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liberalizza le banche
e processa i politici scomodi

La Cina non rispetta gli anziani
liberalizza le banche
e processa i politici scomodi

Il processo al leader cinese Bo Xilai e l’arresto dei suoi sostenitori davanti al tribunale hanno fatto salire il numero di riflettori accesi sulla Cina.
Un po’ per paura e un po’ per soldi, il mondo (soprattutto il cosiddetto “Occidente”) vuole capire il gigante asiatico. Da un lato, incombe il rischio che i discendenti del drago soppiantino gli yankee nel dominio del mondo, dall’altro il mercato del celeste impero ammalia più delle corse all’oro scatenatesi a metà Ottocento.

Da anni sostengo che gli unici ad avere il polso della situazione sono i preti. Da quando i primi missionari s’avventurarono nelle terre dei nove draghi, la Santa Sede ha sempre mantenuto “sensori” sul territorio e, con la battaglia per la libertà religiosa, minaccia dalle fondamenta la Repubblica Popolare Cinese dominata dal Partito comunista, partito unico di governo. Le carte in mano ai preti sono parecchie, ma l’asso nella manica è Taiwan: la Santa Sede è infatti fra i 23 Paesi (e unico in Europa) ad avere rapporti diplomatici con la Repubblica di Cina (che Pechino considera parte del territorio nazionale).

I “negoziati” in corso tra il Vaticano e il Regno di Mezzo sono in gran parte segreti ma i risultati saranno quanto prima visibili a tutti.
Prima di tornare al processo a Bo Xilai, accusato di corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere (nessuno s’azzardi a fare paragoni con processi di casa nostra), metto in fila qualche notizia utile ad inquadrare lo stato dell’arte.

COMINCIAMO DAI SOLDI
Dalla metà dello scorso luglio, le banche non hanno più i paletti fissati dalla Banca Popolare Cinese. Possono prestare quattrini a imprese e famiglie decidendo liberamente sui tassi. La Banca (fatta ad immagine e somiglianza della statunitense Federal Reserve) si limita a controllare che i tassi siano decisi, ha specificato, in “modo ragionevole”. L’apertura alla concorrenza bancaria è stata determinata dalla crisi di liquidità nella quale era precipitato il sistema finanziario cinese.
Gli analisti non sono concordi in merito alle cause che hanno determinato la repentina sparizione del contante. Dribblo il tema limitandomi a far presente che a più della metà delle esportazioni cinesi contribuiscono imprese a capitale straniero, che più del 60% del Prodotto interno lordo è generato dall’economia non statale e che oltre l’80% della forza-lavoro è impiegato dal settore privato (qui ricordo che l’agricoltura è stata da anni sottratta al controllo statale).
La classe media, inoltre, è composta da circa 400 milioni di “borghesi” e i miliardari sono diverse decine. Il reddito pro-capite è, però, cresciuto anche in forza del controllo governativo delle nascite.

SINDACALIZZAZIONE IN CORSO
A banche libere e crescita dell’imprenditoria privata va aggiunta la nascita di sindacati indipendenti dal Pcc.
L’esempio più recente l’ha raccontato il Financial Times: la Foxconn, che con 1,2 milioni di lavoratori è la più grande impresa privata (tra l’altro produce gli smartphone della Apple), ha dato il via ad una stagione di elezione dei rappresentanti sindacali sul modello “occidentale”.

Molti analisti fanno presente che sulle dinamiche economiche incombe il “punto di svolta di Lewis” (che, secondo alcuni economisti, è già arrivato mentre, secondo altri, sta per arrivare). In breve: Arthur Lewis (Nobel per l’economia nel 1979) calcolò un punto nel quale la forza-lavoro diventa scarsa e determina la crescita dei salari. Da qui una stretta dei profitti delle imprese e una riduzione degli investimenti con il risultato di un rallentamento complessivo della crescita economica.

Secondo i dati del censimento nazionale del 2010, la popolazione cinese s’è invecchiata, i redditi rurali sono cresciuti del 10,9%, mentre quelli delle città del 7,8%. La carenza di manodopera si fa sentire (lo testimonia l’avvio della libera sindacalizzazione), per cui la stessa Foxconn guarda oltreconfine aprendo fabbriche negli States, in Brasile e nell’Est Europa.
La domanda, come diceva qualcuno, sorge spontanea: con la rivoluzione in corso in economia, quanto tempo potrà ancora durare il “partito unico”?

