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Napolitano, prima intercettato poi testimone

Continua la guerra Palermo-Quirinale
Napolitano, prima intercettato poi testimone

C’è chi dice che sia in corso una guerra tra la magistratura e la politica. E c’è chi lo nega.
In uno Stato di diritto, applicare la legge non è un atto di guerra. E se un magistrato indossa la cotta e proclama una crociata?
E’ innegabile che la magistratura, da “ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (come recita la Costituzione), sia diventato un potere. Anzi, il potere.
Come ci siamo arrivati è un capitolo che qui salto. Sta di fatto che un magistrato può spiare, intercettare, pedinare e accusare chiunque. E nessuno lo può fermare. Al pari dell’inquisitore che mandava la gente al rogo.

A dirla tutta, una speranzella che le toghe cominciassero a rientrare nei ranghi me l’aveva data Giorgio Napolitano. M’ero detto: se scende in campo lui, qualcuno a Palermo ci rimetterà la toga e sarà il segnale anche per Milano e Napoli.
Il presidente della Repubblica aveva bloccato la diffusione di intercettazioni telefoniche che lo riguardavano. La tesi era ed è più che legittima: il capo dello Stato non si intercetta. Non è un quidam de populo: un qualsiasi presidente del Consiglio o un qualsivoglia ministro dell’Interno. Davanti al Quirinale dovrebbe, dunque, finire impallinata anche una beccaccia particolarmente vorace.

Ero contento che a Palermo avessero commesso l’errore di attaccare frontalmente il vecchio combattente comunista.

La Corte costituzionale diede ragione al presidente e ordinò che quelle intercettazioni fossero distrutte. Tutto finito? Ma quando mai!
Con un escamotage, Palermo riprendeva l’attacco da un altro versante. Quelle intercettazioni – strillarono – sono preziose per un imputato-collaborante (a volerne parlare andrei troppo lontano e perciò nemmeno lo cito) e la loro distruzione sarebbe un attacco ai diritti della difesa.
A scorno della procura palermitana, veniva smontato anche quest’altro arzigogolo e ribadito l’ordine di bruciare tutto quanto.
Napolitano aveva vinto. Per la prima e unica volta, negli ultimi vent’anni, una procura era stata sconfitta.

C’è ancora chi sostiene che non si tratti di una guerra, ma negare l’evidenza è una delle specialità delle facce di tolla che frequentano i salotti tv e le redazioni della carta stampata.
Le cronache quotidiane traboccano di notizie relative a toghe malate di riflettori.
Dato che lo scontro tocca il punto massimo nelle vicende di Silvio Berlusconi, è ovvio che una “normalizzazione” dei rapporti politica-magistratura si potrà avviare soltanto quando il Cavaliere sarà sceso, volontariamente o per forza, dalla sella. Nel frattempo, la solitaria battaglia dell’Uomo del Colle dimostra come non sia soltanto il tycoon di Arcore ad essere “perseguitato”.

PALERMO CI RIPROVA
Per Napolitano, comunque, non è finita. Non può rilassarsi per meglio concentrarsi sulla teledirezione del governo Pd-Pdl. Adesso è stato chiamato in causa come testimone della pubblica accusa.

E’ una trappola? Il personaggio è invitato a testimoniare (come testimone d’accusa o addirittura come parte lesa) e poi lo si incrimina, in un modo o nell’altro. Che sia o meno una tecnica e/o una congiura non si può dire, ma è già successo.
Dopo due millenni, lo Stato italiano ha riscoperto il processo accusatorio. Oggi, sulla carta, l’accusa e la difesa sono alla pari. In realtà viviamo tuttora in regime di inquisizione. Ma anche questo è un capitolo che qui non trova posto.
Aspetto la risposta di Napolitano al gentile invito del tribunale di Palermo.
Giuseppe Spezzaferro

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