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Dalla potente Dc al governo Ciampi

Lo spettro partorito dal voto segreto
Dalla potente Dc al governo Ciampi

Uno spettro si aggira al Senato e spaventa chi è ormai a un passo dalla soluzione finale. È lo spettro dei franchi tiratori. E se nel segreto del catafalco una cinquantina di senatori (43 secondo l’aritmetica elementare) votasse a favore di Silvio Berlusconi? Cosa sarebbe del Pd? E del M5s? Quando un gruppo dirigente non dirige un bel niente con quale faccia continuerebbe a dare ordini?
La questione del voto segreto con relativa appendice di franchi tiratori è vecchia quanto la Repubblica italiana. Per più di mezzo secolo, i franchi tiratori del partito di maggioranza (la Dc) hanno fatto vedere i sorci verdi a Piazza del Gesù e a Palazzo Chigi. A volte i democristiani fedifraghi facevano cilecca grazie ai voti segreti dei missini, e quando succedeva i comunisti del Pci gridavano allo scandalo, al mercimonio e via imprecando.

Per le opposizioni il voto segreto era garanzia di libertà del parlamentare. Protetto dalla tenda del seggio allestito per l’occasione (battezzato catafalco non ricordo da chi) l’eletto dal popolo poteva votare senza la paura di essere cacciato dal partito e/o di fregarsi la carriera.

Ripeto: la Dc correva spesso il rischio di finire sotto, ma non ricordo un solo democristiano che si fosse schierato contro la prassi del voto segreto.

Il fatto è che la gestione del potere ha bisogno di leggi e regolamenti repressivi in maniera inversamente proporzionale alla forza di cui si dispone. La Dc era ben radicata e occupava i centri nevralgici dello Stato: poteva permettersi il lusso di lasciare ampia libertà dentro e fuori del Parlamento.

Sono i governi deboli che hanno bisogno di proteggersi e perciò necessitano di leggi limitative quando non repressive.
Arrivò così un giorno nel quale, il governo ebbe paura del Parlamento. Non si può governare con tranquillità e decisione – dicevano i governativi per caso – se ad ogni votazione ci ritroviamo le leggi bocciate dai franchi tiratori. È arrivata l’ora – dissero i nuovi padroni di Palazzo Chigi – di limitare le prerogative di deputati e senatori.
Tangentopoli aveva castrato parecchio il Parlamento, ma non era ancora sufficiente.

Fu il governo di Carlo Azeglio Ciampi a dare una mazzata che si sperava definitiva.
Nel 1993, in due giorni (il 5 maggio la Camera e il 6 il Senato) furono modificati i regolamenti.

Riporto soltanto stralci della modifica decisa dalla Giunta per il regolamento del Senato, perché sono i brani che in questi giorni vengono richiamati dai nemici di Berlusconi.

Tangentopoli infuriava e la gente voleva vedere impiccati quei farabutti del Parlamento. I magistrati, nonostante i generosi sforzi, non riuscivano a mettere tutte le manette che avrebbero voluto, perché nel segreto del catafalco deputati e senatori difendevano i colleghi sotto tiro. Era un continuo scandalo di ladri e corrotti salvati dal voto segreto.

Era assolutamente necessario spalancare ai carabinieri le porte di Palazzo Madama e di Montecitorio. Così la Giunta per il Regolamento espresse «il parere che le deliberazioni sulle proposte della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari in materia di autorizzazione a procedere in giudizio siano sottoposte alla disciplina generale relativa ai modi di votazione e, pertanto, debbano essere votate in maniera palese».
In un sussulto di pudore, la Giunta sentenziò anche che «il ricorso al voto segreto si rende possibile per le autorizzazioni a procedere concernenti la sottoposizione all’arresto, alla perquisizione personale e domiciliare o ad altra privazione o limitazione della libertà personale, attenendo le deliberazioni stesse ai rapporti di cui agli articoli 13 e seguenti della Costituzione».

Il tema non si esaurisce qui. Nel corso degli anni ci sono stati tentativi di fare marcia indietro, si sono azzardate riletture e interpretazioni “autentiche”.
Agli appassionati della materia consiglio di leggere i resoconti di Camera e Senato dal 1993 ad oggi.

Vado alla conclusione: se 20 senatori chiedono di votare a scrutinio segreto, nessuno può impedire che si voti nel catafalco.

In quanto alle varie letture, cito il costituzionalista Valerio Onida che il 15 settembre scorso ha dichiarato all’Huffington Post: “Nel 1993 la giunta per il regolamento del Senato espresse il parere che le votazioni sulle richieste di autorizzazione a procedere in giudizio nei confronti dei parlamentari dovessero avvenire a scrutinio palese, perché non dovevano considerarsi ‘votazioni riguardanti persone’. Per analogia si potrebbe ritenere che anche le votazioni sulle cause di ineleggibilità non siano propriamente votazioni riguardanti persone, ma attengano alla regolare composizione dell’Assemblea“.

Una richiesta di autorizzazione a procedere sarebbe dunque analoga ad una causa di ineleggibilità? Qui costituzionalisti e giurenconsulti hanno ampio spazio per discettare.

Ultima nota: per scampare ai franchi tiratori, il Pd insieme con il M5s potrebbe amputare il regolamento della parte che contempla il voto segreto quando richiesto da venti senatori. Però il tempo necessario a fare la modifica porterebbe il voto a dopo il 19 di ottobre, giorno in cui arriverà il conteggio dell’interdizione dai pubblici uffici da parte della corte d’Appello a Milano. E Berlusconi raggiungerebbe l’obiettivo: decadere da senatore per sentenza della magistratura e non per voto parlamentare.
Giuseppe Spezzaferro

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