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a Napoli va in scena la compravendita

Berlusconeide,
a Napoli va in scena la compravendita

Silvio Berlusconi l’11 febbraio 2014 dovrà comparire davanti alla quinta sezione penale del tribunale di Napoli. L’imputazione è compravendita di senatori. Vedremo come andrà a finire, e però la confusione che si fa attribuendo al reato di corruzione conseguenze politiche è il segno che il processo napoletano non ha obiettivi squisitamente di giustizia.
È alquanto diffuso l’interesse a stabilire un legame tra la capriola parlamentare di Sergio De Gregorio, senatore Idv nominato da Antonio Di Pietro, e la caduta nel 2008 del governo messo insieme da Romano Prodi.
La vulgata è: Berlusconi comprò De Gregorio e altri per buttare giù il governo di centrosinistra.
Provo a fare un po’ di chiarezza.

Innanzitutto ricordiamo che nella XV Legislatura (durata 732 giorni, dal 28 aprile 2006 al 28 aprile 2008) il partito di Antonio Di Pietro non ebbe il numero sufficiente di senatori per formare un gruppo, per cui i 5 eletti Idv dovettero iscriversi al Gruppo Misto, che, come dice la parola, raccoglie eletti di diverse collocazioni. Sono regole parlamentari e non è qui la sede per occuparcene.

Il governo Prodi (che durò 617 giorni: giurò il 17 maggio 2006 e si dimise il 24 gennaio 2008) era sostenuto dai seguenti partiti: Ds-Dl-Pd (Democratici di sinistra, Democrazia è libertà, Partito democratico), Prc (Partito della rifondazione comunista), Rnp (Rosa nel pugno), Pdci (Partito dei comunisti italiani), Idv (Italia dei valori), Fdv (Federazione dei verdi), Sdi (Socialisti democratici italiani), Ri (Radicali italiani), Udeur (Unione democratici per l’Europa – Popolari), Si (I Socialisti italiani), Dcu (Democratici cristiani uniti), Lal (Lega per l’autonomia alleanza lombarda), Sd (Sinistra democratica), Ld (Liberal democratici), Mre (Movimento repubblicani europei).

Prodi aveva inoltre l’appoggio esterno di: Pdm (Partito democratico meridionale), Idm (Italia di mezzo), Cu (Cosumatori uniti), Rd (Repubblicani democratici), Ud (Unione democratica), Svp (Südtiroler Volkspartei), Ald (Autonomie liberté démocratie), Aisa (Associazioni italiane in sud america), Mpc (Movimento politico dei cittadini), Sc (Sinistra critica).

Sembra che siano passati secoli, ma cinque anni fa il Parlamento era affollato di partitini e movimenti a volte rappresentati da una sola persona.
Al Senato Prodi ebbe la fiducia con 165 sì. I no furono 155.

I 7 senatori a vita votarono a favore del governo. Oscar Luigi Scalfaro, Emilio Colombo, Rita Levi Montalcini, Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Sergio Pininfarina e Carlo Azeglio Ciampi (l’unico tuttora vivente) assicurarono la sopravvivenza del governo, facendo sorgere più di un dubbio sull’uso politico di un senatore nominato honoris causa; ma questo dei senatori a vita è un altro capitolo che qui è preferibile lasciar perdere per non ingarbugliare le acque.

Chi fece cadere Prodi dopo nemmeno due anni di vita?
Il 24 gennaio 2008 al Senato il governo ottenne soltanto 156 sì. I no furono 161 e fu la fine. Chi erano stati i “traditori”?
Votarono contro Prodi: Franco Turigliatto (Sinistra critica, eletto in Rifondazione Comunista), Clemente Mastella (Udeur), Tommaso Barbato (Udeur), Lamberto Dini (Liberaldemocratici eletto nelle liste Dl), Domenico Fisichella (indipendente, eletto nelle liste Dl). Si astenne (al Senato l’astensione vale no) Giuseppe Scalera (Liberaldemocratici, eletto nelle liste Dl).

Se si vuole insistere sulla tesi che Berlusconi avesse comprato senatori per buttar giù Prodi, si dovrebbe anche fare l’elenco dei nomi che ho riporto qui sopra. Andate a dire al compagno duro e puro Turigliatto che s’è fatto comprare dal Cavaliere! Piuttosto la responsabilità ce l’ha un certo magistrato che arrestò la moglie di Mastella, il quale era, guarda un po’, ministro della Giustizia. Fu, dunque, l’uomo di Ceppaloni a mettere il “chiuso per fallimento” al governo di Romano Prodi.

