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Il ’68 di uno che c’era – 7

Un paio d’anni fa sono tornato alla Sapienza. Avevo un appuntamento a Scienze politiche e siccome ero in anticipo andai a rivedermi il teatro. Rimasi un po’ lì davanti sforzandomi di riappropriarmene con la mente, ma niente da fare. Era oramai un corpo estraneo. Quella mattina capii cosa avesse voluto dirmi, anni prima, un emigrato ritornato a casa dopo quarant’anni di Germania. Stavo dalle parti di Nova Siri, piccolo centro lucano diviso in due: la parte antica in montagna e quella moderna sul mare. La gente del posto è particolare per questo. Sono allo stesso tempo montanari, e quindi chiusi e diffidenti verso gli estranei, e marini, con le aperture che hanno tutti i popoli del mare abituati per secoli al contatto con stranieri. Il vecchio mi raccontava di com’era il paese quando l’aveva lasciato e si lamentava. “Era meglio se me ne stavo a Francoforte – mi disse – nemmeno le pesche hanno il sapore che mi ricordavo”. Allora, mi sembrò uno sfogo tipico della terza età. Compresi appieno cosa avesse provato quel vecchio emigrato, mentre me ne restavo imbambolato davanti all’ingresso sbarrato del “mio” teatro. Eppure, lì dentro ci eravamo accapigliati per settimane.

L’ora dei guru

Una delle questioni più ostiche da affrontare fu quella del rifiuto del consumismo. C’era un tedesco, emigrato in America poco prima che Hitler fosse eletto cancelliere, il quale girava l’Europa tenendo conferenze. Due suoi libri pubblicati in Italia erano diventati dei must, come si dice oggi: “Eros e civiltà” (nelle librerie fin dal 1955) e “L’uomo a una dimensione” (edito nel 1964). L’autore, Herbert Marcuse, era stato eletto dal pianeta mediatico guru della contestazione giovanile. Quando arrivò a Torino (il 19 giugno 1969) i quotidiani spararono titoli quali “il filosofo del grande rifiuto” e “il primo contestatore della società dei consumi”, mentre sui muri comparvero scritte inneggianti alle tre emme (Mao Marx Marcuse).

Per molti di noi, invece, la bocciatura della società dei consumi era un fatto ovvio. Ed era trasversale alle lezioni che ciascuno di noi aveva metabolizzato nel corso degli anni.

La lezione gentiliana si articolava intorno all’uomo nuovo (da qui la riforma della scuola), un uomo spirituale, di fede, vocato a grandi imprese e anti-materialista per eccellenza.

La lezione nicciana, antiborghese tout court, insegnava la volontà di potenza e il superamento dell’uomo e delle miserie umane.

La lezione evoliana sugli uomini in piedi tra le rovine indicava la decadenza del mondo moderno.

La lezione marxista metteva in guardia dal feticismo della merce.

E’ uno schema, lo so, ma mi riprometto di tornare in seguito sulle nostre diverse “simpatie filosofiche”. In ogni caso, le lezioni di un filosofo di seconda mano non ci servivano. Uno che vendeva libri a mazzetta e che usufruiva del meglio del capitalismo statunitense era lontano anni luce dall’idea di pensatore che, più o meno, avevamo tutti. Passi per un regista che a Hollywood fa un film “contro”: più la denuncia è forte e più incassa al botteghino. Valga un esempio. Se un americano di origine giapponese, che ha avuto la famiglia detenuta a Manzanar, gira un film sulle sofferenze e le umiliazioni dei suoi cari, il prodotto ha l’headline più forte: è una storia vera. Riassumo il contesto. Nei dieci campi di internamento per nippo-americani messi in piedi durante la seconda guerra mondiale per paura delle spie del Tenno furono consumate gravi violazioni. La maggior parte degli internati aveva la cittadinanza americana, ma il terrore dei samurai infiltrati spinse Washington a sospenderne i diritti fondamentali. Le mezze misure non appartengono alla cultura yankee (vedansi le due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki) ma violare la legge suprema, la Costituzione, fu patito come un tradimento. Di conseguenza il film-verità si arricchisce di ulteriori seduzioni. L’ufficio-stampa della casa di produzione fa filtrare notizie di pressioni Fbi sul regista e di boicottaggio attuato dalle autorità federali. Nel contempo si formano comitati spontanei contro i fascisti dei servizi segreti. Il can can mediatico porta il regista nei salotti televisivi dove viene invitato a parlare anche dei ghiacciai che si sciolgono, dello sfruttamento di immigrati messicani, dei complotti anticastristi della Cia e degli astronauti scolpiti nei bassorilievi maya. In un batter d’occhio l’opinione pubblica si ritrova un altro maitre à penser.

Lo showbiz non conosce limiti: ho visto anni fa il goleador Maradona intervistato in tv sulla questione meridionale. E mi fermo qui.