CONFUCIO E’ MORTO
Il processo a Bo Xilai è, per l’appunto, un segnale di sgretolamento del Pcc. Ma questo tra un momento. Diamo prima uno sguardo alla società cosiddetta “civile”.
Crollano le illusioni sul fatto che nel profondo la Cina fosse rimasta confuciana, nonostante tutto. Nella Cina di Confucio, un punto fermo era il rispetto per i genitori e per gli anziani e oggi è in vigore una legge che conferma un assioma confuciano che traggo da “I dialoghi” (Bur, 1975): «Confucio disse: Se lo guidi con le leggi e lo rendi uniforme con le punizioni, il popolo le scanserà e non conoscerà vergogna. Se lo guidi con la virtù e lo rendi uniforme con i riti, conoscerà la vergogna e perverrà al bene».

Oggi, nella società cinese, gli anziani non sono più rispettati; viva per millenni, la pietà filiale è morta tant’è che è stato necessario emanare una normativa intitolata “Protezione dei diritti e degli interessi degli anziani”. La legge contempla l’obbligo per i figli di visitare il padre e la madre «più spesso» e il divieto di abbandonarli, di insultarli e di far loro violenza.
Alzi il dito chi s’immaginava che la Cina sarebbe diventata tanto ingenerosa e arida.
Ma può una legge dello Stato restituire al popolo sentimenti perduti?
La citazione di Confucio che ho riportato conferma che è inutile.

Dando ai primi di luglio notizia della nuova legge, il Corriere della sera cita l’Associazione nazionale per gli anziani, che dipende dal ministero Affari civili, perché ha diffuso 24 “consigli” tra i quali, scrive Guido Santevecchi, «portare anche moglie e figli a trovare suoceri e nonni; ricordarsi dei loro compleanni e festeggiarli; telefonare. Cose normalissime. Ma nell’elenco ci sono anche suggerimenti che fanno riflettere, come: ascoltare con attenzione i racconti dei genitori, insegnare loro l’uso di Internet, andare insieme al cinema. E ancora, appoggiarli se restano vedovi e decidono di risposarsi, parlare di cose profonde. In mezzo ai 24 punti ce n’è uno per niente scontato (anche nella nostra società del welfare state): “Ricordatevi di dire loro che li amate».

LE PETIZIONI SUL WEB
Un’altra tradizione cinese, quella delle petizioni che nel Celeste Impero si potevano inviare agli alti funzionari dell’imperatore, è stata invece conservata. A Pechino c’è da anni un ufficio apposito. Ha scritto Cecilia Attanasio Ghezzi (www.lettera43.it/cronaca/cina-la-petizione-e-online_43675100989.htm): «Si chiamano “petizionisti” (shangfangzhe) e sono coloro che, dopo aver affrontato un viaggio che può durare mesi, si inginocchiano di fronte all’autorità centrale e la supplicano di ascoltarli e di riparare un torto subìto chissà dove. Dal primo luglio non hanno più bisogno di affrontare tante traversie, ma potranno comodamente compilare un modulo online».
Pare che gli shangfangzhe corressero sovente il rischio di essere maltrattati dai poliziotti locali che intervenivano per proteggere la reputazione dei funzionari locali minacciata dalla petizione. Il sito web avrebbe pertanto evitato la “caccia all’uomo”, ma quando è stato aperto è emersa la vera dimensione del fenomeno: 46 milioni di contatti nelle prime due ore.

GUERRE ETNICHE
Un’ultima annotazione, prima di tornare al processo a carico di Bo Xilai, la faccio sulle tensioni etniche che il Pcc reprime senza riuscire a risolvere. Cito soltanto la notizia più recente.

Mercoledì 26 giugno ci sono stati morti e feriti in scontri nel Sinkiang. La polizia ha sparato sulla folla perché, come hanno riferito le autorità, i manifestanti avevano attaccato uffici governativi e stazioni di polizia. Gli scontri in quella regione (già Turkestan Orientale) “liberata” nel 1949 dalle forze armate della Repubblica Popolare Cinese (manco a farlo apposta si chiamano “Esercito di Liberazione Popolare”) hanno origini lontane, sicché anche per gli “incidenti” di giugno non è stata data alcuna spiegazione.

