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nel rogo di Bersani. A chi tocca domani?

Marini e Prodi sono stati bruciati
nel rogo di Bersani. A chi tocca domani?

Pier Luigi Bersani è un vecchio coriaceo compagno comunista. Il suo accanimento è giustificato dalla voglia di Palazzo Chigi e dalla consapevolezza che l’occasione non si ripeterà. Mai più.
Ha fatto di tutto per raggiungere l’obiettivo.
Ha svolto un’intensa attività di scouting (quando fatta a destra si chiama compravendita) tra i cinquestelle, ma Beppe Grillo ha dimostrato di essere un nocchiero di grande abilità. Il comico genovese sta pilotando un barcone con una ciurma quantomeno variegata e lo tiene a galla con piccole riparazioni senza rallentare la navigazione.
Il paragone con la corazzata di Bersani e con l’equipaggio più che navigato che ha sarebbe davvero impietoso e non lo faccio.

Fallito lo scouting tra i pentastellati, il segretario piddino si è piegato all’accordo con Silvio Berlusconi.
Se n’è fregato di dare questa palla-gol a Grillo, il quale sta basando la campagna elettorale (soltanto un marziano potrebbe negare che sia in corso una serrata caccia al voto) sull’inciucio Pd-Pdl.
Ha ignorato la protesta dentro casa, un po’ perché l’ha sottovalutata e un po’ perché convinto di riuscire a mandare al Quirinale il vecchio coriaceo combattente (sì, stessa stoffa) diccì Franco Marini.
La sconfitta di Marini è stata la sconfitta di Bersani.
Le truppe di Berlusconi si sono comportate correttamente. Sono stati i compagni di partito a votare nel segreto del catafalco per tutti, inclusi Rocco Siffredi e il conte Mascetti-Tognazzi, tranne che per Marini.
In altri tempi, un segretario sfiduciato dal proprio partito avrebbe offerto le dimissioni. Perfino Fini, all’indomani della batosta presa con la coccinella, si disse disponibile a dimettersi. Lo fece in una chiassosa riunione al Plaza (dove mi trovavo per caso) fra colonnelli che strillavano: Gianfranco resta non noi, non ci lasciare.
Spesso le dimissioni erano presentate proprio perché fossero rifiutate e quindi costituissero una conferma di fiducia, ma sia pure di rado capitava anche che venissero accettate. Il gesto, dunque, restava una scommessa.

Ebbene, a Bersani piace scommettere sul destino degli altri (in questo caso si tratta dell’Italia intera) ma sulla poltrona che okkupa ha messo il cartello proprietà privata, attenti al cane.
Il vecchio coriaceo etc. si è dunque rimboccato le maniche e ha tirato fuori un altro coniglio dalla scoppola orba della stella rossa: Romano Prodi.

Ha chiesto e ottenuto l’appoggio della coalizione che a lui fa capo. Nichi Vendola, che s’era rifiutato di votare Marini, ha detto sì a Prodi. Fermo restando che per il compagno Nichi i due vecchi democristiani si equivalgono, una valutazione ha fatto la differenza: Marini non è un nemico giurato di Berlusconi, Prodi sì.
Il gradimento di Bersani per i due vecchi etc. è dipeso dalla sicurezza che una volta al Quirinale o l’uno o l’altro gli avrebbe affidato l’incarico di fare il governo.

Quando dico coriaceo, quando dico accanimento, non esagero nemmeno un po’. Pensate soltanto che l’esploratore Bersani (poi è stato chiarito che Giorgio Napolitano gli aveva dato un preincarico e non un semplice mandato esplorativo) non è riuscito combinare nulla, ma è tornato sul Colle sibilando: io non mollo; caro compagno presidente, inventati tu qualcosa, ma io non lascio il passo a nessuno.
L’invenzione dei “saggi”, geniale escamotage che ha fatto guadagnare al preincaricato Bersani il tempo per arrivare a oggi, è il parto di uno stupro. E mi fermo qui.

Bersani candida Prodi e prende un’altra batosta. Stavolta più pesante della prima. Il professore che interroga i morti, infatti, ha raggranellato meno voti di Marini.
A questo punto ci sarebbe soltanto un accadimento capace di ricompattare sul serio le Bindi e i Fioroni, i D’Alema e i Fassino e compagnia cantanti, e sarebbe una reazione scomposta e offensiva dei deputati e senatori beneficati dal Cavaliere.
Un coro di sberleffi e sfottò sarebbe una mano santa per Bersani. L’ideale sarebbe una bella occasione per rivendicare la purezza antifascista degli ex Pci-Pds-Ds nonché degli ex Dc-Ppi, ma Berlusconi di tutto può essere accusato tranne che di essere fascista e perciò questa carta deve restare nel mazzo.

Domani cosa succederà? Se Bersani si dimette, sopravvivrebbe una qualche speranza per gli eredi di Togliatti e di De Gasperi di restare insieme nella casa-Pd. Se insiste nell’accanimento, ciascuno si troverà una nuova casa.
Romano Prodi, che già si sentiva al Quirinale, deve mollare (è un diccì di lungo corso e sa che il rischio del ridicolo è dietro l’angolo, sempre).
In campo c’è Rodotà. D’Alema, vittima per effetto collaterale della duplice debacle di Bersani, manco s’azzarda a farsi “lanciare”. Berlusconi non sa che pesci pigliare. Chi candidare? Annamaria Cancellieri? Non male, ma significherebbe fare un piedistallo per Mario Monti (che spocchioso e vanitoso com’è non scenderebbe più sulla Terra nemmeno sotto contraerea) e rilanciare la leggenda del tecnico al potere è bello.
Stefano Rodotà? Berlusconi si metterebbe nelle mani di uno per il quale la lezione latina del summum ius, summa iniuria ha tutt’al più un valore letterario. La legge applicata con scrupoloso rigore, dicevano i Romani, crea ingiustizie ma per Rodotà non esistono letture elastiche della norma.
Mandare al Quirinale un uomo tanto convinto di avere sempre ragione, bastante a ciò restare avvinto al comma, sarebbe simile ad un karakiri quanto una multa ad un’ammenda.

Rodotà non va bene nemmeno a Bersani. E non tanto per non dare un’altra palla-gol a Grillo, quanto perché non è affatto certo che il solido giurista gli confermerebbe il preincarico strappato a Napolitano.
Dopo aver bruciato Marini e Prodi, a chi toccherà finire nel rogo di Bersani? La notte porta consiglio. Mah, ci credo poco.
Giuseppe Spezzaferro

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