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Il ’68 di uno che c’era – 4

Uno dei punti di forza del gruppo del teatro era che in maggioranza eravamo fuorisede. La pattuglia più grossa era sudista: calabresi, pugliesi, campani, lucani, siciliani. C’erano un bel po’ di laziali: di Velletri, Cassino, Frosinone, Latina e non ricordo più di quale altro paese. La minoranza era romana. Tutti giovani di belle speranze e con buoni risultati scolastici ai quali le famiglie avevano affidato il loro riscatto sociale. Tranne qualcuno della borghesia medio-alta, eravamo figli di piccoli borghesi, contadini, operai, commercianti, che finalmente avrebbero avuto un dottore in famiglia. Qualcuno s’era meritato il posto alla Casa dello Studente e perciò non doveva combattere con vitto e alloggio. Qualcun altro riceveva abbastanza quattrini da casa, ma parecchi – me incluso – facevano salti mortali per integrare l’assegno domestico. Trovare una stanza era per il fuorisede la prima sfida da vincere. Giravano parecchie leggende (e qualche verità) sull’argomento. Un’accogliente vedova che curava l’ospite con particolare amorevolezza (ma guai a portarti una ragazza), una coppia di anziani senza figli che finalmente avevano un giovanotto dentro casa, una famiglia che affittava a studenti per arrotondare. L’importante era evitare gli affittacamere di professione. Per due motivi. Il primo era che si facevano pagare salato. Il secondo era che non ammettevano il benché minimo ritardo nei pagamenti. Nei primi anni dell’università, cambiai spesso “casa”, facendo esperienza diretta di leggende e verità. Appena ero senza quattrini – quasi sempre – lasciavo nottetempo la stanzetta e mi cercavo un nuovo asilo. Ho abitato in tutti i quartieri di Roma. Persino ai Parioli, grazie ad un fuorisede ricco, al quale i genitori avevano preso una “vera” casa, e che mi ospitò per qualche mese durante uno dei miei obbligati traslochi.

Fuori controllo

Come “fuorisede”, dunque, avevamo una libertà assoluta. Dormivi quando ti pareva, uscivi e rientravi senza dover inventare scuse. Non c’era più mammà preoccupata perché mangiavi poco e neppure il padre inquisitore: che combini? stai studiando? quando hai l’esame? stanotte dove sei stato? Il controllo domestico non c’era più. Se si aggiunge il fatto che l’università non ti obbligava – salvo eccezioni – alla presenza quotidiana in aula e che per la prima volta avevi professori che nemmeno ti conoscevano, che non avevano un registro sul quale segnare assenze e quant’altro, era un’orgia di libertà. Il naturale ribellismo che un giovane si sente sotto pelle – anche qui, salvo eccezioni – trovava libero sfogo in una esistenza completamente autogestita. Fuori controllo. Eravamo quasi tutti fuori controllo. Le esperienze precedenti avevano perso la loro cogenza. Non dico fossero diventate ininfluenti. Un’esperienza te la porti dietro tutta la vita. Se poi ne sfrutti l’utilità oppure la rendi inutile, dipende soltanto da te. Se uno viaggia come una valigia (diceva Schopenhauer) non avrà fatto un solo metro. La valigia, bardata di etichette e sigle estere, resta una valigia pure dopo aver fatto il giro del mondo. Noi ci sforzavamo di fare tesoro del nostro vissuto, di filtrarlo e di accantonare ciò che ci sembrava non dico sbagliato ma semplicemente “vecchio”. La ricerca di un filo di verità che legasse le esperienze passate era talmente forte che molti di noi recuperarono perfino i rapporti conflittuali con i genitori. Di solito lo scontro genitori-figli si supera con l’età e quando il figlio diventa a sua volta genitore. Appartiene al normale avvicendamento delle generazioni. Noi ci spiegammo la incomunicabilità con un’analisi politica. Non eravamo riusciti ad imbastire un dialogo – al di là, ripeto, dello scontro fisiologico – con i nostri genitori perché essi obbedivano a regole e comportamenti che ci facevano letteralmente schifo. Il loro perbenismo, il rispetto maniacale delle ricorrenze, i riti domenicali, le visite dei parenti e ai parenti, la scelta del salotto nuovo… li sentivamo estranei. Non ci appartenevano. La vita era ben altra che la spesa al mercato. Ora, la lontananza e i continui dibattiti aiutavano anche a comprendere le ansie, i sacrifici e la mentalità dei genitori. I ritorni a casa per le occasioni canoniche (Natale, Pasqua…) diventavano momenti di dialogo pacifico. Lo sforzo era di spiegare (Tutto si può spiegare a tutti: scrivemmo qualche anno dopo nel manifesto LdP) che era possibile cambiare la società. Era, però, fondamentale un primo passo: rifiutarsi di dare per scontato ciò che accadeva. E sviluppare una coscienza critica. L’ambizione era grossa: rieducare i nostri genitori. Ci dicevamo: se non si riesce a comunicare con chi ti ha dato la vita e ancora ti mantiene, sarà impossibile comunicare con gli estranei. L’impegno, comunque, aveva un qualche successo dove i genitori erano responsabili e premurosi. In alcuni casi, il figlio-rivoluzionario soffriva di una situazione famigliare disordinata: padri che esaurivano la “missione” limitandosi a sborsare quattrini e mamme (per qualcuno matrigne) in tutt’altre faccende affaccendate. E così i più arrabbiati, quelli che volevano sfasciare tutto, erano proprio i ragazzi che letteralmente odiavano la famiglia. Nei decenni successivi, quei ragazzi (alcuni diventati padri) hanno imboccato strade professionali di successo ma non sono mai riusciti a guarire dal disordine adolescenziale.

