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Grillo perde voti: il reale vince sul virtuale

Pd in streaming: il reality batte la politica
Grillo perde voti: il reale vince sul virtuale

Non è cosa buona che la direzione nazionale del Pd sia andata in diretta streaming. Gli interventi sono stati temperati (qualcuno è stato anche un po’ cialtronesco) dall’occhio della telecamera e non c’è stato quel confronto fatto anche di insulti e male parole che è il forcipe delle risoluzioni che durano.
A Piazza del Gesù, sede della Democrazia cristiana, mostrandomi la sala dove si svolgevano le assemblee tipo quella di oggi del Pd un vecchio funzionario mi disse nostalgico: «Queste pareti grondano lacrime e sangue!».

Sarà poco adatto a questa società ipocrita che dice di volere la pace nel mondo e si fa la guerra nei condomìni, ma il confronto politico che porta a soluzioni condivise, a compromessi accettabili, è cruento, sovente manesco.
Alla Camera dei deputati, gli onorevoli comunisti e missini scardinavano le ribaltine dei loro banchi per fare a mazzate. I commessi (all’epoca tutti grandi e grossi, in gran parte abruzzesi) separavano i combattenti senza badare alle buone maniere. Lo scontro era feroce, ma non come in questi ultimi vent’anni.

L’antiberlusconismo è una vera religione con tanto di talebani. Dinanzi al fanatismo c’è poco o niente da fare.
Oggi alla direzione Pd, Dario Franceschini (un grande romanziere a mezzi con un politicante mediocre) ha detto un’ovvietà talmente ovvia che perfino io l’avevo illustrata nella sera del 25 febbraio quando fu chiaro che il bipolarismo era diventato (momentaneamente? definitivamente?) un tripolarismo.
Franceschini ha detto alle teste d’uovo piddine che in Parlamento ci sono tre grandi forze nessuna delle quali può governare da sola. Grillo, ha sottolineato l’ex pupillo di Walter Veltroni, non vuole governare con il Pd. Resta l’alternativa di un governo con il Pdl.
Non sono tutti d’accordo, protestano: con Berlusconi mai, però non espongono un’altra soluzione. Si limitano a dire no perché i loro elettori (per due decenni indottrinati all’antiberlusconismo) non li perdonerebbero mai.

Stasera la delegazione Pd è stata un’ora e passa a colloquio con il presidente Napolitano, il quale è probabile abbia manifestato insoddisfazione nei confronti di un partito che sta facendo rigirare nelle tombe Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi, Enrico Berlinguer e Aldo Moro. Il voto di oggi alla direzione apre gli scenari-pacchia per i franchi tiratori.

Cosa vorrebbero fare gli antiberlusconiani? Andare alle elezioni? A legge elettorale invariata il risultato sarebbe all’incirca lo stesso.
Chi spera nel benefico apporto del tempo (che, uguale al vento che cantava Modugno, «spegne i fuochi piccoli ma accende quelli grandi») non sbaglia. I cinquestelle passeranno d’un subito dalla nascita alla morte senza godere di quello che c’è in mezzo, cioè della vita vissuta.

DUE DATI VELOCI
Alle regionali in Friuli-Venezia Giulia è andato a votare il 50,48% degli aventi diritto (a febbraio aveva votato il 77,19%, nel 2008 l’80,87%). Una percentuale “siciliana” (in Sicilia, a ottobre 2012 i votanti sono stati il 47,42%) ma senza il boom siciliano dei cinquestelle.

In breve: elettori 1.099.334, votanti 554.947, 54.952 voti al Movimento di Grillo (a febbraio erano stati 196.218), 80.052 al Pdl (a febbraio 134.415) e 107.155 al Pd (a febbraio erano stati 178.149).
La gente è ancora incazzata (l’astensione, che è soprattutto del popolo di centrodestra, è scelta dalla metà dei cittadini aventi diritto al voto) ma ha capito che il voto di protesta ai cinquestelle fa ridere come il loro capo quando fa il mestiere che gli riesce meglio.

L’altro dato riguarda le “quirinarie”, la scelta cioè del candidato dei cinquestelle alla presidenza della Repubblica.
Intanto debbo fare una correzione. Nella nota del 17 aprile intitolata “Rodotà al Quirinale? Un can-can di copertura” avevo scritto: «Stando alle cifre, comunque, alla scelta del candidato hanno votato 48.282 persone risultanti iscritte al M5S alla data del 31 dicembre 2012».
M’ero sbagliato. Oggi è arrivata la nota ufficiale di Beppe Grillo che riporto qui di seguito integralmente:

«Lo scorso 15 aprile, 48.292 persone sono state chiamate a partecipare all’elezione del candidato Presidente della Repubblica del MoVimento 5 Stelle. Il processo dei due turni di voto è stato verificato dalla società di certificazione internazionale DNV Business Assurance.
I voti espressi sono stati 28.518, così ripartiti:
– Gabanelli Milena Jole: 5.796
– Strada Luigi detto Gino: 4.938
– Rodotà Stefano: 4.677
– Zagrebelsky Gustavo: 4.335
– Imposimato Ferdinando: 2.476
– Bonino Emma: 2.200
– Caselli Gian Carlo: 1.761
– Prodi Romano: 1.394
– Fo Dario: 941
Dopo la rinuncia di Milena Gabanelli e Gino Strada, Stefano Rodotà ha accettato di candidarsi ed è stato il candidato votato dal MoVimento 5 Stelle in aula.
Nei sei turni di votazione Rodotà è stato votato rispettivamente 240, 230, 250, 213, 210, 217 volte. Il numero dei parlamentari 5 stelle è di 163».

Le cifre parlano da sole.
Per una faccenda così importante ha votato circa la metà degli aventi diritto. Anche fra i cinquestelle si afferma l’astensionismo. Primo segnale della scissione prossima ventura che si va annunciando.

Ultima annotazione: è sulla frantumazione del movimento di Grillo che contava il Pd per fare il governo, ma il tempo, nonostante la proroga creata con i cosiddetti saggi, non è bastato. Una buona fetta di Pd crede che sia ancora possibile a breve e perciò traccheggia e cerca di ostacolare la formazione del governo Pd-Pdl-Sc.
Giuseppe Spezzaferro

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