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Il ’68 di uno che c’era – 2

Qualcuno è arrivato a dire che il terrorismo brigatista è figlio del ’68. Purtroppo gli aspiranti analisti danno libero corso all’immaginazione (male interpretando l’Imagination au pouvoir) e sognano scenari con i quali tessono il filo del ragionamento. Non sono immediatamente classificabili come dietrologi, ma hanno parecchi punti in comune con gli esegeti di “misteri”. Il ’68 è stato insieme una manifestazione di massa e di élite. La storia dei movimenti (gruppi, gruppuscoli e quant’altro) che hanno fatto il ’68 è innanzitutto la storia delle persone che li hanno messi in piedi. Va guardata la biografia di ciascuno per trovare i punti comuni e tracciare le linee di interpretazione; sennò si fa salotto tv (oppure si scrivono libri senza capo né coda).

Giacché non sono un analista (ho scarse cognizioni di sociologia, di antropologia culturale e di psicologia; oltre che di mille altre materie) mi limito a raccontare quello che ho visto e sentito in un paio d’anni di Sessantotto.

Gruppo del teatro

Ho già detto che il nome ci veniva dal fatto che ci riunivamo nel teatro della Sapienza. La gran parte di noi era di cultura fascista, ma c’erano anche giovani di destra liberal-risorgimentale, cattolici tradizionalisti, tradizionalisti pagani e perfino una pattuglia di marxisti-leninisti delusi dal Pci. La maggioranza fascista era a sua volta divisa in mussoliniani, in cultori del Manifesto di Verona, in hitleriani, in strasseriani… con in comune poche certezze: per esempio, eravamo tutti antibadogliani (il verbo inglese to badogliate – tradire stupidamente – era l’argomento principe) e antiSavoia (il pusillanime Sciaboletta). Negazionisti per quanto riguarda l’Olocausto (erano campi di lavoro, non di sterminio; i prigionieri morivano per malattie e per igiene i corpi venivano bruciati; avevamo tutti letto “La menzogna di Ulisse” di Paul Rassinier e molti di noi negli anni successivi seguiranno la linea revisionista di Robert Faurisson) eravamo comunque arrivati alla conclusione che il giudeo non fosse più un pericolo visto che il mondo intero si era giudaizzato: non c’era più differenza fra l’usuraio con le mani in continuo sfregamento e il banchiere cristiano. E’ vero, comunque, che chi di noi sposò subito la causa palestinese, lo fece in odio a Israele. Ma di questo parlerò un’altra volta.

Ci vorrebbero pagine e pagine per descrivere (e forse un giorno lo farò) quei dibattiti che ci facevano accapigliare sulla seconda guerra mondiale, sul fascismo, sul nazismo e sugli “errori” di un protagonista piuttosto che di un altro. Quei pochi di scuola marxista-leninista avevano scarso successo a lanciare temi come lo sterminio dei kulaki, i processi staliniani, le purghe o, i più addottorati, le manipolazioni sovietiche della dottrina comunista. Eravamo un’accolita di giovani agitati che si pigliavano – per così dire – le misure a vicenda. Cercavamo una piattaforma comune e non la trovavamo. Nessuno era in grado di fare una sintesi accettabile. Poco alla volta, però, emersero tematiche di più “volgare” attualità. Litigando sulla battaglia di El Alamein (i paracadutisti mandati a combattere come fanteria; le molotov contro i carri britannici; Rommel: “Se il soldato tedesco ha stupito il mondo, il soldato italiano ha stupito il soldato tedesco”; l’acqua al posto della benzina spedita da Ciano…) qualcuno fece un parallelo con la battaglia di Dien Bien Phu e la tattica del generale Giap (pesantissimi cannoni trasportati a braccia sulle creste dei monti) ancora vincente in Vietnam (nel 1967 cinquecentomila soldati americani erano impantanati nella sporca guerra) e così cominciò un confronto che fu il primo tassello di una geopolitica che divenne l’elemento originale di ciò che venne in seguito. Allo stesso modo – in quel caso eravamo partiti dalle differenze/concordanze tra la leadership di Mussolini e quella di Hitler – partì il dibattito su Mao e sulla via cinese al comunismo. La lunga marcia, la rivoluzione culturale e l’indipendenza da Mosca e da Washington entrarono a pieno titolo nel nostro armamentario geopolitica. E così fu anche per Che Guevara (che all’epoca non godeva di grande fama fra i comunisti) che aveva rinunciato a fare il ministro per liberare i popoli latinoamericani dall’imperialismo Usa. Anche qui, debbo dire che il nostro antiamericanismo era “congenito”: avevano bombardato le nostre città, avevano messo in una gabbia di ferro Ezra Pound, avevano impiccato uomini che avevano il solo torto di aver perso la guerra, avevano usato le bombe atomiche per battere l’imbattibile Giappone-Samurai.

