
Quarant’anni fa il Sessantotto. Le rievocazioni – interviste, articoli, inchieste, libri e convegni – ripetono schemi interpretativi che mi permetto di definire sostanzialmente estranei, oltre che fuorvianti. Ci sarà senz’altro qualche eccezione, e come internettuale sarei lieto di venirne a conoscenza. Qui, mi limito a qualche annotazione, giustificato dal fatto che in quegli anni sono stato nelle prime file.
I fronti
Il ’68 fu una grande stagione di libertà. No, sfasciò le regole esistenti senza darne di nuove.
Scoppiò la protesta contro le baronie universitarie. Nient’affatto: demolì i feudi democristiani per sostituirli con potentati comunisti. Ebbe inizio la riscossa delle donne oppresse dal maschilismo. Errore: cominciò la disgregazione della famiglia e delle naturali differenze sessuali.
Finalmente i giovani decisero di essere protagonisti. No, si deresponsabilizzarono del tutto.
Fu una boccata d’ossigeno per la cultura. Altro errore: ridusse la cultura a strillo insipido.
Abbatté antiquati e ignobili tabù. Inesatto: fu la fiera delle banalizzazioni, a cominciare da quella del sesso.
Cosa fu
Volevamo un mondo migliore. Senza imbrogli. Senza ipocrisie. Senza mezze verità. La protesta era contro il sistema, tout court. Se piccole avanguardie riuscirono a portare in piazza tanta gente, fu perché la rivolta giovanile era sottopelle. Bastava poco per farla esplodere. Al giovane, per natura incendiario, appariva del tutto naturale occupare scuole e università. Anzi, molti si chiedevano come mai non l’avessero già fatto i loro fratelli maggiori. Ci sentivamo tutti più coraggiosi e forti rispetto a chi ci aveva preceduto obbedendo senza fare un fiato. L’abbigliamento casual, i capelli lunghi, i ciondoli, i braccialetti… erano i segni esteriori di una diversità avvertita nel profondo. Chi veniva da una famiglia modesta spiegava: Non voglio fare la fine di mio padre, che ha lavorato tutta una vita per niente. Chi aveva i genitori ricchi protestava perché i soldi nella vita non sono tutto. Se qualcuno potesse intervistare quelle migliaia di ragazzi e ragazze, scoprirebbe che ciascuno aveva un “suo” motivo per combattere il sistema.
Come andò
I giovani già in carriera politica (iscritti alla Fgci e dintorni) fecero da detonatore, traducendo la lotta al sistema in guerra alla Dc ed ai suoi accoliti. Al Pci andava più che bene. Per di più le manifestazioni contro gli Usa (corteo anti Nixon etc.) soddisfacevano i finanziatori di Mosca. Vecchie parole d’ordine (lotta di classe&addentellati) diventarono le matrici per slogan e scritte sui muri. Alcuni (come Claudio Petruccioli, segretario della Fgci romana) erano stati espulsi da Botteghe Oscure e così aumentò il peso dei comunisti fra i giovani. La loro occupazione sarebbe stata totale se non ci fosse stato il Movimento studentesco di Giurisprudenza. Sull’altro versante, infatti, c’erano i missini che deprecavano l’offesa all’autorità accademica e i porci comunisti con i capelli lunghi. C’era anche Pasolini che cantava inni ai poliziotti; ma è fuori dall’economia di questi appunti. Insomma, c’erano i fascisti (i missini erano tali per i comunisti) che difendevano il sistema con tutto ciò che esso rappresentava. A Dio, Patria e Famiglia aggiunsero l’Università da proteggere. E così la contestazione studentesca diventò antifascista e resistenziale. A dire la verità, qualcuno (ricordo Oreste Scalzone, ma forse ricordo male) disse, senza molto seguito, che la battaglia antifascista era una battaglia di retroguardia.
Noi, gli altri
Negli anni precedenti, durante le elezioni per le rappresentative universitarie si erano formati gruppi giudicati “eretici” dai missini. C’erano dei giovani che avevano militato con Randolfo Pacciardi, figura mitica della guerra in Spagna e antifascista doc, perché attratti dalla sua campagna per una riforma costituzionale (repubblica presidenziale etc.) resa necessaria per adeguare l’apparecchiatura istituzionale ai tempi nuovi. C’erano dei giovani goliardi che per tradizione erano antiaccademici e per natura insensibili alle chimere marxleniniste. Insomma, c’era una militanza politica non direttamente ascrivibile né al Pci, né al Msi. Ragazzi come me (ero sbarcato a Roma nel 1967) provenienti soprattutto dal Sud d’Italia si trovarono di fronte ad un modo di fare politica completamente diverso. Non c’erano le sedi dove troneggiavano ritratti di Mussolini o di Stalin. Non c’erano gerarchie impiegatizie che vivevano stancamente gli incarichi ricevuti. E, soprattutto per me, non c’era un libro (cioè una bibbia) al quale restare fedeli. Incontrai i giovani del Gruppo del teatro (le riunioni si tenevano nel teatro della Sapienza) e cominciai a frequentarli. Era un ambiente “arlecchino”: dagli anarchici di destra ai cultori di Mao. Avevamo in comunque qualche libro (Viaggio al termine della notte, I proscritti, l’Europa: un impero di 400 milioni di uomini, Poemi di Fresnes, Gli uomini e le rovine, La pelle…) e la stessa predilezione per alcuni pensatori (Nietzsche in testa). Di mio aggiunsi l’amore per Gabriele d’Annunzio, Henry Miller e Knut Hamsun. Quasi tutti avevamo letto Hitler, Mussolini, Lenin, Mao, Che Guevara, Trotsky. Avevamo simpatia per le lotte di liberazione dei Palestinesi e degli Irlandesi.
