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Il ’68 di uno che c’era – 3

Il gruppo del teatro era a metà strada tra un think tank ed un gruppo in autoanalisi. Ciascuno metteva sul piatto le proprie idee, i propri convincimenti, le proprie opinioni senza autocensure. Emergevano anche tabù, superstizioni o semplicemente false informazioni: per esempio uno dei marxisti-leninisti negava che Lenin fosse stato finanziato dal Kaiser al fine di chiudere il fronte dell’Est. I confronti – spesso poco pacifici – non subivano interruzioni. C’era un via vai senza pause: era un’autentica assemblea permanente; e nessuno l’aveva stabilito. I documenti erano scritti a mano.

Uno di noi (che poi nella sua vita professionale riscuoterà grandi successi occupando posti di responsabilità nelle istituzioni) armato di una ventiquattrore con taccuini, pennarelli, evidenziatori (che, confesso, per me furono una novità) e cancelleria varia prendeva appunti, stilava ordini del giorno, mozioni e quant’altro. Data la sua passione per Mao lo chiamavamo il piccolo timoniere (a me affibbiarono il soprannome di borbonico perché contestavo la mitologia risorgimentale e lamentavo la rapina compiuta dai Savoia a danno del Sud) ed era costantemente chiamato a “testimoniare” nei casi nei quali scoppiava una polemica a proposito di un tema già trattato e già esaurito. Prendevamo le decisioni il più possibile all’unanimità e ricorrevamo al voto di maggioranza quand’era necessario per superare un’impasse.

Prima di riuscire a individuare un filo conduttore, ripeto, i dibattiti spaziavano sull’universo mondo. Molte delle questioni affrontate, però, erano soltanto apparentemente di minore valenza o addirittura frivole.

Little Bighorn

Lo scontro sugli indiani fu memorabile. Eravamo affascinati dalla cultura pellerossa. Ci piacevano i loro riti. La caccia al bisonte. Gli stregoni che richiamavano il collegamento fra la terra e il cielo. Le donne che masticavano pelli di daino per fare morbidi mocassini per i guerrieri (nota per le donne: il maschilismo non c’entra). Soprattutto, per parecchi di noi – me incluso – il nomadismo era il modo di vivere migliore in una società, la nostra, le cui uniche radici erano i quattrini e le ferie comandate. Un po’ di nomadismo ce lo sentivamo addosso mentre viaggiavamo in lungo e in largo in autostop. Gli indiani si muovevano appresso ai bisonti. Noi viaggiavamo appresso a noi stessi; facevamo una ricerca – a tratti adolescenziale, ma non ce ne accorgevamo – di un senso da dare alla vita. Arrivare di notte in posti sconosciuti, cercare un posto per dormire e qualcosa da mangiare a me dava la sensazione di essere un conquistatore di vita vera.

Al nord già c’erano i gabbiotti per farsi la foto e vi ho dormito rannicchiato sullo sgabello quando la stazione ferroviaria era chiusa o quando i poliziotti mi sfrattavano da una panchina. Che fossero un camionista o una signora annoiata oppure un commesso viaggiatore o una coppia (eccitata dall’idea di vedere da vicino un capellone) a dare il passaggio, in genere dovevano sorbirsi lunghi monologhi contro il consumismo, contro il materialismo imperante, contro uno Stato occupato da disonesti e sfruttatori. Capitava qualcos’altro con la signora annoiata, ma qui non fa conto parlarne. L’autostop ti portava ovunque: era una scommessa sulle tue capacità di sopravvivenza.

Ma torniamo agli indiani.

