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L’inutile discorso di Napolitano

Può un discorso smuovere le coscienze? Può l’appello di un capo suscitare l’entusiasmo e la vittoria? Può una predica spingere al pentimento? La risposta è tre volte sì.
E il discorso di Giorgio Napolitano al Parlamento?
Tutti quelli che l’hanno votato (e anche qualcuno che non l’ha votato) si sono alzati in piedi ad applaudire. Più volte hanno riservato una standing ovation all’ottantottenne presidente della Repubblica.
A ben guardare si alza in piedi ad applaudire anche il pubblico di un qualunque show televisivo. E’ frequente questo onore tributato ad un attore di sceneggiati, ad un giocatore di pallone, ad una starlettina con il merito di essersi fidanzata con un campione di breakdance… insomma non è proprio una cosa eccezionale.
Però, direte voi, deputati e senatori mica sono un pubblico televisivo. Nessuno è perfetto, nemmeno il Parlamento, ma non si può affermare che assomigli alla platea di chetempochefa, una platea particolarmente addestrata alla standing ovation.
E’ vero che deputati e senatori non hanno accumulato un gran punteggio in quanto a credibilità. Al riguardo basti citare l’ovazione osannante riservata a Papa Woytjla quando implorò clemenza per i carcerati ammassati peggio delle galline nelle batterie.
Gli eletti dal popolo, pardon, i nominati erano commossi, con gli occhi lucidi, emozionati e convinti. Applaudirono alle parole del Beato Karol come conferma dell’impegno a sanare l’incivile sovraffollamento delle carceri. Lì per lì fu un coro di se non ora, quando? Grossi titoli sui giornali. Dichiarazioni, proclami e nobili propositi.

Quanti anni sono passati? Abbiamo perfino avuto un condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo, ma non è cambiato alcunché. Anzi, la situazione nelle carceri è peggiorata.
Mi sono perso all’inseguimento di temi importanti ma che qui c’entrano poco. Chiedo scusa e torno all’applauditissimo discorso del presidente eletto due volte.

Mentre scrivo questi appunti, continuano ad arrivare sentiti elogi non scevri da commozione (more solito).
Domani, dunque, i parlamentari si rimboccheranno le maniche per riparare i guasti?
Al tempo. Non esageriamo con facili entusiasmi. Oggi alla Camera, c’erano i cinquestelle che non applaudivano. Il presidente si è rivolto anche a loro con un richiamo alla responsabilità collettiva. Ha detto Napolitano: «Le forze rappresentate in Parlamento, senza alcuna eccezione, debbono comunque dare ora – nella fase cruciale che l’Italia e l’Europa attraversano – il loro apporto alle decisioni da prendere per il rinnovamento del Paese». Ma Beppe Grillo (che è già arrivato allo stadio del “non chiamatemi ex comico“) insiste nell’accusa di golpettino e perciò su questo terreno il seme non attecchisce.
Tra quelli che applaudivano, quanti “traditori”? chiederebbe il coriaceo Bersani. Non lo so, ma a dire chiaramente che con Berlusconi di governi non s’hanno da fare non c’è soltanto Nichi Vendola.

Il discorso di Napolitano non ha colto l’obiettivo, dunque. Non è come nei film pedagogico-encomiastici dove il protagonista parla e convince gli ascoltatori (soldati, giudici, giurati, elettori, ribelli… chiunque essi siano, li convince) a fare ciò che loro chiede.
Non è il caso del presidente della Repubblica eletto due volte. Il governo che sta per tirare fuori dal cilindro è già tra la vita e la morte.
Giuseppe Spezzaferro

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