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L’incognita CasaPound

L’Italia nella tempesta perfetta.
L’incognita CasaPound

Stavolta sarà una rivoluzione? Gli italiani voteranno in massa uomini e movimenti che promettono di vendicarli?
Il ceto politico dominante ha il volto butterato dell’infetto da vaiolo. Banchieri, amministratori, parlamentari, consiglieri comunali, provinciali, regionali… la lista dei “colpevoli” si allunga d’ora in ora. Anche facendo la tara, tenendo cioè presente che può esserci il caso di un abbaglio e/o di un magistrato in cerca di pubblicità, i casi di “profittatori di regime”, come amavano dire i compagni fucilatori di gerarchi fascisti, sono uno tsunami. E Grillo l’ha capito tant’è che la sua passerella elettorale l’ha chiamata proprio “Tsunami Tour”.

Si potrebbe anche definire una tempesta perfetta (il Noreaster di Halloween descritto nel film con George Clooney) visto che imperversano tutt’insieme vari elementi perturbatori.
Gli scandali bancari, amministrativi e politici hanno creato un sound all’insegna del classico “è tutto un magna magna”. A testimoniare lo schifìo più della metà dei siciliani aventi diritto al voto non è andata a votare alle ultime regionali (su 4.647.159 elettori, 2.622.463 sono rimasti a casa). Gli italiani “continentali” sono meno incazzosi degli isolani che hanno la tragedia greca nel sangue e perciò a votare ci andrà probabilmente all’incirca il 70% (era stato l’83% nel 2006, quando vinse Prodi, e due anni dopo, avvelenato e ucciso l’Ulivo, scese all’80% quando rivinse Berlusconi).
Lo schifo provato dagli italiani farà crescere l’astensionismo.

C’è però tanta gente che vuole vendetta. Vuole essere vendicata per aver perso il lavoro, per non riuscire a trovare lavoro, per aver pagato tasse ingiuste oltre che pesanti, per essere stata tradita da falsi amici del popolo e da imbonitori telegenici loro complici.
Tanti illusionisti che avevano promesso la salvezza si sono, invece, impegnati per la propria personale salute. Un tempo, il politico incantatore faceva anche il bene del proprio partito e del proprio “blocco sociale”, come dicono i politologi che conoscono Gramsci e la deformazione togliattiana.

Adesso non c’è il partito (perfino il Pd è una consorteria nella costante ricerca di equilibri interni) e neppure c’è uno standardizzato “blocco sociale”. C’è soltanto l’individuo bravo a convincere altri individui a credere il lui e votarlo.
Sì, è vero, resistono alcuni zoccoli duri. Sopravvivono elettori che votano sempre nello stesso modo per una residua fedeltà ideologico-religiosa, ma sono aumentate le offerte (quanti simboli richiamano le culture più diffuse e cioè quella comunista, quella democristiana e quella fascista?) con conseguente dispersione del voto.

In proposito va detto che la cultura con il maggior numero di sparpagliati (ricordate il tormentone del Pappagone televisivo: «Siamo vincoli o sparpagliati?») è quella fascista. Anche ai tempi del Msi, il partito di Michelini e poi di Almirante filo-occidentale, cioè filoamericano e filoisraeliano, lasciato vivere perché contribuiva a tener salda la diga anticomunista, anche in quegli anni c’erano sigle e gruppetti che si richiamavano a Mussolini e rubacchiavano voti al Movimento sociale italiano.
L’annacquamento fino alla cancellazione dei richiami mussoliniani cominciò da prima che Gianfranco Fini “tradisse” a sangue freddo. Le virgolette sono essenziali; ho più volte scritto a proposito di Fini che l’unico suo tradimento l’ha perpetrato nei confronti di Berlusconi che l’aveva sdoganato (sulle orme di Bettino Craxi) e fatto addirittura eleggere presidente della Camera dei deputati.