Ci piacevano e ci entusiasmavano. Ma le domande erano tante. Perché soltanto alla battaglia del Little Bighorn avevano battuto le giacche blu? Perché la nazione indiana non era mai riuscita a darsi un’organizzazione unitaria? I mongoli c’erano riusciti. Sì, ma grazie a Gengis Khan. La chiave era, dunque, il fuhrerprinzip. Senza un capo capace di interpretare l’orgoglio e i sogni del proprio popolo, non si combina niente di buono. E’ il carisma del capo che sostiene la gerarchia che assicura la disciplina e l’organizzazione funzionale agli obiettivi da cogliere. Ma il capo non necessariamente deve essere il discendente di qualcuno; o imposto. Il capo è espressione diretta del popolo e ne diventa naturalmente il rappresentante più alto. Com’era possibile conciliare il fuhrerprinzip con la democrazia? Chi di noi era gollista aveva la risposta. De Gaulle era stato il capo indiscusso democraticamente eletto. Quindi era possibile conciliare la “dittatura” con la democrazia rappresentativa. Gli esempi – secondo me – più forti del fuhrerprinzip erano due: il Papa e il presidente Usa. Il Pontefice di Roma gode di una doppia investitura: quella dello Spirito Santo e quella della gerarchia. In una mirabile operazione di sintesi, la Chiesa ci dice che mentre la gerarchia decide è lo Spirito Santo che lavora affinché l’eletto sia il degno successore di Cristo. Molti Papi, però, nel corso della storia ci hanno dimostrato che non sempre lo Spirito Santo ci piglia. Ma, al di là, della Fede (c’è chi ci crede e chi non ci crede, come me) sta di fatto che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana è un modello di organizzazione in grado di resistere al tempo e di grande efficacia nel quotidiano. Un popolo di credenti, che esprime pastori, che diventano vescovi, che diventano cardinali, che diventano il Papa. Una selezione dal basso ed un vertice dall’indiscussa autorità.

Oggi, che la questione islamica è cruciale, è più evidente la capacità organizzativa cattolica. L’Islam non è riuscito a diventare chiesa: un Imam, un Ayatollah, un Mullah devono la loro autorevolezza a sé stessi. Nessuno è il capo supremo e nessuno può imporsi agli altri. La stessa dottrina si apre a diverse letture e interpretazioni (come successe per la Chiesa di Roma e qualche “setta” esiste tuttora) per cui non è esagerato semplificare dicendo che ogni moschea è un Islam.

L’altro esempio è quello Usa. Lì il fuhrerprinzip (ma è… americanizzato) funziona bene cosicché abbiamo un popolo che sceglie e un capo che per 5 anni è il Re. L’organizzazione politica statunitense parte dal rispetto per la singola persona (c’è darwinismo sociale; ma questa è un’altra storia) e per i suoi inalienabili diritti. L’Habeas Corpus è reale. In Italia ti arrestano una mattina, ti schiaffano dentro e, forse, dopo un mese un magistrato ti interroga e, forse, dopo un paio d’anni ti processano e, forse, esci di galera… se nel frattempo non ti hanno appioppato un’altra accusa. I gruppi di pressione (le lobby) che appoggiano i candidati dicono espressamente ciò che si aspettano e sborsano i quattrini necessari alla campagna elettorale. Il bipartitismo fa parte dell’eredità anglosassone (insieme con la figura del Re) e sia i democratici che i repubblicani vogliono che l’America rule, domini sul mondo (Britannia rules the waves: canta l’inno imperiale inglese). Al presidente Usa può far difetto il carisma e un’intenzione spirituale, ma il sistema funziona.

Un sistema che né i Sioux né i Navajos (conosciuti attraverso Tex Willer e poi studiati sui testi) avevano mai pensato di costruire perché la nazione indiana fosse abbastanza forte da difendersi dall’invasione del viso pallido. Tutto lì? Nell’assenza di un Gengis Khan? Di uno Shaka, sovrano dell’Impero Zulu? Nell’assenza di uno Stato? No. C’era di mezzo anche la tecnica. Gli yankee, i gringos, gli uomini bianchi, insomma, avevano fucili, mitragliatrici e cannoni. Perché i guerrieri di Cavallo Pazzo erano fermi agli archi e alle lance? Qui lo scontro tra noi si faceva più duro. E andava in profondità. Le due vie concesse all’uomo (l’ascesi mistica e l’ascesi guerriera) sono diverse ma sono di identica qualità. E’ una questione di scelta.