I cannoni di Cortez

Studiavamo Platone, ci appassionava Nietzsche, sognavamo una società più giusta, che non abbandonasse i poveracci sugli scalini delle chiese. Lo studio della Storia ci aveva fatto comprendere l’importanza della forza e l’influenza dell’establishment. Senza l’appoggio della borghesia, degli artigiani e della nobiltà “minore”, la rivoluzione francese sarebbe stata più difficile. Ma sarebbe stata impossibile senza i fucili della guardia nazionale. Cortez non sarebbe riuscito a sconfiggere Montezuma e a conquistare l’impero azteco se non fosse stato sostenuto dai cacicchi che non volevano pagare le tasse a Tenochtitlán (oggi direbbero “Tenochtitlán ladrona”). Ma i cacicchi appoggiarono i conquistadores perché erano dotati di cavalli, armature, cannoni e archibugi. Se Annibale avesse trovato appoggi in Italia (da senatori traditori, popolazioni scontente e quinte colonne varie) non sarebbe stato quattordici anni senza riuscire a prendere Roma. Non è stata mai fatta una rivoluzione senza l’appoggio di una parte del potere dominante. Quella della lotta di classe era una semplificazione (io dico: mistificazione) che aveva ridotto le vicende storiche a mera contrapposizione di interessi. Achille si ritira dalla battaglia perché Agamennone l’ha espropriato di due tripodi d’argento e di una bellissima schiava, ma torna a combattere per vendicare l’amico. Gli interessi materiali attengono alla natura umana, però soltanto oggi sono diventati prioritari surclassando tutti gli altri valori (lealtà, onore, coraggio…). La rivoluzione francese (la lezione di Gaxotte al riguardo è fondamentale) non fu dovuta ai “nuovi” strumenti di produzione (i mulini a vento: racconta Marx) ma è senz’altro più complicato raccontarla se ignori le volgarizzazioni. Garibaldi aveva conquistato il Sud perché dalla sua parte s’erano schierati i “poteri forti”. L’impero britannico mirava alla Sicilia. La flotta inglese impedì alle batterie costiere di sparare sui due piroscafi messi a disposizione dall’armatore Rubattino (che con l’armatore siciliano Florio fondò poi la società di Navigazione generale italiana). La Massoneria garantì, fra l’altro, la fornitura di armi: il finto assalto d’Orbetello ebbe come regista Massimo D’Azeglio. Pezzi grossi dell’esercito borbonico e dell’aristocrazia contrari alla politica di Francesco II. E, da ultimo ma non ultima, la mafia. I quindicimila picciotti di Rosolino Pilo fecero dei mille un esercito. La rilettura dell’epopea risorgimentale (il revisionismo storico) non aveva come scopo la distruzione di miti e mitologie. L’obiettivo era la verità. Conoscere la verità dei fatti. Poi potevi essere “amico” o “nemico” di Garibaldi, ma il coraggio e l’ardire di quell’uomo era fuori discussione.

