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e niente sarà più come prima

Grasso sfida Travaglio in tv
e niente sarà più come prima

Il “niente sarà più come prima” è sempre introdotto da un fatto, l’anfahrmoment tedesco, il momento iniziale, che di solito sfugge al contemporaneo ma che i posteri (storici, politologi, sociologi e maestri di pensiero sparsi) si ingegnano a classificare nelle adorate tavole sinottiche.
A guardare i fatti della cronaca politica non saprei stabilire quale sia il momento iniziale del “niente sarà più come prima”.
Ce ne sono troppi di fatti insoliti e perfino eccezionali.
C’è lo strano incarico dato da Napolitano a Bersani. Un incarico più simile ad un mandato esplorativo che ad una investitura per formare un governo.
I mandati esplorativi, come ho già avuto modo di ricordare, si danno al presidente del Senato (seconda carica istituzionale dello Stato) oppure al presidente della Camera (terza carica).
Comunque lo si guardi, quell’incarico potrebbe essere un domani giudicato dagli storici come il segnale esatto, il punto di partenza del “niente fu più come prima”.

Ci sono le non-candidature di Mario Monti e di Beppe Grillo. Due dati eccezionali. Mai s’era visto un candidato (e stavolta ce ne sono stati addirittura due) prendere voti come capo di un partito, di un movimento o di una coalizione senza che il suo nome fosse stampigliato sulla scheda.
Monti non si è potuto candidare perché avrebbe dovuto dimettersi da senatore a vita.
Nel caso di Grillo è il non-statuto dei cinquestelle che stabilisce la incandidabilità per una condanna penale e l’ex comico è stato condannato per omicidio colposo.
Entrambi, Monti e Grillo, sono unanimemente riconosciuti capi dei movimenti a loro riconducibili e milioni di italiani li hanno votati pur sapendo che non sarebbero stati eletti.
Per motivi “tecnici” (che sarebbe inutile qui descrivere), al contrario di Grillo, Monti non è andato alle consultazioni al Quirinale.

Altra pagina inedita è che l’alleanza Pd-Sel si è spartita le poltrone di presidenti delle Camere, ma dandole a persone estranee alle rispettive nomenklature. Normale prassi (anche Pdl e An fecero la stessa cosa, rispettando la pratica secondo la quale la poltrona più importante, quella del Senato, è appannaggio del partito maggiore) ma con una variante il cui effettivo peso si vedrà finanche troppo presto.
All’apparenza è un accadimento non straordinario al pari di quelli che ho citato prima, ma facendo mente locale si individuano gli aspetti collaterali che potrebbero acquisire il diritto ad essere l’anfahrmoment del “niente sarà più come prima”.

Tra gli altri recenti accadimenti eccezionali, ce n’è uno che per sua natura fa il paio con i segni raccontati da letterature religiose e/o profetiche quali prologo alla fine del mondo.

In breve, un notissimo giornalista, privilegiato terminale di numerose procure, Marco Travaglio, ha detto nel salotto tivvù di un giornalista perfino più famoso di lui, Michele Santoro, delle brutte cose sul conto di Pietro (per gli amici Piero) Grasso neoeletto presidente del Senato.

Non entro nel merito perché si tratta di cose interne alla magistratura: le toghe si fanno le guerre tra loro, com’è normale che accada in una categoria professionale, e i cronisti embedded scrivono di conseguenza.
Essendo pericoloso stabilire da dove siano partite le carte incriminanti e chi abbia diffuso intercettazioni o interrogatori coperti da segreto istruttorio, conviene lasciar perdere. Onde evitare di passare per vile, preciso che infilare la testa nel cappio lo potrei anche fare (come m’è già capitato in passato) se ce ne fosse una qualche utilità per la comunità tutta. Correrei dei rischi inutili in quanto le cose stanno in un modo per cui mi troverei o a difendere Grasso oppure, faccio un nome a caso, Gian Carlo Caselli.

Parlo della vicenda perché il presidente del Senato ha sfidato pubblicamente Marco Travaglio in un duello televisivo.
Non a fil di spada nei giardini del Lussemburgo, location parigina nota ai lettori dei “Tre moschettieri”. Non a suon di cazzottoni sul ring. E neppure in un’aula di tribunale.

La seconda carica dello Stato (se succede qualcosa a Napolitano, Pietro Grasso andrebbe al Quirinale a fare il presidente in attesa della elezione del nuovo) non sceglie una via istituzionale (denuncia, processo etc.) bensì propone una fotocopia di quelle trasmissioni nelle quali litigano giovanotti, anzianotti e vecchi, maschi, femmine e transgender.

Al di là del fatto che tra i due è Travaglio lo spadaccino più abile, la disfida di Grasso presenta i tratti dell’accadimento che tra qualche tempo sarà assunto come colpo di partenza del “niente fu più come prima”.

La rivoluzione, come ho avuto modo di ripetere annoiandomi, è in atto. Ci siamo dentro e non finirà tanto presto. Ma è certo che spezzerà le catene che tuttora tengono l’Italia avvinta alle parti peggiori dell’Ottocento e del primo Novecento.
Giuseppe Spezzaferro

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