L’indiano (quello dell’India) muore di fame ma non uccide la vacca. Buddha insegna la realizzazione del sé; i beni materiali sono una illusione, come la stessa vita terrena. E’ per la via dell’ascesi mistica che l’uomo raggiunge il massimo della propria spiritualità. Ma può un santone dar da mangiare ad un affamato? Può un santone immaginare di costruire una ferrovia invece di andare a piedi? Fortunatamente per gli indiani, il loro Paese è stata colonia britannica. Gli inglesi costruirono le ferrovie etc. e oggi gli indiani hanno la bomba atomica e fanno satelliti. Gli altri indiani (quelli d’America) vivevano in armonia con la Natura, si scannavano reciprocamente e non avevano alcuna dimestichezza con la tecnica. Nemmeno archi e frecce avevano subito un minimo di evoluzione. Nel confronto fra un arco greco e un longbow inglese è evidente il progresso tecnologico. I pellerossa avevano il diritto di continuare a vivere a modo loro sulla loro terra? Era giusto inquinarli con la civilizzazione europea? Gli interrogativi mettevano in discussione noi stessi. Andarsene in giro in autostop senza pensare al futuro poteva funzionare tutta la vita? Passare le giornate a discutere, senza prepararsi per gli esami, confidando in una prossima rivoluzione (vista però come palingenesi piuttosto che meccanico sbocco della lotta di classe) era la scelta giusta?

La mia conclusione era che i pellerossa erano stati sterminati per colpa loro. Sperare di vivere in un’oasi e tenere il mondo chiuso fuori, nella illusione che nessuno ti verrà a disturbare, è infantile. Primitivo nel senso più deteriore del termine. Avevo letto “Il tramonto dell’Occidente” di Oswald Spengler e mi sentivo in sintonia con lo spirito faustiano. Se stavo lì era perché volevo cambiare la società, cioè fare politica. Cosa ben diversa dalla testimonianza. Il testimone può starsene in cima ad una colonna, ignorando le umane miserie. Il politico si deve occupare della gente. Spirito faustiano, ecco cosa ci voleva per fare un gruppo forte.

Un paio d’anni dopo uscirono due film: “Easy Rider” e “Soldato Blu”. Il primo era un canto alla libertà d’andare, di fumare erba e di ignorare le regole della società. Il secondo dimostrava quanto fossero stati crudeli i visi pallidi e quanto fossero stati meravigliosi gli indiani. E così grandi temi diventarono chiacchiere da bar.

Giuseppe Spezzaferro
(Puccio Borbonico)

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2 commenti

  1. Molte volte davanti a certi racconti, mi domandavo perchè dovesse perire il popolo più buono e dovesse vincere l’uomo cattivo, spietato e avido, mentre ai poveri indiani veniva rubata la terra e la dignità. E poi il concetto di tecnologia ha preso piede e ha vinto sul buon senso e così maya, aztechi, egizii erano scomparsi perchè non erano stati in grado di stare al passo con i tempi, ma destinati ad essere dominati o a scomaprire, malgrado le conoscenze e le scoperte che fino a quel punto sembravano tenerli al sicuro.
    Non credo che si tratta solo di evoluzione, ma penso che i popoli scomparsi avessero finito il tempo, tutto ha una data di scadenza. Così il popolo italiano è destinato a scomparire, la capacità di sopravvivere e di adattarsi che tanto lo ha caratterizzato e lo ha reso grande nei secoli passati è stata sostituita dal lavoro, dalla produzione dalla corsa al possesso non si fanno figli, non si formano famiglie, troppo presi dal benessere. Direi piuttosto che invece di imparare dagli errori ne continuiamo a fare. Queste lezioni di ’68 dovrebbero aiutare a capire come meglio affrontare il contemporaneo, senza smarrirci come altri popoli prima di noi.

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