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e i soldi non sempre vanno a destinazione

Nessuno controlla le Ong
e i soldi non sempre vanno a destinazione

Le Organizzazioni non governative svolgono tutte la loro attività, senza scopo di lucro, nella solidarietà sociale e nella cooperazione allo sviluppo?
Pare proprio di no, stando a quanto scrive Matteo Mattioli (http://matteo-equilibrio1.blogspot.it/2013/08/ottavio-tozzo-e-lindustria.html).

Nate all’inizio degli anni Sessanta, le Ong, scrive Mattioli, si proponevano di intervenire a favore delle popolazioni del Sud del mondo con iniziative di partecipazione e solidarietà. E ricorda che la legge (la n. 49 del 1987) fissa i criteri relativi al riconoscimento delle Ong e prevede che il ministero degli Esteri possa dichiarare la loro idoneità alla gestione dei progetti di cooperazione soltanto dopo «aver condotto un’accurata e selettiva istruttoria che verifichi che i progetti rispettino i princìpi di giustizia e di equità nell’ambito della politica estera, della globalizzazione, della questione del debito estero, delle relazioni tra Nord e Sud del mondo, della pace, dell’economia e della difesa dei diritti umani».
Attualmente le Ong riconosciute idonee sono 254.

Mattioli cita poi Enrico Crespi il quale lamenta: «In altri Paesi, almeno, sono stati messi in piedi meccanismi formali di controllo ma in Italia niente; il sistema non ha mai voluto che i finanziamenti statali (per fortuna ora esauriti) fossero dati in base a gare pubbliche, che fossero attivati enti indipendenti di controllo su qualità e costi dei progetti, che si definissero criteri speciali per i bilanci delle Onlus più grosse, per esempio».

Questa, annota Mattioli, è una lacuna legislativa grave che permette a queste organizzazioni di operare in una sorta di limbo senza leggi. In Italia per esempio le Ong non sono tenute a pubblicare il proprio bilancio né il proprio organigramma.

Continua Crespi: «Non si tratta di discutere se è giusto essere solidali […] ma di capire se il sistema italiano delle Ong\onlus (in parte finanziato con soldi pubblici) funziona, cioè fa quello per cui donatori e tax payers investono\donano cioè favorire tramite progetti e programmi la diminuzione delle diseguaglianze. Chiaro che, come in ogni sistema, ci sono parti che funzionano meglio, operatori seri ed impegnati, gente appassionata; questo dovrebbe essere la regola e non l’eccezione. […] La questione è semplice: quando un donatore versa 100 euro quanti di questi arrivano ai beneficiari diretti e quanto rende, ai beneficiari, l’investimento fatto?».

Crespi continua: «Abbiamo visto nei bilanci che in media il 70%-80% finisce in spese di struttura (in Italia e all’estero); poi, più difficile, abbiamo visto qualche esempio di come i soldi investiti nei progetti spesso non producano alcun risultato positivo per i beneficiari. Cioè donatori e tax payers sperano d’investire 100 per aiutare qualcuno e, spesso, il risultato dell’investimento è nullo. Se in Italia, come in altri Paesi, ci fossero giornalisti capaci d’investigare sui risultati di qualche progetto milionario ne salterebbero fuori di tutti i colori (basti vedere il lavoro parziale della Corte dei Conti); invece gli embedded scrivono solo mielose litanie sui buoni».

In effetti i giornalisti embedded, e l’ho scritto più volte, mortificano la professione, tant’è che certe notizie ce le danno trasmissioni tv quali “Striscia la notizia”. La gran parte dei media s’è schierata su fronti contrapposti nella battaglia pro e contro Berlusconi, per cui il giornalista non schierato, not embedded, è difficile trovi spazio. Ma questo è un capitolo a parte.

Tornando a Matteo Mattioli, mi limito a dire che rievoca la “truffa dell’autocostruzione” ed in particolare le vicende della “Alisei Ong”. Mi riprometto di farlo anch’io, usando il testo di Mattioli come traccia.
Giuseppe Spezzaferro

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