Sarebbe necessaria un’analisi meglio articolata, ma credo che questi cenni siano sufficienti a inquadrare la temperie nella quale c’incontravamo e ci riconoscevamo.
Prima conclusione
Dal Gruppo del teatro nacque il Movimento studentesco di Giurisprudenza e da questo Lotta di Popolo. A Valle Giulia stavamo davanti a tutti. Al corteo contro Nixon urlavamo Palestina libera. Per noi l’imperialismo Usa e quello Urss erano due facce della stessa medaglia. Lottammo per una Università moderna e ci ritrovammo anni dopo con i baroni rossi. Volevamo la liberazione dalle superstizioni e ci ritroviamo in una società che campa di superstizioni. Aspiravamo ad un grande movimento che ridisegnasse la mappa politica italiana ed europea e oggi viviamo l’assenza della politica ed il predominio delle banche. Ma se tornassi indietro, rifarei quasi tutto. Mi sento privilegiato perché ho fatto un sogno.
Giuseppe Spezzaferro
(Puccio Borbonico)


[...] Rispondiamo a internettuale. Con il ‘68 il processo di omologazione ha avuto una accelerazione esponenziale. Il ‘68 ha abituato tutti alla moda. Tutti al consumo. Il ‘68 ha reso più digeribile la disgregazione dell’unità fondamentale delle nostre società, la famiglia; ed ha affermato con maggiore vigore la corrispondenza diretta fra scienza e pragmatismo. Nuovo Illuminismo? Il ‘68 ha trasformato i vecchi bisogni in necessità e ne ha creati di nuovi. Edonismo fa rima con ‘68. Il punto però è che proprio l’incoscienza che qui si evoca con tanta forza donava a questo edonismo delle insolite qualità. Il ‘68 ha esplorato un terreno per certi versi vergine e questa virginalità – la scoperta di nuove, inattese possibilità – lo rende una specie di peccato originale del nostro tempo. Ed il peccato originale (in barba ad ogni teologo) è meno grave, perché è primigenio, non conosce la detestabilità della perseveranza. Primi in tutto i sessantottini. E questo primato ci suggerisce prospettive virginali, innocenti. La società era un foglio bianco, bastava impugnare la penna e disegnare. Il ‘68 è stato muovere i primi passi nel candore della neve appena caduta. Le orge di woodstock appaiono un esempio puro d’amor libero. Le droghe chiavi per aprire nuove porte. Twiggy un essere etereo, mediante una magrezza inedita il corpo diventava trasparente. L’autostrada l’arteria dentro cui pompare un nuovo modello di sviluppo e comunicazione una nuova forma mentis: la velocità. Le immagini dei beatles che rimbalzavano da un capo all’altro del mondo creavano una nuova, rassicurante, “prospettiva domestica globale”: si scopriva che ci si poteva sentire a casa anche in Giappone. Oggi, nell’ordine: perversioni sessuali, tossicodipendenze, anoressia, atteggiamenti compulsivi, manipolazione delle masse. E proprio sulla onnipresenza dei beatles nei media vale la pena soffermarsi: è da lì che inizia la società contemporanea dello spettacolo (il tanto criticato showbitz). Dovremmo puntare il dito contro questo inizio, analizzarlo criticamente, ma non possiamo non sorridere dell’innocenza dei fab four, del loro sguardo a quel mondo che proprio allora cominciava a diventare piccolo come un mandarno. La società odierna è frutto del ‘68, è vero. E l’immagine positiva con cui ricordiamo il ‘68 ha contribuito a renderlo integrale. Oggi, per paradosso, siamo integralisti di quella contestazione e di quella libertà, tanto che ne siamo diventati schiavi. Tanto che non comprendiamo più bene cosa fare di questa libertà. La degenerazione sta forse nell’assenza di questo romanticismo da “prima volta”, nella trasformazione delle menti fin nelle profondità neurali di un linguaggio che ha voluto prendere i segni esteriori di quella rivoluzione senza riuscire a costruire una “ermeneutica della libertà” (o ermeneuitica della rivoluzione?). Ed è così che quella distesa di neve bianca, calpestata e ricalpestata dopo il primo, mistico, attraversamento è oggi fango e poltiglia. [...]
[...] Il sessantotto da uno che c’era (parte I) Il sessantotto da uno che c’era (parte II) [...]