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Massima responsabilità, massima libertà

di Adolfo Spezzaferro

Le dimissioni di Benedetto XVI sono una cosa talmente grossa che tutti possono dire la loro. Proprio perché nessuno – oltre a Joseph Ratzinger e Dio – può dire la sua.
È un fatto enorme, indescrivibile. Ma è tutto nella dimensione dell’uomo, anche perché la fede è questione umana. Sta all’uomo credere o non in Dio, al di là della sua esistenza. Qui infatti non vogliamo entrare in questioni teologiche o metafisiche: stiamo parlando di un uomo che è il Papa.

La sua scelta è ovviamente la decisione di un uomo e non del Vicario di Cristo. Con questo assunto possiamo chiudere la disputa che divide stupidamente i cristiani. Nessuno può giudicare se il Santo Padre ha fatto bene o male, l’abbiamo già detto; ma lo ripetiamo, in nome di quella saggezza antica che ancora oggi ci viene in aiuto.
«Nel mondo di oggi», ha detto il Pontefice rivolgendosi ai cardinali in latino, per assolvere a pieno ai compiti della Cattedra di Pietro è richiesto un vigore fisico che l’uomo Ratzinger ha riconosciuto di non avere più. In un orizzonte sempre più secolarizzato, «soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede», alla Chiesa non serve un Papa che muore tra dolore e sofferenza, non più in grado di parlare e di ragionare, dando un altissimo esempio di martirio. Piuttosto, è necessario un Pontefice che governi la Chiesa e scuota le coscienze con la massima forza, riempiendo quel vuoto etico che caratterizza i nostri tempi, con protagonisti effimeri, leader senza carisma, folle di cittadini scombussolati e narcotizzati dalla spettacolarizzazione di tutto e di tutti.

Ecco, l’uomo Ratzinger non potrebbe mai vivere quello che ha vissuto l’uomo Wojtyła. A ciascuno il suo, per i suoi meriti e i suoi limiti. Non a caso Giovanni Paolo II sarà ricordato e celebrato come santo, Benedetto XVI come il successore di Celestino V, in un pasticcio storico-canonico ridicolo.

In effetti, una costante, di fronte a certe immani tragedie – nel senso greco di eventi che cambiano per sempre il tempo e l’umanità – è come un po’ tutti si pongano nel ridicolo, in assoluta buona fede. Come quel vescovo polacco che ha commentato «dalla croce non si scende». Quando anche uno studioso alle prime armi di storia del Cristianesimo sa discernere tra croce e croce: a ciascuno la sua.
La croce di Ratzinger è stata riaffermare la tradizione cristiana in una lotta sovrumana contro il relativismo e tutti i mali che da questa aberrazione della libertà di espressione fuoriescono, come da un nuovo vaso di Pandora. Checché ne dicano i suoi detrattori, i vaticanisti, gli scenaristi che si crogiolano nelle dietrologie: scandali, tradimenti e soldi non c’entrano. Ridicolo poi pensare che il Papa sia stato “invitato” a lasciare: ci si dimentica che, a prescindere dalla questione teologica, il Santo Padre è di fatto un monarca assoluto e quindi ha deciso «con piena libertà» di rinunciare.

Una enorme responsabilità riconosce una enorme libertà. Proprio in virtù di un compito in un certo senso sovrumano è sì un diritto ma soprattutto un dovere – come ha puntualizzato il Papa – riconoscere i propri limiti di essere umano e rinunciare. Affinché qualcuno più forte, più giovane, più lucido difenda la Chiesa e i suoi fedeli.
Si è parlato di scelta coraggiosa, di atto rivoluzionario. Noi non giudichiamo. Certo è che il successore di Ratzinger – e tutti i Pontefici che seguiranno, in barba alla profezia di Malachia – dovrà fare di tutto per risultare alla sua altezza, come Papa. Perché l’uomo di cultura sapienziale, il filosofo, il teologo resta – «nel mondo di oggi» – inarrivabile.
Adolfo Spezzaferro

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