Lo sparpagliamento ha oggi raggiunto il tasso più alto. Sulla scena sono rimasti un paio di partitini e una marea di piccoli movimenti. Ciascuno si erge a “legittimo erede”, ma nessuno ha forze e capacità in grado di fare la grande adunanza sotto un’unica bandiera.

L’antifascismo è tuttora la bacchetta magica che consente ai compagni di banca e di merende, ai compagnucci della parrocchietta e ai loro utili idioti (per usare un termine a fasi alterne attribuito a Lenin). Ne discende che basta accennare, come ha fatto Berlusconi, al fatto che Mussolini avrebbe fatto anche cose buone (la Carta del Lavoro, l’Opera nazionale maternità e infanzia, la Bonifica delle Paludi Pontine, tanto per dirne qualcuna) e si scatena la rabbiosa ignoranza che Manzoni bollò con «l’untore! dàgli! dàgli! dàgli all’untore!».
Nonostante più di mezzo secolo di film, trasmissioni radiotelevisive, articolesse, libri e liturgie all’insegna del “dàgli all’untore!”, in Italia vivono milioni di fascisti. O meglio, sono milioni coloro che pensano ciò che ha detto Berlusconi e cioè: Mussolini ha fatto anche qualcosa di buono.
Il bacino elettorale fascista sarebbe notevole se i vari ducetti in circolazione non alimentassero la diaspora.

LA TARTARUGA
In questa tornata si presenta un Movimento che, nel programma depositato al ministero dell’Interno insieme con le liste, dichiara di volere una “Italia sociale e nazionale, secondo la visione risorgimentale, mazziniana, corridoniana, futurista, dannunziana, gentiliana, pavoliniana e mussoliniana”.
I riferimenti presuppongono una cultura che la stragrande maggioranza degli italiani non possiede. Anzi sono certo che di alcuni, di Filippo Corridoni per esempio, un sondaggio avrebbe come risposta un “non so” dal 99,99% degli intervistati.
Cultura a parte, questo Movimento (che si chiama CasaPound Italia) è l’espressione di giovani “impegnati nel sociale”, come amano dire i sociologi a loro volta “impegnati a sinistra”. Allo stato è un Movimento che fa le cose (distribuisce case a senzatetto, elabora soluzioni come il Mutuo Sociale, mette in piedi attività che danno posti di lavoro…) e che perciò è visto con simpatia dalla gente in mezzo alla quale opera. Se viene sparata la notizia che un militante di CasaPound ha violentato una settantenne, ci credono soltanto quegli italiani che non hanno la fortuna di avere una sede di CasaPound nei pressi. Marchiati con l’infame “fascisti” è evidente che qualsivoglia accusa diventa credibile per chi non li conosce. Non si sfugge.
La Tartaruga (è il loro simbolo: all’origine della scelta c’è una legittimità che parte da Roma, passa per Federico II, tocca la Cina e arriva ai nostri giorni con il diritto di ciascuno ad avere una casa) è probabile che più innanzi diventerà l’appellativo più usato alla stregua del Carroccio per la Lega e, comunque, è compreso meglio dal cittadino (non ho dubbi: anche con Ezra Pound il sondaggio darebbe il risultato di Corridoni).
Bene, la Tartaruga ha il potenziale giusto e gli uomini adatti per portare sotto un unico tetto non soltanto i “nostalgici” quanto e soprattutto gli italiani che non vedono l’ora che si riprenda a “costruire”. In tutti i sensi.

Torno alla tempesta perfetta.
Ho citato l’elemento-astensionismo, l’elemento-zoccolo duro, l’elemento-vendetta, l’elemento-costruzione.
Ma c’è anche chi vota per interesse, presunto o reale. E’ il voto più diffuso quando si tratta di amministrative. Tornando alla Sicilia, quante volte avete sentito che quel sindaco o quel presidente sono stati eletti dalla mafia? C’è una furbesca schiera di politicanti (“professionisti dell’antimafia”, nella definizione di Leonardo Sciascia) sempre pronta a lanciare l’accusa di mafioso all’avversario politico. Se a Palermo vince un loro sodale, è la sconfitta della mafia perché sono stati tutti voti della gente perbene. Se vince un loro concorrente, è la vittoria della mafia perché sono stati tutti voti di scambio.

