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Le carceri come la caverna
dei quaranta ladroni

Il sovraffollamento delle carceri è un muro di roccia che nasconde una caverna con mille segreti (e tesoretti) ma, diversamente da quanto avveniva nella favola, i quaranta ladroni non comandano: «Apriti, Sesamo!». Una valanga di menzogne e di mezze ideologie impedisce l’accesso al povero cittadino comune, l’Alì Babà italiano.
L’imbroglio comincia dai numeri.
Annamaria Cancellieri, ministro dell’Interno, ha deciso di fare luce almeno su questo punto dicendo che la capienza regolamentare nei 206 istituti di pena italiani è di 37 mila posti e non 47. 615. Insomma ha sconfessato il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che contava circa diecimila posti in più calcolando così il sovraffollamento al 136%.

Il numero dato dal ministro porta la percentuale al 175% perché gli attuali 63.758 detenuti sono ammassati in 37 mila posti.

Altro elemento sicuro è la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo. Se all’incirca per il prossimo mese di marzo, lo Stato italiano non avrà assicurato ai detenuti più umane e civili condizioni di detenzione, fioccheranno le sentenze di risarcimento (http://www.internettuale.net/1198/carceri-quellinutile-condanna-di-strasburgo).

I quattrini da sborsare, però, non sono soltanto quelli in forza della sentenza di Strasburgo. Ne servono parecchi anche per evitare le conseguenze di quella condanna.
Ci sono case circondariali nelle quali si potrebbero rimettere in funzione padiglioni abbandonati. Ci sono nuovi istituti di pena che non si mettono in funzione per mancanza di personale. La costruzione di nuove carceri costa soldi.
Non esco dai confini monetari, nonostante siano molto più determinanti i motivi di ordine etico e giuridico. Lo faccio per non cadere nelle trappole ideologiche tipo “vuoi fare un favore a Berlusconi”, “sei un amico dei delinquenti” e via delirando.

La penuria di soldi, dunque, è il grande ostacolo agli interventi risanatori. Molti sostengono che tra i due preventivi di spesa sia meglio scegliere di distribuire qualche milione di euro tra i detenuti piuttosto che sborsarne a centinaia per risanare l’intero comparto. Manca, tra l’altro, anche la certezza di riuscirci. Quante volte lo Stato è intervenuto con gigantesche iniezioni di denaro che poi è andato disperso tra rivoli e rivoletti locali?

Non sono un esperto di amministrazione penitenziaria, ma qualcosa la so.
So, per esempio, che in una casa circondariale tipo Eboli o Sala Consilina, con non più di una trentina di detenuti ciascuna, non è necessario impiantare un commissario. Un brigadiere sarebbe più che sufficiente per organizzare il lavoro degli agenti.
So, per esempio, che se la piantassero di sfornare commissari, che hanno un costo unitario parecchio alto, e assumessero semplici agenti, avrebbero un risparmio nella spesa e più agenti a controllare i detenuti.
So, per esempio, che gli edifici demaniali assegnati all’amministrazione penitenziaria sono semi-deserti. Di solito ci sono i mega appartamenti per direttori e capi vari.
Qui un direttore ha sfondato una parete per fare di due appartamenti all’ultimo piano un solo magnifico attico. Lì un commissario ha fatto spendere quattrini a palate per sistemare l’appartamento e poi nemmeno ci è andato a vivere.
Bene, consiglio una rapida inchiesta su tutti gli edifici demaniali per vedere chi ci abita e se ci sono condizioni di privilegio. Quelle palazzine potrebbero ospitare detenuti non pericolosi, per dirne una.

So anche che nelle carceri ci sono agenti della Polizia penitenziaria assegnati a compiti civili: lavorano alla posta, ai conti correnti, in amministrazione. È una violazione di legge: c’è il personale civile assunto per sbrigare mansioni amministrative ed è illegale sostituirlo con agenti in servizio.

So anche che troppi vip hanno la scorta assicurata dalla Polizia penitenziaria. Una bella scrematura restituirebbe al servizio di istituto un sostanzioso numero di agenti.
Sul piano dell’organizzazione interna, non si capisce perché in alcune case circondariali ci sia un agente per ogni detenuto. Qualcosa di sicuro non funziona se in quel carcere per controllare 400 detenuti ci sono 400 agenti.

Non ho idea di quante risorse si recupererebbero e di quanto spazio in più ci sarebbe se si disboscasse questa giungla di sprechi, inefficienze e privilegi. Ma fare luce nella caverna darebbe almeno il segnale che la pacchia è finita.
A cominciare dai suv usati per fare shopping (http://www.internettuale.net/1478/polizia-penitenziaria-chiama-ministro-giustizia-auto-di-copertura-usate-come-autoblu).
Giuseppe Spezzaferro

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