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Papa Ratzinger getta la spugna
per evitare il ko

Benedetto XVI ha rimesso il mandato nelle mani dei cardinali che glielo avevano affidato.
Ha detto testualmente: «…dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20.00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice».

Il Vaticano è una monarchia assoluta elettiva non ereditaria. E’ l’unico Stato al mondo che ha un Re che non deve rendere conto a nessuno sulla Terra ma che non ha il potere di passare lo scettro al successore.
Sarebbe, forse, più corretto parlare di abdicazione. Il Papa-Re ha abdicato. Ha lasciato il trono per ritirarsi a vita privata. Un fatto non comune tra le dinastie regnanti (o in esilio) e che capita per cause eccezionali. Ciascuna casa reale ha un proprio protocollo da seguire per l’abdicazione.
Per il Vaticano, la cosa è un po’ più complicata: lo Stato della Chiesa si confonde con la Chiesa cattolica apostolica romana e con il regno. La corona dei papi si chiama triregno perché è fatta di tre corone montate una sull’altra (un modello orientale, ma questa è un’altra storia). C’è il diadema, che incorona il “Padre dei principi e dei re”, quello del “Rettore del mondo” e il terzo, veramente unico, di “Vicario di Cristo in Terra”.
Il Sommo Pontefice, colui che fa da ponte tra la Terra e il Cielo, è tre volte incoronato, dunque.

Joseph Ratzinger ha dunque abdicato come Rettore del mondo e come Padre dei principi e dei re. Ma può abdicare da Vicario di Cristo?

Non sono un teologo. Da ragazzino ho vinto qualche concorso “Veritas”, da adolescente ho letto un paio di libri, da giovane ho dato gli esami di Diritto Canonico e di Diritto Ecclesiastico, ma qui ci vuole ben altro per sciogliere il nodo.
E’ arcinoto che sul Conclave, il luogo chiuso a chiave nel quale i cardinali eleggono il Papa, aleggia lo Spirito Santo, che, per chi se lo fosse scordato, è la terza persona della Trinità (Dio Padre, Gesù Figlio, Spirito Santo).

L’uomo che esce dal Conclave per presentarsi ai fedeli come Vescovo di Roma, Vicario di Gesù Cristo, Successore del principe degli apostoli, Sommo pontefice della Chiesa universale, Primate d’Italia, Arcivescovo e metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano e Servo dei servi di Dio cambia anche nome per far capire che, prescelto dallo Spirito Santo, ha fatto un salto ontologico di livello; in pratica: è un altro uomo.

Joseph Ratzinger è innanzitutto un teologo. E’ stata la sua profonda sapienza teologica a farlo notare dal Concilio Vaticano II in poi.
Ha dichiarato di «rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali…» per far capire che la sua è tutto sommato – absit iniuria verbis – una carica politica.
Chi l’ha eletto? I cardinali. A chi rimette il mandato? Ai cardinali.

Lo Spirito Santo e l’appellativo di Vicario di Cristo appartengono ad un’altra dimensione, della quale ripeto so poco o niente. E meno di niente rispetto al teologo bavarese.

L’ANNUNCIO A TEMPO
Ratzinger ha abdicato con un annuncio a tempo. Non sarà più Papa dalle ore 20 del 28 febbraio prossimo. Nel frattempo Benedetto XVI cosa fa? Sbriga l’ordinaria amministrazione come fa un qualsiasi presidente del Consiglio italiano che, secondo la formula di rito, ha rassegnato le dimissioni. La formula continua: «…il presidente della Repubblica ha preso atto delle dimissioni e ha invitato il Governo a rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti».

Delle analogie con Celestino V, il Papa che abdicò ottocento anni fa, non ne vedo che una sola: la spossatezza. I due pontefici hanno gettato la spugna per sfinimento.
L’eremita incoronato Sommo Pontefice all’Aquila non ce la fece più a sopportare le “indicazioni” del potente re di Napoli Carlo d’Angiò e scelse di andarsene. Finì prigioniero, ahilui!, ma all’epoca c’era poco da fare: mollato il potere o ti uccidevano o ti incatenavano.

Joseph Ratzinger è stato sfinito da un potere politico che non ha alcuna intenzione di mollare. La gerarchia statunitense (vescovi e preti pedofili etc.) non è stata granché scalfita dalla volontà riparatrice di Benedetto XVI. La gerarchia vaticana, la grande rete che avvinghia i pontefici da tempi remoti, è rimasta la montagna che il Papa non è riuscito a scalare.
La Cina imprigiona preti e vescovi ma il Papa non può nemmeno rimproverarla apertamente perché Pechino fa affari con tutto il mondo a cominciare dagli Usa e dall’Europa. Un Saddam Hussein o un Gheddafi si possono attaccare perché contano poco sul piano economico-finanziario (anzi la loro morte si trasforma in un ricco business) e si può perfino attaccare (ma senza esagerare) la Russia di Putin perché fa comodo agli americani, agli indiani e ai cinesi (e crea problemi all’Europa) ma la Cina, come la donna d’un tempo, non si tocca nemmeno con un fiore.

Per quanti campi di concentramento moltiplichi, per quante stragi compia, per quante carceri riempia, la Cina è Paese degno di fare affari con il mondo cosiddetto libero.
Insomma, Benedetto XVI non ce l’ha fatta più a combattere.

Per quasi 25 anni è stato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e non è mai riuscito a lasciare l’incarico per tornare agli studi. Da Papa avrebbe poi detto: «Confesso che, al compimento del mio settantesimo anno di età, avrei tanto desiderato che l’amato Giovanni Paolo II mi concedesse di potermi dedicare allo studio e alla ricerca di interessanti documenti e reperti da voi (Biblioteca apostolica; Ndr) custoditi con cura, veri capolavori che ci aiutano a ripercorrere la storia dell’umanità e del Cristianesimo».
Wojtyla respinse quella richiesta e nemmeno quando compì 75 anni lo lasciò libero di andarsene in pensione. Il 9 settembre 2001, a Cernobbio, commentando le parole pronunciate dal cardinale Carlo Maria Martini (morto da “pensionato” l’anno scorso) Ratzinger tornò sul tema-pensione: «Questa vita è molto dura, aspetto con impazienza il momento in cui potrò tornare a scrivere qualche libro. Capisco bene il desiderio del cardinale Martini, ambedue siamo professori».

Non è mai stato un combattente, nonostante la camicia da Hitler-Jugend (che mentecatti senza speranza gli rimettono addosso di continuo). E’ stato invece uno studioso. Un teologo di alto livello.
Non ho informazioni di prima mano, ma credo che la vicenda delle sue carte personali passate alla stampa sia stata per il Papa un brutto segnale. Una specie di avvertimento mafioso. Ratzinger come don Abbondio? Uno che il coraggio non se lo può dare? Mah! Di coraggio ne ha avuto a sufficienza. Ha passato circa 8 anni a incontrare vip di tutto il mondo (guardate le foto dell’ultimo incontro con il presidente Napolitano e capite meglio…), a dover ascoltare falsità d’ogni genere, a sorridere in mezzo a gente che pesa sulla bilancia della Storia meno di un granellino di polvere, a dover dirimere lotte tra preti ambiziosi e corrotti, a prendere decisioni accontentando qualcuno e scontentando qualcun altro… Alla fine ha gettato la spugna. Scende dal ring per non prendersi il cazzotto da knock-out.
Giuseppe Spezzaferro

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