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Rodotà vs Grillo fa sperare Veltroni & co.

Stefano Rodotà. Chi era costui? Fra qualche anno, si risponderà che era uno dei tanti professori universitari coccolati e premiati dal Partito comunista italiano.
Un “indipendente di sinistra” che non ha mai abbandonato la grande chiesa comunista. Con Achille Occhetto (il segretario che cambiò il nome al Pci perché non fosse sepolto dalle macerie del Cremlino) fu addirittura ministro ombra della Giustizia.
Piccola digressione per quei due o tre ignoranti di storia patria: il cosiddetto governo ombra veniva costituito dal Pci per contrapporre ai ministri che giuravano al Quirinale propri ministri fedeli a Botteghe Oscure.
La “indipendenza” Rodotà l’ha rivendicata anche quando è stato parlamentare del Pci e del Pds.

Il PROFESSORE SOGNA IL QUIRINALE
La sua carriera universitaria se l’è costruita da solo. Le sue “entrature” politiche non c’entrano niente. E’ arcinoto che i partiti non influiscono nemmeno un po’ nella spartizione delle baronie universitarie. Il fatto che su 100 professori 70 siano di sinistra, 29 di centrosinistra e uno di destra dimostra semplicemente che quelli di destra sono più ignoranti. E’ la dimostrazione più esatta che negli Atenei si va avanti per meriti personali e perciò basta con le insinuazioni o, peggio, con il vittimismo (di quelli di destra).
Rodotà, dunque, è un grosso calibro. Talmente grosso che quando Beppe Grillo ha l’idea di far scegliere agli iscritti del Movimento 5 stelle un candidato alla successione di Giorgio Napolitano, Rodotà arriva terzo.
E che vuol dire? La democrazia per questo è bella, perché il cittadino vota e quelli che stanno “colà dove si puote ciò che si vuole” poi fanno come cazzo gli pare (mi perdoni il Sommo per averlo citato affianco ad un’espressione volgare e sgrammaticata).

DOPO GABANELLI E STRADA
Il primo degli eletti (la giornalista Milena Gabanneli) dichiara che non se la sente di correre per il Quirinale. Anche il secondo dei più votati (il medico Gino Strada) rinuncia perché ha cose più serie da fare. E la palla Grillo la mette sul piede di Stefano Rodotà, il quale parte a razzo (metaforicamente, s’intende) per fare gol.
Per la cronaca, sui 48.292 aventi diritto al voto votarono in 28.518. Cioè ci furono 19.774 cinquestelle astensionisti. Quel non voto fu un brutto segnale, ma l’attenzione venne catturata quasi interamente dai risultati.
Dopo un po’ di tempo, Grillo diffuse anche il numero delle preferenze. Così tutti sapemmo (vedi http://www.internettuale.net/1305/rodota-al-quirinale-un-can-can-di-copertura) che Rodotà era stato candidato a fare il presidente della Repubblica grazie a 4.677 preferenze.
Sono poche? Embè? State a guardà er capello? Fatela voi un’elezione per via telematica e vediamo quanti voti pigliate.
Insomma, il professore “indipendente di sinistra”, diventato il candidato ufficiale del Movimento 5 stelle, ebbe di nuovo i riflettori addosso come ai bei tempi di quando salomoneggiava da presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali.
Che bello tornare sulla cresta dell’onda. A chi non piacerebbe?

IL RITORNO NELL’OMBRA
Come siano andate le cose è noto: Rodotà non è stato eletto presidente della Repubblica (e neppure presidente del Consiglio come avrebbe voluto Massimo D’Alema, ma questo è un altro capitolo) e i riflettori si sono spenti sulla parabola del professore “indipendente di sinistra”.
Quant’è brutta l’oscurità. Un conto è la funzione di ministro ombra e altro è tornare nell’ombra. Perciò Rodotà s’è gettato a pesce (si fa per dire) sui risultati delle amministrative ed è tornato alla ribalta accusando la mancanza di strategia politica di Grillo e bla bla bla.
Le sue critiche hanno avuto grande spazio sui media e molti consensi fra i cinquestelle, per cui Grillo ha sferrato il contrattacco. I suoi nemici si sono schierati al fianco del professore: hai visto mai – si son detti – che non sia questo il grimaldello giusto per scardinare il M5s?
In politica non si va tanto per il sottile (per usare un modo di dire consunto epperò esatto) e ciò non mi meraviglia. Piuttosto m’ha sorpreso la presunzione del professore “indipendente di sinistra”. La candidatura gli è montata alla testa, evidentemente. Altrimenti non si sarebbe azzardato a criticare un capocomico più che abile il quale ha rastrellato milioni e milioni di voti.
Lo so, quei voti li ha presi perché è un demagogo, quei voti li perderà presto quando si capirà che è soltanto un demagogo, quei voti sono di persone disperate e arrabbiate eccetera ecceterone. E’ tutto vero, ma anche Piero Fassino (già ministro ombra degli Esteri nel Pd) irrise al comico. Disse: «Grillo fondi un partito e vediamo quanti voti prende». Ecco, la supponenza di Fassino s’appaia a quella di Rodotà, e nessuno dei due vuole ammettere che Grillo è più bravo di loro.

LA PRESSIONE DEI CINQUESTELLE
Intanto, qualche sacrificio il ceto politico dominante l’ha dovuto fare perché marcato stretto dai 163 parlamentari cinquestelle.
Quanti vecchi politicanti sono stati costretti a defilarsi? a rinunciare a poltrone troppo illuminate? E quanti s’illudono di poter rientrare alla grande non appena risolto il problema-Grillo?
Cito soltanto un esempio: l’ex ministro della Salute Livia Turco, che prima s’è fatta assumere dal Pd come funzionario e poi s’è fatta nominare presidente dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà.
Lo scontro tra il capocomico e il professore ha fatto rialzare la testa a parecchi soliti noti (è risorto perfino Walter l’Africano) ma non sarà certo la levata di scudi per lo scongelato indipendente Rodotà a decapitare il capo dei cinquestelle.
Giuseppe Spezzaferro

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