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Berlusconi dice sì e resta in campo

Letta spacca il Pdl e va avanti
Berlusconi dice sì e resta in campo

Due sono i serbatoi dai quali attingere l’acqua che serve a far girare il mulino del governo.
Uno appartiene ai cinquestelle. O meglio, è proprietà esclusiva del capocomico Beppe Grillo. Il Movimento è suo, i voti sono suoi come suoi sono i parlamentari.
I deputati e i senatori del M5s sarebbero oggi degli illustri sconosciuti se non fossero stati portati da Grillo in Parlamento. Ma non si può contare all’infinito sulla loro riconoscenza. L’attività parlamentare li addestrerà alla gestione del potere finché la convenienza politica (e personale) farà premio su tutto.
Qualcuno ha già intrapreso un personale percorso rifiutando di obbedire pedissequamente a Grillo, ma qualche rondine non fa primavera.

Quando Pier Luigi Bersani, incoraggiato e sostenuto da Giorgio Napolitano, ha fatto scouting, ha cercato cioè di pescare i consensi necessari al proprio governo nella vasca d’acquacoltura grillina, s’è trovato dinanzi ad un muro di riconoscenti. Un muro giovane e per questo solido.
Beppe Grillo dovrà inanellare parecchie sciocchezze l’una dietro l’altra prima che si apra una seria crepa in quel muro.

Il postcomunista Bersani ha fatto male i conti e sta pagando l’errore con una progressiva sparizione dalla scena politica.

Enrico Letta, invece, s’è messo a pescare nella vasca berlusconiana. L’ha fatto con grandissima cautela e senza darlo a vedere. Io l’avevo definito “cattivo democristiano” perché non avevo immaginato il piano che aveva in mente.
Il postdemocristiano mirava a spaccare il Pdl. E ha disegnato una strategia mirabile.

Silvio Berlusconi, il quale checché se ne dica è un politico fine, l’ha capito quando oramai il danno era stato fatto. In poche ore, tra ieri e l’alba di stamattina, il Cavaliere ha visto con chiarezza il disegno di Letta. Qui mi permetto di chiosare, a mia parziale giustificazione, che sono caduto nell’inganno visto che Letta è stato capace di mandare fuori strada perfino Berlusconi.

Il capo indiscusso del Pdl ha avuto la sensazione di avere in pugno i destini del governo e s’è illuso di poter spingere l’accoppiata Letta-Napolitano nell’angolo.

Le dimissioni (definite “irrevocabili”) dei ministri pidiellini e quelle (annunciate) dei parlamentari le aveva usate, Berlusconi, come Napoleone che gettava nella mischia la Vecchia Guardia per volgere la battaglia a proprio favore.
Successe anche a Waterloo, ma il grido “la Garde recule” segnò la disfatta. Anche a Palazzo Madama la vecchia guardia fa marcia indietro.
Faccio il paragone, sapendo che i vecchi granatieri, che avevano accompagnato l’intera epopea napoleonica ottenendone in cambio sacrifici e malattie, mutilazioni e morte, non c’entrano con la “Garde” di Silvio Berlusconi ha ottenuto ministeri, presidenze e cadreghini a volontà senza buscarsi nemmeno un raffreddore.

La fine di Berlusconi è nella natura delle cose. Ma non è oggi. Il senatore che sta per essere cacciato ha preso la parola al Senato ed ha confermato la fiducia al governo Letta. La fine dei pidiellini di Formigoni & amici è arrivata addirittura prima dell’inizio. Letta ha vinto a metà. Dovrà impegnarsi di più, ma staremo tutti più attenti per non ricadere in trappola.
Giuseppe Spezzaferro

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