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«Sono intercettazioni abusive»

Il ministro Nunzia De Girolamo:
«Sono intercettazioni abusive»

Nunzia De Girolamo, ministro delle Politiche agricole, ha risposto stamattina alla Camera dei deputati al processo mediatico scatenato dalla diffusione di intercettazioni fatte a casa sua, a Benevento, in relazione a una vicenda di malasanità.
Non entro nel merito dei fatti. Sono più che sicuro che qualunque anima pia parlamentare e/o istituzionale nel privato sia scandalosamente spregiudicata.
Per decenni ho fatto il cronista e ho sentito a tavola, dopo una grappa di troppo, pubblici amministratori vomitare volgarità sconosciute perfino negli angiporti. Il politico è diuturnamente sottoposto a pressioni di ogni genere ed è comprensibile che, a telecamere e registratori spenti, si lasci andare a sfoghi senza freni.

Che il deputato De Girolamo abbia costruito la propria carriera politica tra raccomandazioni e favori, è nell’ordine delle cose. Ha corso, come chiunque altro, il rischio di subire ricatti, agguati e inchieste. Il successo non è mai gratis. Ma questo è tema che qui lascio fuori.

Ciò che il caso delle registrazioni fatte da un privato a danno di un altro privato richiama con prepotenza è, piuttosto, la questione della giustizia in regime di democrazia.
In breve: un tribunale del popolo, cioè giudici nominati all’indomani di una rivoluzione o di un golpe, condanna l’imputato sulla base di accuse comprovate anche da testimonianze ottenute con la tortura. Non importa come si sia arrivati a formulare le imputazioni, ciò che conta è “fare giustizia”.

Il fondamento del regime democratico è, invece, il rispetto delle regole. La certezza del diritto garantisce il potente e il debole allo stesso modo. Quando non succede significa che la democrazia è malata. A volte è moribonda. E di solito muore nella generale indifferenza.

Ciò che vale in uno Stato di Diritto è l’accusa formulata nel rispetto di tutti i crismi della legalità. Questo comporta, purtroppo, che il criminale se ne avvantaggi. Quante volte ci si lamenta che quel tale delinquente circoli libero e giocondo perché ha potuto pagarsi un costosissimo avvocato?

I Romani amministravano la giustizia sulla base di regole inviolabili. Ne cito qualcuna: in dubio pro reo, meglio un colpevole in libertà che un innocente in prigione (in Italia oggi è il contrario: circa la metà dei detenuti in attesa di giudizio alla fine risulta innocente), summum ius summa iniuria, la norma applicata rigorosamente può causare un’ingiustizia (in Italia, una onesta badante alla quale sia scaduto il permesso di soggiorno viene trattata allo stesso modo di un delinquente immigrato clandestinamente).

Nei film polizieschi americani era immancabile il dialogo tra il poliziotto incazzato perché il gangster era stato messo in libertà in forza di un cavillo giuridico e il suo collega che lo rimproverava: «Joe, noi siamo la legge, non possiamo comportarci come loro».
Da ragazzino era un dialogo per me insopportabile. Pensavo: «Chi se ne fotte delle regole, l’importante è sbattere l’assassino sulla sedia elettrica».

A distanza di più di mezzo secolo, io sono diventato un abolizionista della pena di morte e un garantista senza se e senza ma; gran parte della gente, invece, sta come stavo io a quattordici anni: vuole “fare giustizia” strafregandosene delle regole.

Molti politici hanno fatto fortuna solleticando il giustizialismo diffuso. E non tengono conto del fatto che sotto la ghigliottina prima o poi ci finisce pure il boia.
Il ministro De Girolamo s’è difesa a Montecitorio sottolineando che le intercettazioni pubblicate sono state fatte abusivamente. Non è questione di cavilli. Come ho già detto, è questione di democrazia. I nipotini delle tricoseuses debbono dichiarare apertamente che se ne fregano delle regole della democrazia e che vogliono i tribunali del popolo.
Giuseppe Spezzaferro

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