Il gruppo del teatro uscì dalle tematiche politico-sentimentali e cominciò ad affrontare la realtà quotidiana. Una sufficiente sistematicità era assicurata da chi fra noi aveva già fatto politica attiva ed aveva una bella infarinatura di tecniche organizzative.

Non faccio nomi (nemmeno di quelli che sono morti) perché è ininfluente sapere se era Tizio più maoista o Caio più anticlericale. Credo che sia sufficiente sapere quali fossero, allora, le idee più diffuse nella nostra élite. E, siccome ho visto e sentito pure un po’ di cose da “compagni”, parlerò anche di loro. Ma non ora. Qui m’interessa tentare la ricostruzione di un ambiente (il “nostro ambiente”; espressione che diceva tutto e niente, ma diventata ben presto corrente) per farci “entrare” chi non c’era.

Il gruppo del teatro, dunque, elaborò articolate posizioni in politica internazionale in funzione di una convinzione condivisa da tutti: l’autodeterminazione dei popoli. In economia, superammo ben presto la posizione anticapitalista onirica (qui ci aiutarono parecchio l’esperienza della socializzazione, nonché “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Max Weber e “Il capitalismo moderno” di Werner Sombart) per approdare ad una visione di un capitalismo dal volto umano grazie alla regolazione da parte dello Stato (non più “etico”, ma espressione della comunità nazionale). Sull’Europa restammo divisi: a me, e a qualche altro, piaceva l’Europa dei bottegai perché diventava più facile fare l’Europa politica. Meglio una Europa di interessi economici condivisi piuttosto che una non Europa. Ma era una posizione minoritaria. Era arduo convincere i “duri e puri” che gli interessi economici europei (e delle banche europee) avrebbero facilitato un rapporto meno dipendente dallo strapotere Usa. A quei tempi, la contrapposizione Usa-Urss sembrava “eterna” e noi rifiutavamo l’obbligatorietà della scelta di campo (o con Mosca o con Washington) in nome di una terza posizione fondata soprattutto sull’irruzione della Cina (qualcuno ne era più soddisfatto perché già Mussolini aveva messo in guardia dal pericolo giallo… ma erano le ultime resistenze di un modo vecchio di porsi). In politica (e parlo dello scenario di casa nostra) non vedevamo niente di buono: il bipartitismo Dc-Pci, la presenza di un Msi – buono soltanto per eleggere presidenti della repubblica targati Dc e per operazioni di basso profilo – la vedevamo come funzionale all’anticomunismo made in Usa e basta (eravamo tranchant come soltanto i giovani possono essere). In effetti non avevamo una sponda politica e questo ci spinse ad elaborare tesi d’altro genere. Ma di questo parlerò in un altro intervento.

Giuseppe Spezzaferro
(Puccio Borbonico)

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2 commenti

  1. La tua analisi è, come sempre, lucida. Però parte esclusivamente dal tuo personale percorso.

    Io, ad esempio, “missino” a 14 anni (era il 1965), non ero a Roma ma nella problematica Napoli e solo nel 1969 (a 17 anni) incomincio ad immaginare nuovi orizzonti politici, intraprendendo una strada che poi da lì a pochi mesi incontrerà la tua: tu già eri Lotta di Popolo, io Avanguardia di Popolo.

    Non ero quindi a Valle Giulia, anche se forse ne avrei avuto i titoli per esserci. A Napoli, però, non è stato mai possibile immaginare un fronte “comune” contro il sistema, perché i compagni con noi non dialogavano affatto, anzi. Il mio personale sessantotto non è stato mai vissuto come una rivolta generazionale (con i marxisti come compagni di strada) contro il “sistema borghese”, ma come il naturale confronto tra chi agisce in nome del popolo e chi il popolo sfrutta, magari in ossequio a logiche classiste.

    Avrei voluto essere a Valle Giulia, come ho poi fatto in altre occasioni, a difendere la libertà della nostra gioventù e della nostra giovinezza. Purtroppo non c’ero. Se ci fossi stato avrei anche accettato, non senza qualche remora morale, il dover essere a fianco di chi all’epoca ancora cianciava di antifascismo. Però sono più che mai convinto che la buonafede di noi “nazionalrivoluzionari” aveva contro, per contrappasso, la malafede leninista. Quanti “rivoluzionari” della nostra generazione sono oggi nei posto di comando? Quanti rivoluzionari dell’altra sponda sono invece a Montecitorio e dintorni? Il bilancio mi pare assolutamente negativo per noi.

    A proposito: mi sembra che hai dimenticato di citare Chiarissi e L’Orologio, eppure l’antiamericanismo e l’orgoglio nazionale, in quell’epoca buia, veniva rivendicato in Italia soprattutto da loro.

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