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Masaniello durò 10 giorni. E Grillo?

Quanto durò la rivolta di Masaniello?
Era il 7 luglio del 1647 quando a Napoli il popolo insorse contro il malgoverno spagnolo. Capitanati da un pescatore-contrabbandiere, i rivoltosi ottennero la riduzione delle gabelle.
Dieci giorni dopo, il 16, il capopopolo fu assassinato dai suoi seguaci. Si chiamava Tommaso Aniello ma è passato alla storia come Masaniello.
Ho letto di lui nell’Enciclopedia “Labor” del ragazzo italiano (1939 XVII) quando andavo alle elementari. Quell’Enciclopedia è stata la mia prima fonte del sapere. Nei volumi c’era di tutto: storia, geografia, giochi, invenzioni, letteratura, favole, racconti, biografie…masaniello 001

Beppe Grillo non è Masaniello, ovviamente, ma è un capocomico che trae energia dai propri commedianti. Se riuscirà a tradurre la protesta in progetto politico, potrà conquistarsi uno spazio duraturo. In ogni caso, la sua sopravvivenza dipende dalla forza dell’establishment.

Torno all’avventura di Masaniello di 366 anni fa per ricordare che di solito (tranne eccezioni sulle quali qui sorvolo) il capopopolo cade sotto l’accusa di aver abusato del potere, di essersi venduto ai potenti, di aver tradito la rivoluzione, di aver rinnegato gli amici e via così.
La verità è che quando esci dal gregge, il pastore s’incazza. Puoi ribellarti ma devi avere la forza di sostenere la ribellione.
Ma anche quando ti va bene l’establishment non si rassegna e fa di tutto per buttarti giù.

La verità vera è che alla gente, “bassa” o “alta” che sia, non piace il fatto che ci sia qualcuno più forte, uno che voli alto, che dimostri una verità elementare e cioè che non siamo tutti uguali.
Quando spunta uno fuori dalla norma, tutti i “normali” si coalizzano per eliminarlo. Di spiegazioni poi se ne fabbricano a volontà.
Giuseppe Spezzaferro

P.S. Ripropongo qui (vedi foto) ciò che lessi a dieci anni sul IV volume dell’Enciclopedia “Labor” del ragazzo italiano.
«Nell’anno medesimo (1647; Ndr) il furore popolare uccideva, a Napoli, Masaniello. Era questi un popolano nativo di Amalfi, Tommaso Aniello, pescatore e pescivendolo. Aveva, nel 1647, ventisette anni. Il popolo aveva sperato di trovare in lui un paladino: deluso si era vendicato.
Già nel 1620 un ecclesiastico, Giulio Genoino, aveva cercato di moderare la prepotenza dei nobili, di ottenere la partecipazione del popolo al Governo allo scopo di limitarne le esigenze esose. Ma nel 1647 il vicerè spagnuolo, duca d’Arcos, giunse a gravare le esauste risorse della città con una gabella sulle frutta fresche, unico nutrimento dei poveri. Il Genoino allora assecondò il malcontento generale, incoraggiò il giovane Masaniello, che incitava i cittadini alla rivolta, l’insurrezione scoppiò. L’umile pescatore fu nominato “capitano del popolo”: parve, per un momento, ch’egli fosse l’uomo chiamato a riscattare i diritti della città oppresa. Il vicerè, chiuso in Castel Nuovo, dovette cedere: giurò sul sangue di S. Gennaro, quel sangue che ogni anno ribolle a rinnovare il miracolo che avrebbe liberato tutti i condannati ritenuti dal popolo innocenti: giurò che avrebbe abrogato tutte le tasse posteriori a Carlo V (questi infatti aveva dato promessa formale affinché nessun aggravio fiscale fosse aggiunto ulteriormente senza il consenso della Santa Sede). Sembrava dunque che l’insurrezione popolare portasse a risultati positivi. Ma il successo esaltò Masaniello: la sua ambizione fu lusingata dagli onori e dalle ricchezza che lo stesso governatore gli elargiva. Inebbriato dalla improvvisa fortuna, non si accorgeva, Masaniello, che lo Spagnuolo contava proprio sulla sua esaltazione che lo avrebbe reso insopportabile al popolo stesso. Egli, infatti, con le sue stranezze e le sue prepotenze, che lo condussero a gettare monete in mare, a pretender che i nobili gli baciassero i piedi, a condannare a morte con leggerezza e crudeltà come gli Spagnuoli, si fece odiare. Il potere suo fu, dopo pochi giorni, stroncato, fu spenta la sua stessa vita e furono malmenate le sue spoglie. Tuttavia il popolo lo pianse, poi, ma c’era nel suo rimpianto l’amarezza.
Napoli non si piegò ancora: alle forze spagnuole giunte numerose dal mare in aiuto del vicerè, oppose una resistenza ammirevole. Proclamò la Repubblica. La situazione però era critica: si sperava nell’aiuto della Francia, ma gli Spagnuoli riuscirono a tener lontano dal porto la flotta francese. La rivolta si era estesa anche nelle campagne, dove i contadini strapparono ai feudatari delle larghe concessioni, per le quali i diritti feudali venivano a essere molto limitati. I nobili non erano naturalmente molto entusiasti: si dimostravano assai ostili al moto popolare.
La Repubblica, instabile ancora, tentenna, cade. La città è repressa e incomincia la reazione sanguinosa. Alla repressione cittadina, segue quella nella campagne: ogni conquista è perduta. Non era ancora spirato l’anno 1647».

Non azzardo paragoni. Ma è certo che la protesta sia un giardino da coltivare. Se lo abbandoni, inaridisce e muore.

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