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Pd, dopo l’arsenico i vecchi trucchetti

Il leitmotiv, il motivo conduttore dell’Assemblea nazionale del Partito democratico in corso a Roma, è: «Dobbiamo cambiare, perché il mondo è cambiato, ma non dobbiamo accodarci al cambiamento, bensì guidarlo». Gianni Cuperlo, il candidato alla segreteria Pd da quella parte del partito compiutamente rappresentata da Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani, ha letteralmente entusiasmato la platea vaticinando di una rivoluzione interna grazie alla quale il Pd sarebbe stato in grado di raggiungere percentuali di voto mai nemmeno sospettati.

In quell’Assemblea, fra ieri e oggi, nessuno ha citato l’antico “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quello che lascia, ma non sa quello che trova”. Nessuno ha mostrato una benché minima nostalgia per sistemi, procedure e criteri passati.
Un dato veramente interessante.

Pippo Civati, candidato alla segreteria del Pd da una “rete” senza famose figure di sponsor (come un D’Alema, per capirci) ha preso molti applausi parlando di problemi concreti, ma sempre modulando sul leitmotiv del cambiamento necessario e vincente.

La commissione congresso ha stilato un documento con molti cambiamenti, il principale dei quali è la riforma dell’articolo 3 dello statuto del Pd. Secondo la modifica, il segretario del partito non è automaticamente anche il candidato premier.

In base al “trucchetto”, Matteo Renzi non sarebbe eletto segretario del Pd, ma, data la sua grande capacità di attirare voti anche fuori dall’area attualmente occupata dal centrosinistra, sarebbe certamente candidato premier alle prossime elezioni politiche.

Il documento della commissione congresso non è piaciuto. Rosy Bindi, presidente dimissionaria dell’Assemblea, ha subito detto che avrebbe proposto di votarlo per parti separate e che sulla riforma dell’articolo 3 avrebbe votato contro.

Al momento delle votazioni, Marina Sereni, vicepresidente dell’Assemblea e “rossa” fin da ragazza quand’era militante nella Federazione giovanile comunista, mette ai voti la proposta di votare il documento per parti separate, avvertendo la platea che se fosse stata approvata avrebbe creato problemi anche «di livello giuridico» (che non ha spiegato e che io non sono in grado di immaginare).

Sereni non è di primo pelo e perciò ha immediatamente capito che l’Assemblea avrebbe scelto di votare per parti separate il documento della commissione. Che fare? Bloccare la votazione. Con quale motivazione? Per dare tempo alla commissione congresso di apportare qualche modifica.

La platea ha mormorato invano la propria delusione. Dopo l’arsenico che ha avvelenato le fasi pre-assembleari, tornano i vecchi trucchetti del centralismo democratico.
Ma sono o non sono cambiati i tempi?
Giuseppe Spezzaferro
(Resto in attesa che riprenda l’Assemblea)

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