Giuseppe Spezzaferro
(Puccio Borbonico)

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7 commenti

  1. letti ora i quattro capitoli. per uno come me, é difficile anche soltanto provare a paragonare qualcosa della mia vita ad un evento qualsiasi di quei magici anni. al di là di quello che abbia potuto provare leggendo (come per esempio l’invidia per luoghi di raduno dove le persone parlano e pensano CONTEMPORANEAMENTE e la musica meravigliosa che faceva da colonna sonora a quel periodo). sono racconti che conosco, realtà e idee che m’hanno sempre affascinato e nonostante ciò, non hanno avuto la meglio su altri effimeri piaceri. dal basso della mia ignoranza, dovuta all’assenza di lettura, studio e o interesse generale per tutto ciò che é cultura, sento il bisogno di alzare la mano e dire: quella vita era vera! noi drogati da falsi miti, assuefatti da vetrine zeppe di coloratissimi dolci sciapi, noi così illusi da essere convinti che siamo “cool”. camminiamo infetti dalla malattia più brutta: l’illusione! la certezza che siamo diversi, supereroi, ribelli. oggi tutti dicono: io no, a me questo non succede, io non ci casco, io sono intelligente, a me le pubblicità non fanno effetto (no? sicuro sicuro?). in un mondo di supereroi, nessuno é super. paradossalmente solo il normale può essere diverso. e parlo di questo poichè ci manca una vera identità. parlo a nome di una generazione incomprensibile che ha poco da dare, e pretende di ricevere. come nella musica, l’armonia più semplice é la più difficile da comporre. noi complessi e vuoti, voi…. ecchettelodicoaffare.

  2. spontaneo e toccante, il tuo commento mostra però il fianco su una parola chiave: illusione. Anche i sessantottini erano illusi. La differenza stava nella forza delle loro illusioni e nelle azioni che hanno compiuto in nome di un sogno. Oggi sono tutti immeritevoli, invece, di avere illusioni, visto che sono plastificate seriali e disumanizzanti. Paradossalmente la società del “consumo ergo sum” sorge sulle ceneri del ’68. E oggi ci si illude al massimo di poter rimorchiare una bella donzella con la macchina costosa. Tra l’altro accade. Per cui sono illusioni dal respiro corto. E che non rendono migliori.

  3. illusione rimane la parola chiave. chi sogna spera in qualcosa. inoltre il sogno é uno stato temporaneo, un tempio dove recarsi quando abbiamo bisogno di conforto. l’illusione invece, é permanente. una gran brutta bestia. si crede di vivere qualcosa che invece non é. non si sogna di raggiungere la meta, si é falsamente convinti di averlo già fatto…
    tra l’altro la mia non é una libera interpretazione del termine. la differenza di significato tra illusione e sogno é ben descritta dal vocabolario treccani.

  4. Scorrevolissimo,

    so bene quale sia il tuo pensiero.

    Quel tuo modo, in apparenza scanzonato, di esporre, qualsiasi argomento, con arguzia e spessore, mi è sempre piaciuto alla fine quasi mi aspettavo il tuo solito puntualizzare sulle figure testimone-politico.

    Allora voglio polemizzare:

    Quale luogo elettivo intravedi per fare politica?

    Continuando ad essere polemico, aggiungo: evita il discorso della capitale, rischi di finire tra gli ignavi, sarebbe ora che ammettessi la totale superbia dei romani, aiutati da coloro che, come te, gli hanno sempre dato manforte.

    Sono così incazzato, perchè negli ultimi anni non ho visto che polemiche ed invidie tra i presunti rivoluzionari della destra, anche le ultime generazioni romane, hanno una rapidità assoluta nel cogliere pretesti per isolarsi e porsi siulla colonna, come dici tu. Il loro agire è L’UNICO AGIRE, le loro posizioni, LE UNICHE POSIZIONI GIUSTE e così via. Umiltà= non pervenuta, autocritica=non presente nel dizionario di riferimento. Ogni volta che danno luogo ad una iniziativa, sembra che debba essere la chiave di volta, la rivoluzione imminente, l’alba di un nuovo percorso. Se cerco, nei miei trenta anni di militanza, di trovare una cosa che sia nata a Roma e che sia ancora in essere, non trovo nulla, o sbaglio?

    Sono talmente schifato dall’attuale panorama pollitico che stamane, mi è venuta anche una considerazione negativissima sull’iniziativa di Gilberto, mentre la vedevo.

    La verità è che, al momento vedo tutto negativo.

    ne parleremo da vicino, presto, mi auguro.
    Salute e Saluti
    E.P.

  5. Gianluigi Indri

    Il racconto mi sembra fedele, anche se, ovviamente, risente delle esperienze del protagonista, Puccio Borbonico.

    E’ anche utile per capire le passioni e gli ideali che hanno spinto un gruppo di manipoli a fare certe scelte. Non tutte condivisibili, almeno per quanto mi riguarda, anche perché non le condividevo neanche allora; ma soprattutto mi sembra attuale e da sviluppare, la tua analisi sul revisionismo. Perchè finalmente adesso si tolgono dalla storia tante scorie, omissioni, luoghi comuni e affermazioni certe, inoppugnabili. Vale per tutte quella dell’occupazione dei Savoia del territorio del Sud, con relativi strascichi e violenze. Ma non dobbiamo dimenticare che anche in Veneto gran parte della popolazione rifiutò l’invasione dei savoiardi. Alla fine dell’Ottocento, circa tre milioni di veneti (per veneti consideriamo anche quelli del Friuli e del trentino) emigrarono all’estero. Soprattutto sud Brasile, Argentina, ma non solo.

