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la nomenklatura Pd cade con lui

Se Bersani fallisce,
la nomenklatura Pd cade con lui

Fino a quando la nomenklatura del Pd sopporterà Pier Luigi Bersani? I vecchi gliel’hanno data vinta perché il funzionario aspirante presidente del Consiglio ha ribadito la volontà di andare avanti. A tutti i costi. Anche per il loro bene.
E così i vecchi si mettono da parte. Fanno spazio. Un passo indietro oggi per farne due domani.
Non possiamo, dice Bersani, agganciare quelli lì se non ci attrezziamo. Il riferimento è ai cinquestelle. E per agganciarli è necessario mandare avanti uomini e donne che non siano rappresentativi della nomenklatura. Non soltanto.

E’ indispensabile che parlino la stessa lingua di quelli lì. Avanti una donna nemica del capitalismo rapace e assassino. Avanti un uomo che sa come far tintinnare le manette.
Quando Bersani ha detto ai diseredati Franceschini e Finocchiaro di tenersi le poltrone di capigruppo a parziale risarcimento della mancata elezione a presidenti di Camera e Senato, la reazione è stata unica: visto che servono facce nuove, noi ci mettiamo da parte.

Per i ministri e i sottosegretari del mio governo, dice Bersani, sceglierò persone non propriamente No-Tav ma di cultura ecologista, pacifista, neutralista, pauperista, marxista-leninista, anticonsumista, un tantinello millenarista. Debbo mettere quelli lì faccia a faccia con le loro coscienze e sono sicuro (è sempre Bersani che parla) di riuscire ad avere i numeri necessari per la fiducia.

C’è chi vocifera di un patto con Monti e con Maroni.
Allearsi con il professore applaudito in Germania significherebbe dover “ritoccare” il programma di governo che invece è stato costruito a misura per i cinquestelle. Monti ha ampiamente dato ragione a Tremonti (che lo definì «un bicchiere di talento in un oceano di presunzione») sciupando quell’affascinante aura british (in Italia sopravvive un certo provincialismo esterofilo) di persona super partes. Inoltre la porzione di nomenklatura rappresentata dalla faccia triste di Stefano Fassina non accetterebbe un altro inciucio con il professore e il suo libero mercato buono con i ricchi e perfido con gli altri.
La Lega è un alleato oltremodo difficile. Bersani può sempre richiamarsi al suo antico sponsor lo skipper Massimo (nel ’95 D’Alema disse al Manifesto: «La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, è una nostra costola») e costringere il Pd ad accettare il Carroccio dentro il governo, ma per convincere Maroni e i suoi dovrebbe dare a Berlusconi ciò che chiede e cioè un presidente della Repubblica non di sinistra (i fatti, a cominciare dalla Regione Lombardia dicono che la Lega darebbe la fiducia a Bersani soltanto con il consenso del Cavaliere).

In fin dei conti si tratta di una manciata di voti al Senato; ed è mai possibile, chiede Bersani alla nomenklatura, che io non riesca con gli opportuni nomi e con i giusti punti programmatici a portare un po’ di quelli lì dalla mia parte?

Mentre i tamburi compagni di tante battaglie continuano a lanciare il messaggio della responsabilità (dum dum dum voi grillini avete il dovere di partecipare alla vita parlamentare e dovete sentirvi responsabili nei confronti di chi vi ha votato dum dum dum), mentre l’apparatčik tende continue trappole per sondare le capacità reattive dei nuovi barbari piombati in Parlamento, Bersani si prepara a dire a Napolitano: «Caro compagno presidente, tu non puoi sciogliere le Camere e perciò devi darmi l’incarico per due ragioni: a dispetto di Berlusconi (che odi anche tu) ti trovo un successore degno di te, la seconda ragione è che se tu per primo mi dai fiducia vedrai che riuscirò a rastrellare i senatori necessari per la fiducia al Senato».

E qui torno alla domanda iniziale per dare la risposta. La nomenklatura deve lasciare mani libere a Bersani. Lo deve sopportare. La caduta dell’aspirante presidente si porterebbe appresso una tardiva ma completa rottamazione. Fino a che Bersani porterà risultati (che dopo serviranno anche per ristabilire le gerarchie nel Pd e vedere chi comanda davvero) i vecchi fanno muro, costringendo anche gli scalpitanti renziani a stare dritti e fermi.

In pratica, la marcia di Bersani è disperata. La sua fortuna è che sono disperati anche gli ex comunisti e gli ex democristiani che vedono con terrore (guardate Rosy Bindi cos’ha combinato pur di restare in Parlamento) la fine di carriere tanto gratificanti.
Ah! dimenticavo. Bersani ha in comune con Grillo l’odio per Berlusconi. Un accordo tra i due è possibile sulla testa mozza del tycoon.
E’ noto che i cinquestelle vogliono far proclamare dal Senato la ineleggibilità di Silvio Berlusconi in quanto concessionario dello Stato (lo stabilisce una legge del 1957). Se Bersani si impegna a votare a favore della proposta del Movimento di Grillo, potrà coronare il sogno e sedere a Palazzo Chigi. Domani cominciano le consultazioni al Quirinale. Qualche giorno e il quadro sarà chiaro.
Giuseppe Spezzaferro

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