Ho fatto l’esempio della Sicilia perché m’è venuto più facile. Potrei anche parlare della Lega e di chi la vota sperando di pagare meno tasse e, soprattutto, nella fine del dissanguamento per mantenere Roma ladrona e gli sfaticati meridionali. Anche in questo caso, la sintesi viene facile. Ma anche chi vota, chessò, per il simbolo con il nome di Monti ha motivi che immagina più che validi.
Il cosiddetto tecnico benvoluto da alcune banche catapultato a Palazzo Chigi per necessità (dopo averne tentate invano tante – dal tradimento di Fini alla minorenne falsa egiziana – far salire lo spread era rimasto l’unico modo per fottere Berlusconi) si sta dimostrando in questa campagna elettorale un politicante di quart’ordine. Eppure, qualche voto lo prenderà pure lui. Che, comunque, non ha problemi di cadreghini perché il posto al Senato Napolitano gliel’ha dato a vita.
Un altro elemento della tempesta perfetta è di ordine, direi, cosmico. Benedetto XVI ha abdicato dimostrando che anche il Capo della Chiesa ad una certa età deve andare in pensione (qui la faccio facile, per comodità di esposizione).
I contraccolpi a livello, per l’appunto, universale arriveranno con il tempo. Non saranno lenti come quelli che investirono l’Europa dopo la scoperta dell’America, ma non saranno nemmeno rapidi come accade di solito grazie a internet e annessi. Si misureranno, comunque, in qualche decennio e negli Anni Trenta del primo secolo del terzo millennio la Chiesa cattolica apostolica e romana metterà in museo stole d’oro e triregni di rubini, incensieri d’argento e costose liturgie; nonché l’ultimo residuo di potere temporale.
Intanto, l’impatto sul voto degli italiani lo vedremo subito (non ho la più pallida idea di come si manifesterà).

Alla tempesta perfetta contribuiscono anche la crisi economico-finanziaria importata dagli Usa, i vincoli di un’Europa eccessivamente burocratica e… teutonica, l’invasione di prodotti a basso costo esportati da Paesi che non hanno le regole sanitarie e sindacali che abbiamo noi e il generale indebolimento identitario del cosiddetto Occidente.
Del fatto che siamo in un momento storico di gigantesche mutazioni mi limito ai suddetti brevi cenni perché credo siano sufficienti a completare lo scenario.

In chiusura debbo ricordare che anche Tangentopoli, lo tsunami che dal 1992 in due anni spazzò via partiti come la Dc, che aveva governato l’Italia dal 1944 senza interruzioni, e come il Psi, che dal 1963 era diventata forza di governo, aveva confuso la pubblica opinione. E che anche allora gli eredi del Pci erano pronti ad okkupare Palazzo Chigi (ricordate la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto?). L’irruzione di un altro tsunami, chiamato Silvio Berlusconi, impedì la realizzazione completa del golpe mediatico-giudiziario.

Stavolta lo tsunami si chiama Beppe Grillo che avrebbe potuto fare l’asso pigliatutto, se non fosse rimasto in campo il vecchio tycoon di Arcore.
In definitiva, non ho la più pallida idea di come andrà a finire stavolta.
Vincerà la voglia di vendetta?
Spaventati dal mare aperto, gli italiani sceglieranno di diguazzare nel solito pantano?
Si divideranno more solito tra berlusconiani e antiberlusconiani lasciando qualche scampolo di voto alle altre liste?
Quién sabe.
Giuseppe Spezzaferro

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