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Il razionamento fa sopravvivere
ma la vita vera è altro

La città assediata raziona viveri e acqua. Non riuscendo a prenderla d’assalto, il nemico ha deciso di farla cadere per fame. Passano i mesi e la gente muore. I pochi viveri rimasti sono distribuiti ai combattenti. Vecchi, donne e bambini danno la caccia ai topi e bevono l’acqua delle pozzanghere. Qualcuno addenta un cadavere.
La Terra è come una città cinta d’assedio. È di grandi dimensioni, dispone di vasti oceani e di enormi riserve d’acqua. Ha risorse all’apparenza infinite. Ma non è così.

Per questo è stato deciso il razionamento. E per indorare la pillola è stato inventato lo “sviluppo sostenibile”. Ma, come cantava una canzone napoletana del Novecento, «nun c’è bisogno ‘a zingara p’andivina’, Cuncè’…», il razionamento «‘o ssaccio meglio ‘e te!».
Ci stanno addirittura quelli che invocano la “crescita zero” e analoghe ricette, al fine di mantenere l’equilibrio tra consumatori e risorse.

Sono convinto che ne vedremo di ogni.
Uso la prima persona plurale, ma è ovvio che sarò morto da un pezzo quando sarà ampliata, per esempio, l’applicazione dell’eutanasia.
Oggi il “suicidio assistito” lo si pratica per malati terminali onde evitare loro sopravvivenze poco dignitose. La motivazione è di grande spessore umanitario: ti ammazzo per non farti soffrire, ti ammazzo perché tu me lo chiedi per pietà. Cosa dire ai talebani dello stacco della spina? Mica puoi insinuare che è una questione di quattrini. Dici una cosa del genere e ti spediscono al rogo mediatico-giudiziario.
Non si cita nemmeno di striscio il fatto che una persona in coma costi un sacco di soldi e costringa i parenti all’assistenza al pari di prigionieri incatenati alla voga.
Immagino che con indentici commossi motivi umanitari, domani sarà chiesta l’eutanasia per chi abbia superato i cento anni di vita, per gli anziani non autosufficienti, per gli improduttivi, insomma. Coloro che consumeranno aria e acqua senza apportare alcun beneficio alla comunità saranno suicidati con tanta amorevolezza.

Si ritornerà agli albori della vita animale. Come i vecchi elefanti che s’allontanano dal branco per andare a morire da soli e gli Eschimesi che abbandonano i vecchi a morire sul pack, così la cosiddetta società civile dimenticherà la lezione di Enea che porta sulle spalle il vecchio padre (perché senza passato non vai da nessuna parte, come trottola girerai su te stesso) e tiene il figlio per mano (il futuro lo si affronta con la vita e non con la morte).

All’eutanasia si affiancherà un occhiuto controllo delle nascite. Sempre la tanto decantata “società civile” deciderà quanti bambini potranno nascere e con quali capacità in modo da soddisfare le richieste di ingegneri, calciatori, comici (anche non impegnati in politica) eccetera ecceterone.

I fortunati scampati alle apocalissi annunciate (scioglimento dei ghiacciai polari, enorme buco nell’ozono, mortale effetto-serra et similia) vivranno felici e contenti su una Terra diventata il set del Grande Fratello Universale.
Niente tabacco, niente alcol, niente canne, niente corse in macchina, niente sesso (i figli si fanno in provetta; scopare fa sudare e poi ci si deve lavare con un criminale spreco d’acqua), niente tombola (l’azzardo genera lavoratori svogliati oltre che indebitati) e via proibendo.
Ma tutto questo, e lo chiedo agli intelligentoni, salverà la Terra dall’assedio dell’uomo?
Manco per niente. Per definizione uno spazio limitato anche se ampio più di mezzo miliardo di chilometri quadrati ha risorse limitate, cioè destinate a finire.

Il razionamento, l’eutanasia allargata, il controllo demografico e i mille altri ignobili trucchi escogitati per sopravvivere come animali senza destino serviranno soltanto a prolungare l’assedio. Tutto qua.

Poi arriverà un giorno nel quale «…colà dove si puote ciò che si vuole…» si deciderà di fare uno sfoltimento finale. Così resteranno in pochi a godersi la Terra e il ciclo ricomincerà. Oppure? Oppure, la piantiamo subito con questa idiozia dello sviluppo sostenibile, ci buttiamo a capofitto nella costruzione di stazioni spaziali più grandi della Iss che già ci gira a trecento e passa chilometri sopra la testa e partiamo per la colonizzazione di qualche altro pezzo di Universo.

L’Uomo, quello vero, quello con le palle, non il disossato efebico imitatore di femmine, è fatto per la conquista e non per starsene sul divano a razionare le patatine e la cocacola per la durata della partita.
Giuseppe Spezzaferro

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