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Anzi, fanno più soldi

La crisi non tocca gli Agnelli.
Anzi, fanno più soldi

Parecchi anni fa, Gianni Agnelli suonò la campanella e annunciò: «La festa è finita». Ricordo che molti si arrabbiarono replicando che per troppa gente la festa non era mai cominciata.
Il padre-padrone dell’Italia del boom economico m’è tornato in mente quando John Elkann, presidente di Fiat e di Exor, in un convegno alla Bocconi ha raccontato dei quattrini guadagnati dalla famiglia Agnelli negli ultimi dieci anni, cioè durante la crisi economico-finanziaria globale.
L’anno scorso (vedi bit.ly/10lXKDs) scrivevo che la Fiat aveva prodotto nel 2011 utili per 1,65 miliardi di euro e che le previsioni per il 2012 erano di ricavi per 77 miliardi di euro. In cassa, pronti contanti, la Fiat aveva 17,5 miliardi di euro.
Tutto merito del manager italo-canadese Sergio Marchionne, che aveva risparmiato tagliando operai e produzioni in Italia e imponendo metà salario ai lavoratori della Chrysler a Detroit. Negli Usa non esiste la Cassa integrazione e il sindacato conta molto meno che in Italia, per cui è quasi nulla la resistenza operaia ai diktat aziendali.

Elkann, dunque, ha detto che negli ultimi dieci anni la Sapaz, la società cassaforte della famiglia Agnelli, è triplicata di valore (+300% mentre la borsa italiana perdeva il 36%). Ha detto anche che circa la metà del fatturato è prodotto negli Usa, il 30% in Europa e il restante in Asia e Sud America.

Ovviamente Agnelli e soci fanno gli affari propri, non si può pretendere che si comportino da missionari chiedendo loro di fare sacrifici. Sarebbe cosa contro natura, a dir poco.
La logica imprenditoriale funziona così: se si prevede di guadagnare 10 e si guadagna 8 si dichiara una perdita di 2. Lo Stato che rifiuta di accettare questa logica si autocondanna alla desertificazione industriale.
I soldi vanno dove possono moltiplicarsi in base al principio del minimo sforzo e del massimo guadagno. E’ inutile (oltre che stupido) rimproverare, per esempio, alla Fiat di aver munto la vacca-Stato a volontà e per decenni. Di essere ingrata. E simili amenità.

Invece di piangere sul latte munto, lo Stato dovrebbe organizzarsi in modo da mettere un freno alla fuga delle aziende dall’Italia. Senza dimenticare che la carota senza il bastone genera sempre una perdita secca.
Giuseppe Spezzaferro

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