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Catone e Marco Minghetti

I candidati, le donne,
Catone e Marco Minghetti

A Roma i candidati si chiamavano così perché indossavano una candida toga in segno della loro virtù. Eppure non disdegnavano fare regali e promesse pur di accaparrarsi qualche voto in più. Qui riporto l’immagine di una coppa elettorale. Il candidato Catone l’Uticense (grande alleato di Pompeo contro Cesare) chiede il voto per essere eletto tribuno della plebe (M CATO QUEI PETIT TRIBUNU PLEBEI). Non stiamo parlando di uno qualsiasi ma di un politico di razza. Che, però, non si vergognava di chiedere voti regalando tazze.
Cos’è cambiato da allora? I voti si acciuffano promettendo di tutto e di più.
E così anche un “candidato” come Mario Monti non si vergogna a dichiarare che taglierà tasse e balzelli dopo aver passato più di un anno a fare il contrario.

La campagna elettorale segue le stesse regole di quando si corteggia una donna. Qualunque cosa dica, ci piace. Qualsivoglia capriccio abbia, l’accontentiamo. Siamo premurosi e attenti. Generosi e disponibili. Ma i complimenti e i sorrisi di assenso scemano dopo aver fatto breccia.
Aperte le urne, allo stesso modo scemano promesse e impegni.

A questo punto s’affaccia un interrogativo. Forse che la donna da noi assediata è una sciocca? Ha davvero creduto alle nostre profferte d’amore? O non ha piuttosto scelto di stare al gioco? Che sia bisogno d’amore, voglia di sentirsi desiderata, vanitoso piacere… sia ciò che sia, la stupidità è soltanto una delle tante spiegazioni. Il meccanismo è identico nell’elettore. C’è però una grande differenza: non ha un solo “corteggiatore”. Anzi, non ce n’è uno che non lo corteggi.
Chi chiede il voto non si vergogna di accarezzare il giovane senza lavoro e la casalinga, il pensionato e il precario, il commerciante e l’artigiano, l’industriale e il banchiere. Meno male che sopravvive qualche differenza. C’è, per esempio, chi vuole far piangere i ricchi, spremerli per dare ai poveri, punirli perché la ricchezza è una colpa. In tempi di vacche magre chi promette di ammazzare il maiale per distribuire salsicce e prosciutti acciuffa più voti, questo è certo.

Marco Minghetti, il presidente del Consiglio dei ministri che a fine Ottocento portò l’Italia per la prima volta al pareggio di bilancio, scrisse che il partito una volta al Governo «ha la tendenza a favoreggiare gli amici e ad opprimere gli avversari…» e che «la durata e l’efficacia del sistema parlamentare dipenderanno molto dal suo collegamento con ordini tali, i quali salvino la giustizia e l’amministrazione dalla ingerenza dei partiti politici».
Ho rubato la citazione da Adriano Olivetti (Democrazia senza partiti; ed. Comunità 2013) anche nella speranza di evitare l’accusa di qualunquismo.

Credo che la vera questione sia nella incapacità diffusa ad affrontare i problemi di oggi in quanto i paradigmi utilizzati sono quelli di ieri. E i politici non sono attrezzati. Catone non aveva compreso che Roma era la capitale di un impero nascente e non più una polis, una Città-Stato. Il Senato, vecchio orto di qualche centinaia di famiglie, sarebbe diventato di lì a poco un grande giardino aperto ai popoli di tutto il mondo. E imperatori sarebbero stati anche uomini nati nelle terre d’Africa e d’Asia.
Catone era legato al piccolo mondo antico ed era destinato alla sconfitta. La maggioranza dei politici in circolazione (ma anche di intellettuali e “maestri di pensiero”) è abbarbicata al passato, non capisce il presente e non vede il futuro.
Giuseppe Spezzaferro

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