Boom di fachiri

Marcuse fu un prodotto venduto bene. Il rifiuto del consumismo era elemento costitutivo e naturale della società opulenta. Non a caso “Zabriskie Point”, il film-denuncia di Michelangelo Antonioni, si svolge negli Usa. Apro e chiudo una parentesi: (grandiosa la colonna sonora dei Pink Floyd), ma del film ricordo soltanto un paio di scene. Dieci anni dopo sarebbe arrivato un altro testo must: “Avere o essere?” di Erich Fromm. Contemporaneamente avrebbero spopolato fenomeni di seconda religiosità, per dirla con Spengler. Si diffusero mode vegetariane, palpiti orientali (il via l’avevano dato i Beatles), culture cosiddette alternative (omeopatia, agopuntura, yoga e meditazione Zen), in un safari collettivo sulle tracce dell’elefante bianco. L’esigenza spirituale insopprimibile nell’uomo (dovrei dire nell’uomo e nella donna, ma per me maschietti e femminucce sono due manifestazioni dell’uomo) trovava sfogo soprattutto nell’esotismo. Essendo l’Oriente magico e misterioso per definizione, l’attrazione era fatale. Il prete ce l’avevi sotto casa – e non sempre era un modello di virtù – il santone era lontano migliaia di chilometri e perciò molto più affascinante. Si diffusero storie fantastiche di fachiri che con la forza della mente violavano le leggi della natura: non mangiavano, non bevevano, dormivano sui chiodi, galleggiavano in aria, stavano giorni senza nemmeno respirare… erano irresistibili. Chi ha un po’ di dimestichezza con la Tradizione non afferma che passare attraverso i muri è impossibile perché c’è una legge fisica che stabilisce la impenetrabilità dei corpi. Non tira in ballo il luogo comune di ragione e fede che si escludono a vicenda. L’esoterismo non ha niente che fare con un mangiatore di spade. Alcuni esercizi spirituali dei domenicani – per dirne una – sono finalizzati alla levitazione, ma nessun domenicano va in giro in jet a strabiliare le folle paganti. Chi coltiva la potenza dello spirito è più facile che si incontri con un sufi, piuttosto che con un guaritore filippino. Aggiungo soltanto questo: parecchi di noi negli anni seguenti si sono convertiti. Qualcuno è tornato nel seno di Santa Romana Chiesa, qualche altro s’è fatto musulmano oppure buddista. Senza citare quelli che ancora oggi seguono riti pagani o chi s’è dato al materialismo più sfrenato rincorrendo status symbol e costose distrazioni. Questa diaspora spirituale è la più evidente dimostrazione che quando cade il discorso politico, quando si finisce di lottare, molti partono per la tangente e via.

Tornando all’anticonsumismo è evidente che in un Paese povero non se ne trovino tracce. Anzi, si verifica il contrario. Il colosso sovietico non è stato abbattuto da una guerra o da una sanguinosa controrivoluzione, ma dal supermercato. In Albania vedevano in tv com’era facile fare soldi contando i fagioli in una brocca e scappavano dal paradiso comunista verso l’inferno capitalista. Ma come fare una giusta lettura?

Da Teheran a Potsdam

Agli anticapitalisti correnti (quelli che si fanno il telefonino ultima generazione, che programmano viaggi a Machu Picchu e che sognano la velina) denunciare la furia consumistica non costa niente, tutt’altro. Fanno la bella figura di essere persone consapevoli e avvertite. Lo studente anticapitalista vive l’esaltante sensazione di essere un utopista, mentre beve la Coca-cola e mangia un hamburger guardando l’ennesimo film sulle congiure di mafia, massoneria, servizi segreti, gerarchie ecclesiastiche, Cia e politici corrotti. Quasi tutti sono infastiditi dalla pubblicità e nessuno ammette di fare un acquisto perché sollecitato dagli spot tv. E’ la società delle contraddizioni e delle ipocrisie. Puntare il dito contro la persuasione occulta (e sciropparsi trash tv in quantità industriale), accusare le sempiterne congiure capitalistiche (e sgomitare per entrare al Rotary), deprecare la donna-oggetto (e prenotare un tour sessuale a Bangkok), celebrare il cosiddetto film d’arte (per carità, la pornografia è un’altra cosa!), magnificare la cultura del popolo Guarany (aggredito a morte dal bianco rapace) e saltare di paura al ronzio di una zanzara, denunciare l’inquinamento (per gli sporchi interessi delle multinazionali) e tenere al massimo il climatizzatore…

