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Come nel gioco delle tre carte

Vince l’Italia dei tre Pil.
Come nel gioco delle tre carte

«La lontananza sai è come il vento / spegne i fuochi piccoli / ma accende quelli grandi…» cantava Domenico Modugno mentre in Italia soffiava ancora il vento del Sessantotto. La crisi economico-finanziaria scoppiata negli Usa e da lì esportata in tutto il mondo per molti aspetti assomiglia alla lontananza di mr Volare. Ha ucciso ciò che sopravviveva grazie alle pubbliche stampelle ed ha fatto crescere le aziende più capaci.
Mentre giornali e televisioni parlavano di fallimenti, chiusure e licenziamenti, le esportazioni italiane crescevano. Nel 2012 il surplus è stato di circa 9 miliardi di euro. Non male per un Paese “in ginocchio”.

I milioni di disoccupati gravano sui conti pubblici e non producono alcunché: alla sofferenza per così tante persone che vivono nell’indigenza si somma la rabbia perché vi sono state costrette da una sequenza di scelte sbagliate.
Faccio qualche esempio.

C’è un’azienda che campa stampando moduli per il Comune. Arriva internet e le domande si fanno per via telematica e non più su carta. Il Comune risparmia quattrini ma quell’azienda chiude.
Gli italiani hanno l’abitudine di fare i cosiddetti ponti quando una festa capita in mezzo alla settimana. Non vanno a lavorare e quei giorni di non-lavoro hanno un costo. I sapientoni di Palazzo Chigi e dintorni decidono che tutte le feste infrasettimanali vengano spostate o alla domenica precedente o a quella successiva.
Senza quei “ponti”, però, calano gli affari di una marea di gente: le pompe di benzina vendono meno, i bar anche, le trattorie pure, i negozi di souvenir restano vuoti… insomma crolla il fatturato di tutto quel mondo che incassava quattrini grazie ai vacanzieri pontieri.
Uno Stato serio deve fare i conti seri e chiedersi: ci rimetto di più con i ponti o senza?

Di esempi ce n’è una caterva: ad ogni taglio di spesa (la chiamano spending review in omaggio alla City e a Wall Street) corrisponde un mancato introito per qualcuno.
Non ci vuole molto a comprendere che i tagli debbano essere accompagnati da una qualche iniziativa compensativa, altrimenti si scatena una reazione di impoverimento a catena.

A Palazzo Chigi e dintorni hanno detto: prima di tutto bisogna fare cassa per riequilibrare i conti pubblici. Da una parte hanno tagliato e dall’altra hanno aumentato le tasse. E così hanno drenato una montagna di denaro senza risolvere un solo problema.

724 miliardi di euro di spesa pubblica nel 2012. Questo è il dato e a rifletterci nemmeno molto diventa evidente che risparmiare sul finanziamento pubblico ai partiti (dal 1994 al 2012, cioè in 18 anni la spesa complessiva è stata di 2,3 miliardi di euro, cioè 128 milioni l’anno) è un gesto che piace alla gente, ma di peso pressappoco insignificante.

Se mettiamo insieme tutti i tagli che soddisfano la gente (stipendi ai parlamentari, autoblu etc.) in un anno arriviamo a qualche miliardo di euro. Su 724 miliardi di spesa, mi dite quanto valgono?
E’ evidente che i tagli veri non si fanno, anzi in questi anni di crisi la spesa pubblica è aumentata.
Lasciamo stare le cifre. Basta fare qualche clic e sulla rete si trovano tutti i dati che servono.

Hanno aumentato le tasse, hanno tagliato qua e là per accontentate i forcaioli epperò la spesa pubblica è cresciuta lo stesso ed è tuttora una montagna.
Qui è giocoforza farsi la domanda delle domande: perché l’Italia non fallisce? Perché con i conti in rosso, lo spread alle stelle, i licenziamenti, i negozi che falliscono, il calo dei consumi eccetera ecceterone stiamo ancora nel club dei grandi?

Qual è il miracolo italiano? Niente di straordinario: è il gioco delle tre carte. Un imbroglio a tavolino raccontato sui libri, sui giornali, al cinema, al teatro e in televisione e che immancabilmente trova il merlo che ci casca. Io abito a Piazza Vittorio e tutte le volte che gli imbroglioni montano la sceneggiata di “carta-vince, carta-perde”, c’è sempre qualcuno che crede di essere più furbo e ci rimette soldi.
Il gioco è che il Prodotto interno lordo non è uno.
C’è il Pil ufficiale (nel 2012 è stato di circa 1.600 miliardi di euro), poi c’è quello sommerso (540 miliardi) e, infine, il Pil prodotto dalla criminalità (circa 160 miliardi).
La mafia non porta i conti alla Ragioneria generale dello Stato e perciò gli uffici studi fanno i calcoli basandosi su stime e non su dati accertati dal Fisco.
Per avere un’idea delle dimensioni, basta prendere il Pil della Grecia: 241 miliardi di euro, meno della metà del nostro sommerso; ciononostante gli allarmisti strillano un giorno sì e l’altro pure: aiuto! finiamo come la Grecia!

Riassumendo: la crisi è come la lontananza che è come il vento. Quando (da ottobre, più o meno) ripartirà il ciclo produzione-consumo-produzione, il terreno sarà ingombro di cadaveri ma le aziende rimaste in piedi saranno più agguerrite che mai.
Resta il problema politico, ma di questo nel prossimo report.
Giuseppe Spezzaferro

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