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Teodoro Buontempo e ciò che mi ricorda

Teodoro Buontempo è morto. Con lui non ho fatto battaglie politiche. Ma quando ci incontravamo era come se ci fossimo visti il giorno prima. Una delle ultime volte è stata in una trattoria per un appuntamento di CasaPound. Usciti entrambi a fumare mi chiese cosa stessi combinando e gli risposi che mi sembrava strano che lui si trovasse lì. Non era mai stato un extraparlamentare perciò la sua presenza era senz’altro parte di un progetto politico. Sorrise e basta.
Teodoro quando una cosa non te la voleva dire nemmeno con le tenaglie gliela strappavi di bocca.

Ci eravamo conosciuti per caso. A Piazzale delle Muse (di solito lui dormiva lì) frequentata dai camerati della cosiddetta Roma-bene. Ragazzi sbruffoni ma coraggiosi. Attenti all’abbigliamento peggio di una starlettina ospite da Vespa, conoscitori non superficiali del tradimento della Marina nella seconda guerra mondiale, del tradimento di Ciano, del tradimento di Vittorio Emanuele… insomma si tramandavano a vicenda tutte storie di tradimenti e non si rendevano conto che il Movimento sociale italiano era un traditore più subdolo dei camerati che erano passati alla Dc o al Pci.
All’epoca, erano i giorni del mitizzato Sessantotto, all’università (soprattutto a Giurisprudenza, ma Lettere non era da meno) soffiava un vento profumato di fritto misto. In comune tra tutti noi giovani di belle speranze c’era la voglia di spazzare via quel sistema marcio e corrotto (ah! quanto capisco i cinquestelle e quanto non sopporto il comico che li eccita), sognavamo una palingenesi che se non portava all’isola di Utopia poco ci mancava.
Se l’obiettivo era identico, differivano le strategie perché diverse erano le culture. Destra e sinistra significavano, per gli uni e per gli altri, il Bene e il Male. Ma questo mi allontana da Teodoro e torno a lui.

Avevo detto a mio padre che alloggiavo all’Hotel Papitto e per qualche mese era andata bene. Mi arrivavano i vaglia e la posta. Un’alba i questurini fecero irruzione e mio padre lesse sul giornale che “una brillante operazione di polizia aveva portato al sequestro di importante materiale ora al vaglio degli inquirenti a casa del noto Franco Papitto…”. Aggiungo che il materiale sempiternamente al vaglio degli inquirenti era costituito da ciclostilati, giornali e manifesti.
Trovai temporanea ospitalità in una sede missina a via Firenze (non ricordo se fosse del Fuan o del Fronte o del partito) perché le chiavi le aveva un giovane brillante che portava un cognome pesante di fama: Anfuso. Mi limito a dire che Filippo Anfuso era stato un guerriero fascista come pochi: con il Comandante a Fiume, in Spagna contro i bolscevichi, a Berlino come ambasciatore della Repubblica sociale italiana, condannato a morte per crimini fascisti… era morto mentre teneva un discorso a Montecitorio. Il giovane Anfuso si schiantò poi con l’auto contro la fontana che sulla Flaminia è all’altezza dell’Ambasciata italiana presso la Santa Sede.
Ospite in quella stesse stanze era Teodoro Buontempo. Facemmo lunghe discussioni; non sempre pacifiche. Orgoglioso del mio essere extraparlamentare non concepivo che si potesse collaborare con un partito e soprattutto con un Msi servo degli americani e strapuntino dei democristiani.
Teodoro era un lavoratore. Nei mesi estivi era bagnino a Cattolica e dintorni. D’inverno si pagava gli studi per diplomarsi ragioniere e faceva politica.
Quando s’incazzava (e capitava una volta sì e l’altra pure) mi rinfacciava di essere un piccolo borghese senza problemi di sopravvivenza mentre lui doveva faticare anche per avere un letto. Insomma: io facevo il rivoluzionario bohémienne ed era una mia scelta dormire in alloggi rimediati, lui era costretto perché non aveva nessuno alle spalle.
Trovai da dormire meglio in casa di alcune studentesse sarde e ci perdemmo di vista.

Una notte ero con la mia poderosa 500 grigio topo (regalo di mio padre per la maturità classica; «Mi fa male la mano per quante cambiali ho firmato»: mi disse) con a fianco Serafino e dietro Enzo Maria quando in via Nazionale scorgemmo Teodoro che attaccava manifesti al Palazzo delle Esposizioni.
Noi eravamo in giro per farci quattro risate. Cercavamo i compagni impegnati a fare scritte sui muri e/o a incollare manifesti. Il gioco era che Serafino scendeva dall’auto e li arrestava. Li metteva faccia muro, li perquisiva, faceva un pistolotto paternalistico, sequestrava tutto il materiale e li mandava via. Lo spettacolo era da ridere ma vedere Enzo Maria piangere dalle risate era uno show davvero raro.
Quella notte, dunque, scendemmo tutti e tre per salutare Buontempo. Avemmo il tempo di salire quattro-cinque gradini della scalinata prima di essere circondati da giovani dotati di solidi bastoni.
Era una trappola per compagni. Vedendo un solo camerata affiggere manifesti, l’aggressione era automatica. E la punizione sarebbe stata severa.

Anni dopo incontrai Teodoro dalle parti dell’Ambasciata dell’Urss. Aveva messo su una radio che in poco tempo era diventato un punto di riferimento politico-culturale per ragazzi di destra (e non soltanto per loro). Aveva fatto debiti ed era sull’orlo della chiusura. Incazzato nero mi raccontò di essere andato da Giorgio Almirante a chiedergli un aiuto. La risposta era stata all’incirca: ma di quale radio parli?, qui si debbono aprire sezioni.
Era inferocito perché a non capire l’importanza di quella radio era uno che conosceva meglio di tanti altri i meccanismi della propaganda, pardon, comunicazione. Evidentemente c’erano altre ragioni. Fu inutile qualsiasi mio tentativo di saperne di più.

Mi viene ora in mente un momento “storico”. All’Ergife Gianfranco Fini fu fatto presidente del Fuan. Non ricordo perché stessi là, ma qualunque fosse il motivo fu un buon motivo per il fatto che raccolsi uno sfogo di Teodoro all’uscita dalla stanza dove aveva appena promosso il pupillo di Donna Assunta. Ciò che mi disse esattamente ora non lo ricordo, ma fu una breve e intensa sfuriata fatta all’amico Puccio.
Gli incontri alla Camera non sono da raccontare: inutili brevissimi colloqui relativi a progetti politici troppo giovani per noi vecchi.
Ho un anno di meno di Teodoro, ma anche se ne avessi dieci non riuscirei a fare le cose che ha fatto lui. C’è chi è più bravo e chi meno. E lui era molto più bravo di me.
Puccio

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