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Bush, l’ultimo discorso

Il presidente degli Stati Uniti, Gerge W. Bush, ha incentrato sull’economia l’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, precisando che “sul lungo periodo gli americani possono essere fiduciosi riguardo la nostra crescita economica, ma per quanto riguarda le previsioni a breve tutti possiamo vedere che la crescita sta rallentando”. Com’è noto Bush ha lanciato un piano di aiuti fiscali da 150 miliardi di dollari per evitare la recessione, ma il pacchetto di interventi dev’essere approvato dal Congresso e perciò il presidente ha rivolto in diretta tv un appello affinché faccia presto. In più ha anche chiesto di adottare in maniera permanente le riduzioni fiscali attualmente previste fino al 2010. Con il dollaro debole Bush ha poi richiamato l’importanza dell’export auspicando la conclusione entro l’anno dell’intesa sul Doha Round (i negoziati commerciali multilaterali iniziati in Qatar nel 2001 e già interrotti nel 2006) e chiedendo al Congresso di approvare gli accordi di libero scambio con Corea del Sud, Colombia e Panama.

Il presidente ha annunciato inoltre che per ridurre gli sprechi userà la mano dura contro gli “earmarks” (i fondi per finanziare progetti locali). “Earmark” è il termine usato fin dal Sedicesimo secolo per l’azione di marchiare le bestie per attribuirne la proprietà; oggi è usato comunemente negli States per descrivere la proprietà delle istituzioni di stanziare fondi per propri specifici usi. Più o meno è come se in Italia il governo esaminasse i fondi stanziati da una Regione per limitarne gli sprechi (o peggio). Alla fine del mandato, il presidente Bush è tornato sulla necessità di un nuovo piano energetico. “La nostra sicurezza, la nostra prosperità e il nostro ambiente richiedono la riduzione della nostra dipendenza dal petrolio”: ha sottolineato. Poi ha fatto un rapido cenno al protocollo di Kyoto spiegando ancora una volta perché è sempre stato contrario: “Concludiamo un accordo internazionale che sia in grado di rallentare, fermare e alla fine invertire l’aumento delle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra. Questo accordo sarà efficace soltanto se avrà l’impegno di tutte le maggiori economie e non consentirà a nessuno di competere senza pagare dazio”. E non gli possiamo dare torto. Se gli Usa riducessero le emissioni (con notevoli costi economici) e la Cina, per esempio, le aumentasse (accelerando la crescita) si determinerebbe uno squilibrio mondiale oltre che una pesante penalizzazione dell’economia statunitense. Insomma, il presidente uscente ancora una volta punta ad un riconoscimento storico: ma dovrà riuscire a concludere una pace duratura in Medio Oriente, a evitare la recessione negli Usa e ad essere capofila di un accordo internazionale equo contro l’effetto serra.

Il presidente ha anche parlato di ricerca scientifica lanciando un chiaro messaggio ai “fondamentalisti” di ogni fronte: “A novembre siamo stati testimoni di un risultato storico con la scoperta di un metodo per riprogrammare cellule adulte della pelle per farle agire come staminali embrionali”. Ed ha rimarcato: “Questa svolta può farci superare il dibattito di questi ultimi tempi spostando in avanti le frontiere della medicina senza distruggere la vita umana. Quindi aumenteremo i fondi per questo tipo di ricerca medica etica. E stiamo perlustrando strade di ricerca promettenti e allo stesso tempo fare in modo che tutta la via sia trattata con la dignità che merita. Esorto quindi il Congresso ad approvare una legge che vieti pratiche non etiche come l’acquisto, la vendita, la registrazione o la clonazione della vita umana”.

Bush ha fatto un discorso complesso (tralasciamo i riferimenti al fronte iracheno ed alla polemica con l’Iran, perché non ha detto novità) che, lo risottolineiamo, è l’ultimo dei suoi otto anni alla Casa Bianca. Molto probabilmente il prossimo presidente sarà un/una democratico/a.

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