    E poi ricorderei il progetto, che fu anche di Cattaneo, appoggiato e incoraggiato da Pio IX, un papa illuminato, di creare l’unità d’Italia dalla Federazione di quattro grandi Stati: Lombardo Veneto, Toscana, Vaticano e Regno borbonico, ai quali si sarebbe aggiunto il Piemonte, che poté vantarsi del titolo di Regno, soltanto dopo l’annessione della Sardegna. Ci sarebbero tante altre cose da ricordare e tu lo farai anche nelle prossime puntate. Ma soprattutto su un paio penso che bisognerà riflettere: il ruolo del cosiddetto Stato e dei suoi zelanti servitori nell’indirizzare certe rivolte e proteste; e come i ribelli di sinistra, quelli che decisero di non percorrere la via della protesta armata, si siano affermati in tutti i campi meglio di quelli di destra, che si dovettero arrabattare sempre, anche quando la destra, o quello che si credeva fosse la destra, andò al potere. Misteri della politica direbbe qualcuno. Ma dietro ogni mistero c’è una logica che risponde a determinati disegni.

  6. magici anni… vita vera… sciocchezze!
    cos’è che abbiamo da invidiare realmente a chi è stato giovane 40 anni fa?
    una vita avventurosa? ognuno è artefice del proprio destino, scusate la banalità. Se è questo quello che vuoi, vai e prendila.
    La goliardia? non è che per caso la goliardia è quella cugina paracula del teppismo?
    La disinibizione sessuale? beh, sarebbe un gran bell’errore storico. I ragazzini del liceo fanno oggi tutto quello che ad un universitario sessantottino sembrava incredibile.
    (a me stesso fu proposto, al liceo, un randezvous a quattro con due gemelle. Identiche, purtroppo, anche nella bruttezza, per cui declinai in favore di un amico di bocca buona)
    Le discussioni? opperbacco, nell’era dei forum c’è un luogo di discussione per ogni argomento e sotto ogni angolazione. Con il vantaggio, direi notevole, di poter trovare quasi esclusivamente persone realmente appassionate all’oggetto di discussione, risparmiandosi così di dover aver a che fare con chi non sa il nome del presidente della repubblica.
    Me l’immagino questa popolazione giovanile sessantottina. Me l’immagino come un’enorme, gigantesca, stratosferica assemblea in un centro sociale (un incubo!).
    La gioventù degli ideali: io non c’ero e non potrei dirlo, ma ho sempre avuto il sospetto che l’ideale sta al sessantottino come il cellulare sta al giovane d’oggi. Va di moda (ma il cellulare è ben più innocuo).
    A chi con aria solenne e voce grave dice: “Io ho fatto il sessantotto!” io rispondo: “Bravo. Guardati intorno, bel regalo ci hai fatto”.

  7. Caro Sig. Puccio,dal Sig. si intuisce chi sono!
    Un’amica e un’altra giovane “ribelle” del sud venuta a Roma per studiare mantenuta dai genitori,rimasta a roma a lavorare mantenuta da se stessa.
    Non faro’ i complimenti allo scrittore per il modo così coinvolgente di raccontare,per i “fatti” di storia che mi fa ripassare (spesso scoprire),no andro’ subito a fare una piccola e modesta riflessione “sull’illusione del ’68.
    Il bello di quel periodo è che, raccontato da chi lo ha vissuto,fa venir voglia di essere nato in quegl’anni (un po’ prima!).
    Credere così fortemente,combattere per i propri ideali,avere la ferma convinzione che i propri sogni e quelli altrui si possano realizzare!
    Ugualmente,il ripensare a quel periodo,fa riflettere sul fatto che,le stesse persone che raccontano il ’68,sono i nostri adulti di oggi,spesso i nostri politici,gli economisti e affaristi,i nostri amati genitori!
    Ed allora mi viene da dire,se di quegli anni vada solo recuperato e non è poco,il convincimento che credendo fermamente,si puo’ riuscire a migliorare il mondo,che l’individualismo per quanto giusto,non puo’ essere l’unico motore che guida le nostre azioni,che tali convinzioni di onesta’,lealta’ e altruismo,possano perseverare nella mente e nel cuore anche quando la primavere dell’eta’ lascia il posto all’autunno e il fervore del sentire giovanile viene sostituito con la “saggezza della maturita’”!
    In conclusione,credo che ci sia molto da imparare da quel periodo storico e molto altro da evitare!

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