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Il ’68 di uno che c’era – 6

Si faceva notte a furia di discutere. Alla mensa universitaria le discussioni continuavano coinvolgendo anche vicini di tavolo. All’epoca c’erano i camerieri che servivano ai tavoli e si aspettava parecchio per trovare posto. Noi avevamo tavoli riservati, nel senso che il cameriere metteva sotto la caraffa dell’acqua i tagliandi dei pasti con un duplice risultato: evitavamo di fare la fila per comprarli ed avevamo il tavolo riservato. Qualche volta capitava che uno o più studenti protestassero per quel privilegio, ma finiva lì. Non ci sentivamo prepotenti ma portatori di un diritto che ci meritavamo con il nostro impegno per il bene di tutti. Avevamo cose ben più importanti da fare che metterci in fila prima per i biglietti e poi per il tavolo. Gli altri potevano aspettare. Passavano il tempo a chiacchierare di cazzate senza alcuna sensibilità sociale. Noi – proclamavamo – facciamo politica anche a letto con la donna; e quanto ci piaceva ripeterlo! La città universitaria era la nostra terra: gli altri erano ospiti che noi avevamo il compito di rieducare. Era una sensazione che non ho mai più provato: ero padrone di me stesso e del territorio. Anche a distanza di anni, sono entrato alla Sapienza in automobile sprovvisto del permesso: le guardie giurate mi riconoscevano e alzavano la sbarra.

Homo heroicus

Di fronte avevamo una società passiva dominata da gente senza scrupoli. Con tutto quello che stava succedendo nel mondo, com’era possibile che la gente si occupasse esclusivamente dei fatti propri? Approfondimmo il concetto di popolo, facendo la distinzione con popolazione. Gettammo le basi di ciò che avremmo costruito dopo. Ma torniamo al nostro essere “speciali”. A ben vedere non era una convinzione contingente, cioè originata dall’impegno politico del momento. Veniva da più lontano. C’era qualcosa di profondo che ci impediva (anche a chi aveva avuto esperienze marxleniniste) di accettare che le vicende umane dipendessero da fattori meccanici, da un meccanismo ripetitivo (tesi, antitesi, sintesi), da strumenti di produzione e dal plusvalore. Avevamo (ce l’ho ancora oggi) una visione eroica del mondo. E’ l’uomo faber, è l’uomo che lotta, è l’uomo che esercita la propria volontà. Il primo compito è combattere. Anzi, il primo dovere è combattere. La vittoria o la sconfitta sono eventi che il combattente non mette in conto (il principe-guerriero Arjuna della Bhagavad Gita). Se combatti soltanto quando ti conviene, dov’è l’eroismo? Il cristiano che non abiurava e si lasciava sbranare nel circo confidava nel premio divino. Per noi l’esercizio del coraggio era un dovere verso noi stessi. Che si trattasse del sindacalista rivoluzionario Filippo Corridoni, oppure del generale Cambronne a Waterloo (“La guardia muore, ma non s’arrende”) o degli Spartiati alle Termopili, nella galleria dei miti trovavano posto – al di là delle epoche e delle etichette – gli uomini che erano rimasti in piedi anche di fronte alla morte. Ma tu hai letto “I proscritti” di von Salomon? E tu hai letto “Né onore, né gloria” di Larteguy? Cercavamo disperatamente l’omologazione. Brutta parola se riferita al sistema dei consumi e, oggi, del pensiero unico. Nobile parola se significa koinè, comunità di pensiero, appartenenza alla stessa comunità, comune sentire. Non l’abbiamo mai trovata al cento per cento. Però ci siamo andati molto vicini. La verità è che nessuno di noi era in grado di fare una sintesi adeguata alla realtà effettuale. Per di più ci piacevano troppo gli sconfitti. Da ragazzino giocavo da indiano contro i cowboy. L’epopea sudista contro le armate nordiste ci stimolava strampalate analisi che finivano immancabilmente con: se il generale Lee avesse vinto a Gettysburg… La resistenza di Fort Alamo ci entusiasmava, ma la bocciatura politica era unanime: i texani difendevano lo schiavismo che il Messico aveva abolito. L’impresa di Corradino di Svevia, decapitato a 16 anni da Carlo d’Angiò, era stata formidabile. Con la sua vittoria, probabilmente il destino del Sud sarebbe stato diverso. La tattica del maresciallo Rommel in Africa? Un capolavoro. L’ammirazione per la volpe del deserto arrivò alle stelle quando qualcuno di noi tirò fuori la storia che a Caporetto era stato il giovane capitano a sfondare per primo il fronte comandato dal generale Badoglio. Inutile dire l’odio per il traditore che aveva arrestato Mussolini. Ma a chi faceva il parallelismo con Giuda mi piaceva rispondere con un mia fantasia. Sostenevo (e lo faccio ancora oggi quando una cena è noiosa) che l’Iscariota fosse un informatore infiltrato dal Sinedrio nella comitiva del Nazareno. Quanto al suicidio, non era la prima volta e nemmeno sarebbe stata l’ultima che il potere suicida qualcuno per chiudere un affaire. Per civetteria, aggiungo che (quando la cena è noiosa) parlo di Shakespeare e della sua italianità. Sapeva troppe cose dell’Italia ed era troppo spiritoso per essere un inglese. Vabbè.