La maggioranza della popolazione è composta di Uiguri, etnia turcofona originaria della Mongolia convertita all’Islàm. Gli Uiguri mal sopportano il dominio degli Han, l’etnia prevalente in Cina. Non è un mistero che il Sinkiang, oggi “regione autonoma”, aspiri all’indipendenza.
In una corrispondenza da Hong Kong, Chris Buckley ha scritto: «I tentativi di contattare i residenti e un portavoce del governo regionale dello Xinjiang, non hanno avuto successo».
«Restrizioni del governo sulla religione – ricorda Buckley – sono diventate una fonte crescente di tensioni con gli Uiguri, che hanno abbracciato le correnti più conservatrici dell’Islam sunnita”. Il grimaldello della “libertà religiosa” di cui parlavo a proposito dei rapporti Santa Sede-Cina.
Buckley riporta anche che Pechino ha accusato alcuni gruppi, tra i quali il Movimento islamico del Turkestan Orientale, «di usare il terrore per guadagnare l’indipendenza per la regione».

IL PROCESSO A BO XILAI
Con questa notizia non pretendo di esaurire l’argomento-Cina, ma ciò che qui sopra ho scritto spero sia perlomeno utile a inquadrare il processo apertosi giovedì a Jinan, una città della Cina orientale, contro il 64enne Bo Xilai, definito il “principe rosso” perché appartiene all’aristocrazia comunista (il padre, Bo Yibo, è un “Eroe della Rivoluzione”).

Bo Xilai è leader di una sinistra nella quale ci sono maoisti non pentiti e socialdemocratici, i quali non accettano le riforme neoliberiste e accusano il governo di aver fatto crescere le sperequazioni sociali.
La forza del leader oggi processato deriva soprattutto dai risultati che ha dato il “modello Chongqing”, un vero e proprio miracolo economico-sociale.

Chongqing, nella Cina centro-meridionale, è la più estesa delle 7 municipalità autonome della Repubblica e conta circa 29 milioni di abitanti. Per quattro anni è stato il regno (termine non casuale dato che molti ritengono che Chongqing coincida con il Regno di Ba risalente all’XI secolo a.C.) di Bo Xilai, capo locale del Pcc.

Già ministro, Bo vedeva avvicinarsi il giorno in cui sarebbe entrato nel Comitato permanente del Politburo. Come fermarne la marcia?

A febbraio 2012 dell’anno scorso, il capo della polizia stretto collaboratore di Bo a Chongqing, tale Wang Lijun, si rifugia nel consolato Usa di Chengdu e… diventa “collaboratore di giustizia”. Racconta dell’omicidio di un businessman britannico, di nome Neil Heywood, e se ne assume la responsabilità indicando Gu Kailai, moglie di Bo, come complice. Poi denuncia il coinvolgimento anche di Bo. Ma è un’accusa che non regge e il tribunale si deve accontentare di condannare Wang Lijun e Gu Kailai.
A Bo viene tolto, a marzo, l’incarico di capo del Pcc di Chongqing e, a settembre, è inflitta l’espulsione dal Partito. Dopodiché gli tocca un anno di detenzione in attesa di processo.
E’ un caso che Wang Lijun sia protetto dalla bandiera a stelle e strisce? A Washington fa più comodo l’attuale dirigenza cinese o un ritorno maoista? Non faccio dietrologia. Metto i dati sul tavolo e ciascuno tragga le proprie conclusioni. E, se ci tiene, confronti il processo al principe rosso e quello al cavaliere nero.

Le accuse “valgono” almeno 15 anni di prigione, ma Bo potrebbe anche essere condannato a morte. Quando la politica segue la via giudiziaria non si sa mai dove si va a finire.

Nel corso della prima udienza, la polizia ha arrestato decine di sostenitori che cantavano l’inno nazionale cinese “armati” di ritratti di Mao, e sul microblog, aperto per l’occasione, i follower sono passati da 70 mila a 300 mila.
Giuseppe Spezzaferro

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