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Napolitano chiamato a testimoniare
Parlamento dietro al pifferaio magico

Stato-mafia,
Napolitano chiamato a testimoniare
Parlamento dietro al pifferaio magico

Il presidente della Repubblica è stato chiamato a testimoniare a Palermo nel processo in cui è imputato anche Nicola Mancino ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, ex ministro dell’Interno nonché ex presidente del Senato. Inutile entrare nelle vicende processuali. Il fatto eclatante è che la Corte di Assise palermitana ha dato il via libera alla richiesta dei pm (vedi http://www.internettuale.net/1342/la-risposta-di-napolitano-a-palermo) ed ha autorizzato anche la trascrizione delle intercettazioni delle telefonate tra l’imputato Mancino e Loris D’Ambrosio, il consigliere giuridico del capo dello Stato ucciso da un infarto all’indomani di una violenta tempesta accusatoria.

Al centro del mirino c’è lo Stato che tratta con la mafia.
A parte il fatto che senza il sostegno della mafia, oltre che della massoneria, Garibaldi non sarebbe nemmeno arrivato sulla spiaggia di Marsala; a parte il fatto che senza la complicità della mafia, gli americani avrebbero perso tempo, mezzi e uomini per sbarcare in Sicilia; a parte questi e altri fatti più o meno noti, non si capisce perché un’operazione di intelligence messa in atto per fermare le bombe mafiose del 1992-1993 debba essere criminalizzata in “trattativa Stato-mafia”. O meglio. Si capisce soltanto sintonizzandosi sul furioso fracasso di bravi cittadini che vogliono veder finire in galera presidenti, ministri, industriali, cardinali… insomma tutti gli uomini di potere. Una palingenesi catartica calata nella più bestiale delle letture laiciste.
Come siamo arrivati a questo è un tema che riempirà le biblioteche di volumi di sociologi, politologi e affini. Proviamo a tracciare qualche linea.

Da quando Tangentopoli fece strage di partiti e di gran parte dei politici che li rappresentavano, i parlamentari – di destra, di sinistra, di centro, di sopra, di sotto – sono come i topi del pifferaio magico raccontato dai fratelli Grimm. Il suono ammaliante dello strumento che si tirava dietro animali e persone è oggi il frastuono della cosiddetta pubblica opinione. Nei salotti e nelle arene tv si scatenano i pifferai, la gente applaude e chiede a gran voce la testa di questo o di quello. Come risponde il Parlamento, mala bestia? Accontentando le tricoteuses del momento. Gli eredi delle sferruzzatrici esaltate dal sibilo mortale della ghigliottina chiedono che deputati e senatori rinuncino all’immunità parlamentare? Eccoli accontentati, senza nemmeno riflettere sul fatto che quella protezione fosse una garanzia di indipendenza per il singolo parlamentare e di effettiva separazione tra i poteri dello Stato (legislativo, esecutivo, giudiziario).

L’abolizione dell’immunità ha indebolito il Parlamento sui due fronti. Da un lato, il Governo ha emanato provvedimenti senza effettivo vaglio parlamentare sparando a raffica voti di fiducia e, dall’altro, un magistrato ha acquisito la potestà di determinare le scelte politiche. Avviando un’inchiesta o spedendo un avviso di garanzia, si impedisce una candidatura, si fa fallire un’alleanza, si decapita una cordata. Sicché nel togato, alla naturale vanità dell’uomo si somma l’orgoglio del politico potente.

Le sferruzzatrici agitando cappi e manette spingono i parlamentari, novelli topi della favola antica, al suicidio. In fretta e furia si vara, dunque, una legge contro la presenza di ladri, farabutti, inquisiti e condannati. Finalmente, strillano tutti, il Parlamento sarà frequentato soltanto dagli onesti galantuomini.
Il tragicomico della faccenda è che molti ci credono, quasi fosse possibile per un politico fare carriera senza aiutare, sostenere, raccomandare, favorire… Nella cosiddetta opinione pubblica, quegli stessi che urlano contro i privilegi dei politici non si vergognano di chiedere al politico (guarda caso è sempre uno perbene, diverso dagli altri) la raccomandazione per il figlio disoccupato o l’aiutino burocratico per ristrutturare la “stalla” etc.

A scanso di equivoci, sia chiaro che i reati vanno puniti e i colpevoli debbono scontare la pena.
Il principio del “chi sbaglia paga” vale per il chirurgo e per l’ingegnere, per il ragioniere e per il magistrato, per il politico e per il prete.
Non sono in discussione i princìpi basilari per un consorzio civile, ma non si possono ignorare le esagerazioni talebane e i pessimi risultati degli isterismi collettivi.

Tanti anni fa, ma proprio tanti ahimè!, ebbi un breve scambio di battute con l’allora segretario del Msi Giorgio Almirante. Sotto la pressione popolare, Almirante s’era convinto a proporre la istituzione della pena di morte per i crimini efferati. A parte che ero e sono contrario perfino all’ergastolo (il reo deve avere una possibilità di recupero), feci presente che ad essere condannati alla pena capitale sarebbero stati per primi fascisti, neofascisti, neonazisti e camerati vari. Ma non ci fu verso. In fin dei conti, Almirante aveva fiducia nei tribunali.

Quando le Brigate rosse infuriarono per l’Italia con la gente che invocava la pena di morte, per fortuna il Parlamento non era ancora sotto ricatto e perciò la repressione fu dura (a volte troppo, ma questo è altro tema) ma senza piegarsi alle feroci richieste della gente spaventata e vendicativa.
Se un fenomeno tipo Br si manifestasse oggi, state certi che i parlamentari si precipiteranno a fare una legge sulla pena di morte per soddisfare la rabbia popolare.

È un’esagerazione? Per niente. L’episodio della legge che vieta di negare l’Olocausto israelita (in Francia ne stanno facendo una che vieta di negare quello armeno) è più che illuminante. L’anniversario della retata di ebrei (16 ottobre 1943) capitato in contemporanea con i funerali del capitano SS Erich Priebke condannato per le fucilazioni (24 marzo 1944) alle Fosse ardeatine ha scatenato una tempesta nelle aule parlamentari in puntuale reazione al chiasso che stava montando per strada.
Alcuni avrebbero voluto fare subito la legge e punire immediatamente i violatori, altri hanno osservato che una legge del genere è talmente importante da richiedere almeno un minimo di dibattito parlamentare.
Da più parti, comunque, s’è levato il lamento per aver perso la bella occasione di fare la legge in concomitanza con il rastrellamento del ’43.

C’è da sperare che su facebook e dintorni non monti la marea dei forcaioli assatanati fanatici della pena di morte. Con gli attuali inquilini del Palazzo, sarebbe una tragedia greca.
Giuseppe Spezzaferro

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