei Paschi di Siena? L’interrogativo non è di poco conto. Prima di essere nominato presidente della Bce, Draghi è stato governatore Bankitalia dal 2006 al 2011, cioè negli anni nei quali è stata intrecciata la matassa Mps.

La risposta è quella ufficiale preparata a Palazzo Koch. L’ha data l’attuale governatore Ignazio Visco: «La Banca d’Italia non fa azioni di polizia» e l’ha ripetuta oggi Draghi. Anche se fosse una spiegazione sufficiente (e non lo è), la stampa, soprattutto quella tedesca, non si accontenterebbe.
Faccio un paio di citazioni per sintetizzare lo stato dell’arte.

Il quotidiano Die Welt ha titolato:
EZB-Chef rückt im Fall Monte Paschi ins Blickfeld (Il caso del Monte Paschi richiama l’attenzione sul capo della Bce)
spiegando:
Der frühere italienische Notenbankchef und heutige EZB-Chef Mario Draghi muss sich am Donnerstag auf kritische Fragen zur Aufsicht von Monte Paschi einstellen. (L’ex capo della banca centrale italiana e attuale capo della Bce Mario Draghi giovedì dovrà prepararsi alle domande critiche a proposito della vigilanza su Montepaschi). Giovedì è oggi.

Il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung ha titolato:
Affäre Monte dei Paschi erreicht EZB-Präsident Draghi (L’affare del Monte dei Paschi coinvolge il presidente della Bce Draghi)
spiegando:
Die Affäre um die italienische Bank Monte dei Paschi di Siena bedrängt auch Mario Draghi. Denn der heutige Chef der Europäischen Zentralbank war oberster Bankenaufseher seines Landes… (L’affare della banca italiana Monte dei Paschi di Siena affligge anche Mario Draghi perché l’attuale capo della Banca centrale europea era il sovrintendente capo del suo paese…).

Non è la prima levata di scudi teutonica contro l’italiano che presiede la Bce (che Berlino si ostina a vedere come clone della Bundesbank). Nell’immaginario collettivo tedesco vaga lo spettro di Weimar e delle carriole stracariche di marchi per comprare un pezzo di pane. L’incubo dell’inflazione dà forza alla contrarietà (diciamo così) nei confronti dell’italiano che abbassa il costo del denaro, compra titoli di Stato per sostenere i Paesi in difficoltà (banche, soprattutto) e fa prevalere lo strumento della vigilanza bancaria unica in capo alla Bce.
A quelli tedeschi si affiancano anche giornali anglosassoni. Uno per tutti: il New York Times ha scritto che «lo scandalo suscita domande sul controllo di Draghi su Mps».

Mario Draghi è un tecnocrate e questo è sufficiente per guardarlo con diffidenza. C’è chi sostiene che quegli sia al servizio delle banche. Basti il fatto che è uno dei membri del Gruppo dei 30 (Group of Thirty, creato nel 1978 dalla fondazione Rockefeller con questo nome: The Consultative Group on International Economic and Monetary Affairs, Inc). Di sfuggita, faccio notare che di recente è stato stabilito che la sua appartenenza al Gruppo non minaccia la sua indipendenza come presidente della Bce. Questo basti a dimostrare che se non è un intoccabile mammasantissima poco ci manca.
Appartiene, com’è noto, a una cordata di istituti finanziari e di credito che domina mezzo mondo, ma è senz’altro nemico dell’altra cordata, quella che domina sull’altra metà del mondo. Semplifico per comodità di esposizione: è ovvio che al mondo non ci siano soltanto due cordate di aspiranti dominatori dell’orbe terracqueo.
Le cose o si sanno oppure non si sanno. Immaginare scenari modello Voyager può essere gioco conviviale davanti ad un buon bicchiere di vino (modo di dire, dato che non ci si ferma solitamente ad un solo bicchiere) ma il travestimento da analisi politica è sciagurata mistificazione.

Ciò posto, dico perché corro il rischio di sembrare amico di Draghi e della dietrologia. Anche Mario Monti (Goldman Sachs, Bilderberg, Trilaterale…) è un potente tecnocrate, però durante questa campagna elettorale s’è visto quanto valga in realtà. E’ pericoloso? Certo, ma ce ne sono tanti altri pericolosi quanto lui (e qualcuno pure di più) onde massima attenzione ma senza tremare immaginando tavoli di incappucciati che decidono come scannare il capretto Italia.

La verità è che il ceto politico dominante non sa che pesci pigliare e i tecnocrati ne approfittano. Basterebbe un po’ di volontà politica ma non c’è. I politicanti in circolazione credono che la volontà politica si esprima pagando gli sfizi privati con i soldi pubblici oppure facendo inciuci (l’esempio massimo di questi giorni è l’inciucio Bersani-Monti) per spartirsi meglio la torta o ancora “scegliendo” di servire questo o quel padrone.

Il presidente Obama (che di certo non è amico dell’Europa) ha stretto all’angolo la potente agenzia di rating Standard&Poor’s. A dimostrazione ancora una volta che se il potere politico vuole non c’è potere che gli si possa opporre.
Draghi sta facendo lo stesso. Non so perché, ma mettendo sul piatto il peso della Bce ha bloccato lontani e vicini speculatori; e anche più di una velleità egemonica. Ah!, l’eterogenesi dei fini!
Ripeto: non amo la dietrologia, ma mi viene spontaneo pensare che gli attacchi contro il presidente della Banca centrale europea siano “ispirati” da chi era pronto a fare shopping in mezza Europa. Oggi è arrivata la notizia dell’ennesimo attacco all’Eni (indagato l’ad Scaroni per tangenti algerine). Il colosso è un boccone troppo grosso e va ridimensionato. Meglio se ridotto a carciofo: così si può mangiare una foglia alla volta.
Giuseppe Spezzaferro

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