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Grasso e Caselli, Gigino e Gigetto

Gigino e Gigetto stanno sul tetto, vola Gigino, vola Gigetto, torna Gigino, torna Gigetto”. La filastrocca che accompagnava un gioco di quand’ero bambino m’è tornata alla memoria vedendo Pietro Grasso nella “piazzapulita” di Corrado Formigli.
Su quella presidenziale poltrona c’era soltanto lui, Gigino. Ne discende che arriverà il turno di Gigetto. Poi ritoccherà di nuovo a lui e la filastrocca può ricominciare. E anche il giochetto.

Ai vecchi, e io lo sono, viene spontaneo dire: era meglio prima. Tant’è che è in corso perfino una rivalutazione dei democristiani.
In effetti, ve lo immaginate un Amintore Fanfani (fu presidente del Senato mentre io “facevo la rivoluzione”, mi vien proprio da ridere) che sfida a singolar tenzone televisiva un giornalista che ha parlato male di lui?
A parte il fatto che i compagni scrivevano sui muri “fanfascista” e che anche a causa del suo caratteraccio aveva più nemici che amici, è generalmente riconosciuto che il suo piano-casa fu uno dei volani del boom economico italiano. Inoltre sosteneva la tesi che i brevilinei (i bassi di statura, Fanfani era alto quanto Berlusconi) fossero stati sempre i migliori da Cesare a Napoleone.
C’era però il presidente francese Charles de Gaulle che era alto quasi due metri; come fare a dir male di un uomo che aveva salvato la Francia dal disastro? E l’arguto aretino Fanfani replicava: è un’eccezione, è un longilineo ma è come se fosse un brevilineo.

La disperazione di questi tempi spinge molti a rivalutare e anche a canticchiare, vergognandosi un pochettino, una canzone napoletana degli Anni Venti “Tiempe belle ‘e na vota, tiempe belle addò’ state?”.
Nella gara a chi rivaluta di più, si corre il rischio di beatificare tutti indistintamente come si verifica nei cimiteri gremiti di spose fedeli e mariti esemplari.
Di schifezze i democristiani ne hanno fatte parecchie, ma c’è anche da tener presente che sono stati padroni dell’Italia per più di mezzo secolo.
Adesso c’è gente che ha occupato la poltrona ieri e già oggi se ne sente padrone assoluto.
Il fatto è (sto per dire una cosa terribile) che quel ceto politico era fascista. Era stato educato fin dall’infanzia al rispetto per le Istituzioni.
Quegli uomini anche quando la facevano sporca salvavano le apparenze. Che ipocrisia, direte voi. Ma sono state quelle apparenze che per decenni hanno mantenuto la pace sociale. Il popolo parlava male (“Piove, Governo ladro” è imprecazione ottocentesca) degli “onorevoli” ma dentro, nel cuore e nella mente, nutriva rispetto per loro. Il popolo intuiva che, per essere arrivato a sedere su quella poltrona, l’onorevole aveva fatto un lunga gavetta: in parrocchia, nella sezione, al Consiglio comunale e via via fino a Roma.
Ricordo che bastava pronunciare le due sillabe Ro-ma perché l’attenzione fosse massima.
Per troppa gente oggi Roma è ladrona, punto e basta.

Anche gli onorevoli degli altri partiti, dal Pci al Pri, erano stati educati dal Fascismo. C’erano anche gli antifascisti (quelli veri) che erano stati in galera o al confino, che avevano dovuto emigrare, che avevano fatto sul serio la Resistenza, ma erano pochini.
Uno dei motivi che convinse Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia, a stilare un provvedimento di amnistia fu che il Pci aveva bisogno di quadri e dove reclutarli se non tra gli ex fascisti amnistiati?

Un ministro delle Finanze, Luigi Preti, socialista passato al Psdi di Giuseppe Saragat, la sera spegneva le luci al ministero quando usciva e obbligava direttori generali, funzionari e impiegati a fare altrettanto. E qualcuno protestava: “Che gliene frega?, mica paga lui la bolletta!”.

Preti (che io ho conosciuto quando lavoravo all’Umanità) era antifascista, era stato in un carcere militare imputato di disfattismo, ma chi gli aveva trasmesso il rispetto per lo Stato? L’educazione fascista era come la tv oggi: impossibile sfuggirle. Educazione antidemocratica, è vero, ma qui non c’entra.

Come al solito mi lascio prendere dalla foga e perdo di vista il motivo per il quale mi sono messo a scrivere queste righe.
Pietro Grasso, il presidente del Senato, è andato in televisione a difendersi dalle accuse di Marco Travaglio. Cosa orribile e l’ho già detto. Ma cos’ha fatto in più Grasso? Ha sfotticchiato Gian Carlo Caselli, il magistrato con il quale ha avuto parecchie schermaglie (chiamiamole così). Ovviamente Caselli è passato al contrattacco lamentandosi con il Consiglio superiore della magistratura.

Ci sarà la replica di Marco Travaglio, poi interviste a magistrati vari, interventi di politici… insomma il solito caravanserraglio.
Grasso ne uscirà malconcio, è certo. Però si sarà anche guadagnato un bel po’ di tifosi. Quale grimaldello è più potente del tifo? Non scardina soltanto la verità (il tifo è la negazione di ciò che è vero) quanto e soprattutto spacca antiche schiere, per cui scegliendo di mettersi allo scoperto potrebbe essere vantaggioso per il prorompente uomo politico che è in Grasso. La sfida con Caselli per interposto Travaglio gli potrebbe portare molti tifosi.
Peccato per la seconda carica dello Stato. Ma si sa quella è una poltrona a tempo. Potrà durare un semestre o poco più. Dopodiché altro giro, altra corsa.
Vuoi vedere che in fin dei conti il politico Grasso ha azzeccato la mossa giusta lanciando il guanto di sfida in tv?
Giuseppe Spezzaferro

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