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Per mafia l’ultima mazzata

Berlusconi è finito.
Per mafia l’ultima mazzata

Silvio Berlusconi è finito.
Lo sa. Lo sanno i suoi avvocati e i pm, i pubblici ministeri che lo seguono dal 1994. Lo sa il ruvido Confalonieri, Fedele di nome e di fatto, e lo sa l’ex segretario Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo sanno i figli. Soprattutto lo sanno quei magistrati che hanno pronti nel cassetto mandati di cattura e imputazioni “terminali”. In gestazione, mi par di capire, c’è anche un mandato d’arresto per mafia. Gli arresti della figlia di Mangano e dei suoi complici li vedo tempestivi, alquanto. Ma è meglio andare con ordine.

Ho più volte rilevato che fino ad oggi l’unico politico ad aver vinto un braccio di ferro con magistrati-segugi è stato Giorgio Napolitano (bit.ly/19JMAdB ). E anche che, fin quando sarà pericolosamente vegeto il tycoon di Arcore, la politica non avrà la sufficiente coesione per rimettere i paletti costituzionali all’Ordine giudiziario fattosi Potere.

La vittoria dei referendum organizzati da Radicali Italiani, movimento politico liberale, liberista, libertario, costituente del Partito Radicale Nonviolento, Transanazionale e Transpartito (http://www.radicali.it/chisiamo), in assenza di un tempestivo schieramento parlamentare, evaporerà tra i mille fuochi dell’ermeneutica giudiziaria accesi sapientemente da ermellini e tocchi rossi.
Berlusconi, comunque, non farebbe in tempo a sfruttare la vittoria dei referendum radicali ai fini dell’alleggerimento giudiziario indispensabile per una efficace controffensiva.
Lo dicono i fatti.

I testimoni che hanno parlato di “serate eleganti” a proposito delle feste organizzate chez Silvio sono stati smentiti dalla sentenza di condanna a carico di Emilio Fede (che ha nel cognome una religiosa fedeltà verso l’onnipotente B.) e altri. La condanna significa che quei testimoni sono incriminabili (o già incriminati? non lo so) per falsa testimonianza al processo che vede imputato l’ospite elegante.
Cosa potrebbe succedere? Il primo effetto sarà che qualche anima perduta troverà l’illuminazione sulla Via di San Vittore e si libererà la coscienza con una confessione catartica.
Se anche tutti resisteranno alle minacciose lusinghe delle toghe meneghine, alla prima udienza utile la loro testimonianza sarà dichiarata nulla in quanto dimostrata falsa nel processo parallelo.

Intanto i giudici del Tribunale di Milano (quelli che a giugno hanno condannato Berlusconi a 7 anni per concussione e prostituzione minorile) hanno ottenuto una proroga di due mesi per depositare il testo della sentenza. Come mai? Quando c’è la smoking gun, la pistola fumante, la prova regina, il reato è evidente. Quando l’evidence non è proprio evidente, la dimostrazione della colpa è compito esclusivo delle parole, delle virgole, dei punti e virgola, di una costruzione del periodo tramite subordinate tra loro collegate da verbi in giusto dosaggio tra condizionali e indicativi. E ci vuole tempo.

Oltre alla vicenda processuale intestata a Ruby, la flessuosa arrampicatrice marocchina diventata la nipotina del potente Mubarak (quand’era presidente della Repubblica Araba d’Egitto), si sta preparando la campagna giudiziaria napoletana.
Nelle tre torri di vetro cemento e ferro, che svettano nel centro direzionale partenopeo progettato dall’architetto giapponese Kenzo Tange e che ospitano gli uffici del Palazzo di Giustizia, sono in corso le grandi manovre sulla compravendita di parlamentari, un’inchiesta che è soltanto alle prime battute. Il traguardo è l’incriminazione con annessa condanna di Berlusconi per il reato di corruzione, stavolta finalizzata a turbare la tranquilla vita democratica del Paese.

La tempesta giudiziaria che ha disarcionato il Cavaliere è, però, poca cosa rispetto allo tsunami che sta per abbattersi sul Signore di Arcore e dintorni.
È una vicenda che sembrava sepolta con la morte di un fattore noto come “lo stalliere di Arcore”.

In breve: tra il 1973 e il 1975 fu assunto a Villa San Martino tale Vittorio Mangano, raccomandato dall’allora segretario del Cavaliere. Al nuovo amministratore fu demandata la sicurezza della casa e dei figli piccoli, che accompagnava anche a scuola. Poi “lo stalliere” fu arrestato per mafia e si scatenò la caccia alla prova per dimostrare che Dell’Utri sapeva della mafiosità dell’amministratore-bodyguard e che anzi era il collegamento della mafia con l’industriale non ancora sceso in campo.

Mangano andò in galera (ergastolo per duplice omicidio, due condanne per mafia ed estorsione e una per traffico di droga) dalla quale uscì per morire a casa nel 2000. Nonostante pressioni, malattie e sollecitazioni varie, il detenuto non fece mai la chiamata di correo, com’era negli auspici degli inquisitori.

Ora hanno arrestato sua figlia Cinzia e il marito, Enrico Di Grusa, perché secondo la Direzione distrettuale antimafia avrebbero beneficiato dell’attività criminale del de cuius. Con loro sono finiti in manette altri sei accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso. Ovviamente l’inchiesta concerne le attività della mafia a Milano e territori limitrofi.

A lume di naso, immagino che da questi arresti potrebbero arrivare “inoppugnabili conferme” (della serie: “una volta papà m’ha detto”, “un giorno mio suocero mi raccontò”) della mafiosità di Silvio Berlusconi.

Non si deve dimenticare che, secondo alcuni ambienti giudiziari, l’imputato Giulio Andreotti se l’è scampata grazie a cavilli, ma il bacio a Totò Riina glielo diede con tutti i sentimenti. Anche in alcune redazioni (desk travagliati oltremisura) sono certi che il presidente per antonomasia fosse stato complice della mafia.

Andreotti non organizzava feste eleganti e non corrompeva magistrati, senatori, giovani fanciulle, avvocati… si limitava ad ordinare omicidi (nei soliti desk resta il mandante dell’omicidio Pecorelli) e a fare accordi con la mafia.

Berlusconi condannato per mafia sarebbe la dimostrazione che l’imprenditore fosse soltanto un prestanome scelto per riciclare i soldi sporchi della mafia. Fine.
Giuseppe Spezzaferro

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