Quando è cominciato lo tsunami “e/e”, che ha spazzato via il trasparente “e/o”? Chi sono stati gli antesignani del “ma anche”? Insisto, perché i fenomeni di sincretismo (penso all’alessandrinismo del IV secolo) hanno accompagnato le crisi del pensiero gettando le basi per nuovi punti di partenza. La prassi contemporanea di mettere insieme cose diverse (lo scorretto eclettismo new age) ingenera precarietà, ambiguità e apatia. Si diffonde uno smorto scetticismo, che investe l’uomo e il suo destino, a danno della visione che proietta l’uomo, nonostante le singole temporanee esistenze, verso l’eterno. E’ corretto dire che il delta odierno è stato creato dal fiume sgorgato nel Sessantotto, perché ad egemonizzare la cultura di quegli anni è stata la parte legata a schematismi ottocenteschi costruiti sulla malvagità del capitalismo, sull’autoritarismo liberticida, sul paternalismo ipocrita e sulla borghesia rapinatrice (oltre che sulla religione oppio dei popoli e sulla dittatura del proletariato).

La nostra critica, al contrario, investiva le degenerazioni. Non contro la famiglia, ma per la famiglia fondata sulla gerarchia e sulla diversità dei ruoli. Non contro l’autorità, ma per la depurazione dell’autoritarismo. Non contro il capitalismo, ma per una politica capace di indirizzare la logica del profitto verso un’equa ripartizione sociale. Fu una battaglia culturale che conducemmo con notevole entusiasmo e che parecchi di noi hanno continuato nella vita privata. Ce la mettemmo tutta perché la contestazione costruisse (e, a volte, ricostruisse) robusti capisaldi nel segno della giustizia. Era una fatica di Sisifo combattere contro la forza… sovietica. Bruciavamo tutt’insieme la bandiera a stelle e strisce, ma poi restavamo da soli a bruciare quella dell’Urss. Ho già accennato al fatto che il pacifismo di quegli anni era in funzione antiamericana. Mosca faceva volare le colombe della pace come momento tattico della strategia definita dalla spartizione del mondo decisa tra il 1943 e il 1945 nelle conferenze di Teheran, Casablanca, Yalta e Potsdam. Posso annotare con orgoglio che uno dei meriti maggiori del gruppo del teatro è stato aver introdotto la politica estera nel dibattito quotidiano.

Giuseppe Spezzaferro
(Puccio Borbonico)

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3 commenti

  1. Questa puntata è la migliore. Perché spiega, secondo l’antico adagio “Bisogna studiare la Storia per capire meglio il presente”, come si è passati dall’uomo sociale che rispetta la libertà altrui e le regolette morali, assumendosi responsabilità e doveri, all’uomo individualista, egoista, ipermaterialista, che conosce, rivendica, esige solo diritti. Biblicamente questa puntata potrebbe essere la migliore in eterno [sette volte sette]. Ma ci auguriamo che invece vengano altre riflessioni altrettanto illuminanti su quei “lumi” maledetti da Dio che ci hanno rifilato almeno tre bufale formidabili: 1. Abbiamo tutti gli stessi diritti; 2. La laicità è la dimensione naturale della società umana; 3.la democrazia rappresentativa è il massimo traguardo della storia politica umana. Invece, nessuno ha più doveri; il laicismo viaggia sul relativismo e sul sincretismo da supermercato (perfettamente inquadrato in questa puntata) disumanizzando, annichilendo, illudendo mortalmente; la democrazia che va per la maggiore oggi è il frutto degli interessi dei club giacobini e dei gruppi di pressione – le lobby. Non a caso Francia e Stati Uniti hanno avuto due false rivoluzioni. Non a caso le loro bandiere hanno gli stessi colori. Non a caso i francesi hanno regalato la Statua della Libertà ai cuginetti-ispiratori d’Oltreoceano.
    Perché scomodare altri tempi e altri Paesi? Perché chi ha “vinto” il ’68 è il medesimo borghese, nemico del popolo, che ha tagliato la testa al re o ha espropriato le terre ai Sudisti. Borghesi illusi di essere liberi di agire in nome di valori giusti. Manovrati invece da chi veramente deteneva il potere. La fronda dei nobili nemici del re, in Francia; la massoneria del giardino coltivato a marijuana di George Washington negli States.
    Per cui oggi la Francia somiglia agli Usa. Così come il ’68 della vulgata somigliò al Maggio Francese.
    E oggi anche l’italica penisola vive in un “mediaevo tivvucratico”. Per cui oramai… il resto non è letteratura, ma tivvù spazzatura.

  2. La tua pagina mi ha commosso perché parla alla ragazzina che viveva quel tempo, ma quel tempo era, per la ragazzina, tutto interiore e molto poco politico. Non so bene cosa e perché ma c’è qualcosa che non mi va di ricordare di quel tempo. Le mal de vivre dell’adolescenza? Forse. C’è poi la scoperta fatta oggi di come tu vivevi politicamente quelle vicende. E questo sì che è interessante, illuminante da leggere oggi per capire meglio che cazzo è successo ieri.

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