Harvard contro Yale

Guardavamo ai ragazzi americani che rifiutavano la “sporca guerra”. L’onda lunga del rifiuto yankee era arrivata in Europa. La gioventù europea era scesa in strada contro il potere. Il naturale anarchismo giovanile s’alimentava delle corrispondenze provenenti dalle università statunitensi. Chi non aveva visto almeno un film ambientato in un campus? La vita degli universitari d’oltreoceano era lontana anni luce dalle nostre parruccone università. Il loro modo di fare lezione, il fatto che un futuro governatore facesse il cameriere, le attività sportive, il teatro, le feste, l’orgoglio di Yale che gareggiava con quello di Harvard… era impossibile restare insensibili. Il modello sembrava perfetto (almeno al cinema). Oggi si dice che non c’erano nobili ideali (la pace, l’amore, la solidarietà) ma soltanto la paura vigliacca di andare a combattere. Allora perché quegli studenti non bruciano bandiere per la guerra in Iraq? Perché non protestano contro i bombardamenti indiscriminati? Anche tenendo presente l’attività sovietica dell’epoca (Mosca incoraggiava il pacifismo come arma propagandistica anti-Usa) non ci si riesce a spiegare il fenomeno. Fu un momento magico. In Italia era successo con la gioventù futurista. Il Futurismo attaccò frontalmente l’imbalsamata società che rifiutava il Novecento e andò al fronte, a combattere, in un estremo tentativo di costruire la Nuova Italia. Se adesso il giovane rifiuta qualsivoglia tipo d’impegno, se ne frega di tutto e di tutti, non crede in alcunché e si rifugia nel cinismo presuntuoso e arrogante, di chi è la colpa? E’ possibile che abbia influito il genitore quando gli ha detto che la Befana e Babbo Natale sono invenzioni consumistiche. E’ probabile che l’abbia deluso l’insegnante (ex sessantottino) quando ha trasmesso frustrazioni e velleitarismo; quando ha spiegato: ragazzi, è inutile studiare, questa società è marcia, procuratevi una bella raccomandazione sistematevi come ho fatto io. Mah. L’educazione influisce senz’altro però non è mai accaduto che fratelli educati allo stesso modo avessero tenuto identici comportamenti. Quando esplose la droga, ricordo che gli esperti spiegavano che era colpa dei genitori perché ai figli davano soltanto soldi. I ragazzi annoiati cercavano paradisi artificiali. Poi la droga arrivò nei quartieri bassi e i soliti esperti spiegavano che con il padre disoccupato e la madre alcolizzata era naturale che il ragazzo cercasse pace nella droga. Nessuno hai mai detto la verità: chi si droga è uno stronzo. Nella stessa famiglia (ricca o povera) c’è chi si droga e chi non lo fa. E’ il più debole che ci casca. Così oggi nessuno ha il coraggio di dire a un ragazzo che non fa un cazzo di niente: è colpa tua, sei uno stronzo. Babbo Natale, il professore con l’eskimo, la televisione, i partiti, il prete pedofilo e quant’altro sono scuse. Ai miei tempi avevamo la Dc, c’erano i preti omosessuali, nella borghesia emergente il confronto si faceva a colpi di spyder, l’assessore corrotto aveva la villa sulla costiera amalfitana, la camorra comprava giudici e poliziotti… ‘mbé? Il vero problema per noi era trovare un linguaggio comune e una strategia politica. L’obiettivo era costruire un nuovo modello di società. Mo’ che ho passato la sessantina sorrido al pensiero che in quattro gatti dei quali più dei tre quarti squattrinati e senza l’appoggio di una chiesa (per i compagni c’erano gli avvocati del Pci, i medici che li ricucivano senza denunciarli, le sezioni aperte anche per i compagni che sbagliano) andavamo all’assalto del cielo. Però sono contento.

Foto: Freikorps / Corpi Franchi. Weimar

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2 commenti

  1. Caro Puccio,
    ho iniziato a leggere da -6 a -2 poi ho pensato che fosse più giusto da -2 a -6. Il trattino lungo forse mi ha ingannato. Pensando che fosse un meno ho pensato prima che si dovesse partire da -6 per arrivare alla conclusione. Credo comunque che cambi poco. Questo è il bello del tuo estroso modo di comunicare. Scrivi bene ed in modo piacevole e non ti fai problemi di struttura e di indice. Non ho ancora capito se seguirai una sequenza cronologica degli eventi ma capisco benissimo che in quegli anni te la sei spassata. Ammirevole la capacità di goderti la vita pur militando in un’avanguardia che lottava senza rete di protezione. Io con la rivoluzione smisi prima di te, che insieme ad altri vi faceste qualche anno dei più trucidi. Prima del ’68 m’ero fatto però parecchi anni di militanza nella destra parlamentare ed extraparlamentare (conservo ancora la mia prima tessera della Giovane Italia datata ’63 e per la verità ricordavo di averne una del ’62). Di te non ricordo cosa avevi fatto politicamente prima di quando ci conoscemmo al gruppo del teatro e durante l’occupazione di Giurisprudenza, dove dormii per due mesi di seguito. Quindi non so se salutarti come ai tempi del MSI anni sessanta : ‘camerata’ . Ti saluto come facevamo nel ’68 : ciao compagno di lotta, giacchè in quegli anni quello che per noi contava era lottare. A presto, Lillo

  2. Caro Lillo, eravamo compagni di lotta. Io arrivai a Roma da Salerno nel 1967. Però l’origine è la stessa. Nel 1962 anch’io mi iscrissi alla Giovane Italia. Sapessi quanta gente ho incontrato (perfino parlamentari comunisti e intellettuali del fronte cosiddetto laico) che da ragazzini erano stati iscritti alla Giovane Italia. Prima o poi si dovrà spiegare perché tanti giovani diventavano fascisti nonostante film, libri, trasmissioni tv e comizi resistenziali/antifascisti. Tutte le persone della cultura erano antifasciste: romanzieri, opinionisti, musicisti, pittori, registi, attori… è veramente incredibile l’esistenza di una generazione di fascisti, nata (sono del 1947) dopo la seconda guerra mondiale.
    Puccio

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