Comunque il senatore Sergio De Gregorio il salto lo fece. Seguiamone alcuni passaggi.
Alle elezioni del 2006, De Gregorio s’accordò con Di Pietro e fu inserito nelle liste dell’Italia dei valori.
Arrivato in Senato, De Gregorio fu nominato membro della commissione Difesa.

Ecco i nomi degli altri membri con il gruppo di appartenenza fra parentesi: Filippo Berselli (An), Rosa Maria Calipari (Ulivo), Giovanni Collino (An), Mauro Cutrufo (Dc-Ind-Ma), Sergio De Gregorio (gruppo misto), Sergio Divina (Lega), Fosco Giannini (Rc-Se), Pasquale Giuliano (Fi), Paolo Guzzanti (Fi), Raffaele Iannuzzi (Fi), Salvatore Ladu (Ulivo), Antonio Maccanico (Ulivo), Calogero Mannino (Udc), Andrea Manzella (Ulivo), Giulio Marini (Fi), Lidia Menapace (Rc-Se), Pasquale Nessa (Fi), Gianni Nieddu (Ulivo), Manuela Palermi (Iu-Verdi-Com), Silvana Pisa (Ulivo), Luigi Ramponi (An), Gustavo Selva (An), Giorgio Tonini (Aut), Valerio Zanone (Ulivo). 12 membri della maggioranza e 12 delle opposizioni.

Nel momento di eleggere il presidente della commissione, la maggioranza candidò Lidia Menapace, una pacifista di lungo corso la quale, giusto perché non ci fossero equivoci sulle intenzioni che aveva, attaccò le Frecce Tricolori, la squadra acrobatica orgoglio dell’aviazione italiana, dicendo che erano una spesa inutile e che inquinavano il cielo.

Fu una candidatura lanciata per una serie di circostanze che resteranno “riservate” ancora per parecchio. Sta di fatto che Lidia Menapace non sarebbe mai stata eletta senza almeno un voto delle opposizioni. Dopo le prime votazioni finite 12 a 12, il centrosinistra avrebbe dovuto cambiare candidato.
Ma la tattica fallì.

Scrisse il 7 giugno il giornale di Scalfari (http://www.repubblica.it/2006/06/sezioni/politica/nuovo-governo-cinque/menapace/menapace.html):
«È stato il capogruppo di Fi al Senato Renato Schifani a telefonare stanotte a De Gregorio per chiedergli se fosse disponibile a diventare il “loro” candidato in commissione Difesa. Lo racconta il senatore forzista Paolo Guzzanti, vecchio amico di De Gregorio, che a sua volta conferma».
La senatrice, oggi novantenne, di Rifondazione comunista raccolse 11 voti e De Gregorio ne ebbe 13 e fu eletto presidente.

De Gregorio racconta: «L’accordo si consumò nel 2006… il mio incontro a palazzo Grazioli con Berlusconi servì a sancire che la mia previsione di cassa… era di 3 milioni e che immediatamente partirono le erogazioni».

Fu prima o dopo l’elezione alla commissione Difesa? Si vedrà al processo. Ciò che qua rilevo è che da giugno 2006 si deve arrivare fino a gennaio 2008 per cogliere l’obiettivo.

Dice Mastella: «Nel 2008 il governo Prodi cadde per ragioni politiche; c’erano divisioni interne alla maggioranza di centrosinistra, altro che compravendita di senatori».

Le vicende giudiziarie nella Berlusconeide assomigliano alle Sirene, alla maga Circe, a Polifemo… cioè alle disgrazie che colpiscono Ulisse nel lungo viaggio di ritorno a Itaca. Oggi un Omero in grado di raccontare la Berlusconeide potrebbe aspirare al Nobel per la letteratura (cosa non tanto difficile visto che l’hanno assegnato anche al comico Dario Fo).
Per l’inferno giudiziario, invece, ci vorrebbe un novello Dante, ma di questi tempi i poeti abbracciano altri orizzonti, per così dire.
Giuseppe Spezzaferro

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